Il dolore delle chiusure

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Riporto qui l’articolo di un amico e autore, Enrico Impalà, pubblicato su http://www.synesio.it, al quale mi associo completamente, anche per una riflessione più globale: che cosa resterà della cultura e della libertà delle voci, quando alcune – di respiro internazionale – perdono persino la possibilità di pronunciarsi? Quello che qui di seguito è denunciato, purtroppo continua ad accadere, con la conseguenza di una perdita di contenuti e di possibilità di dialogo (si pensi alla chiusura di un’altra testata cristiana e dialogante: Il Regno). Ma forse, del dialogo pensante, ormai importa a pochi.  Eppure, ne sono certo, resisterà.

DARE VOCE

di Enrico Impalà

«Rammarico, dolore e sofferenza». Faccio mie le tre parole che Padre Giulio Albanese ha usato per descrivere il suo stato d’animo, dopo la chiusura della Missionary International Service News Agency (MISNA) l’agenzia di informazione da lui fondata nel 1997.

Come non condividere le sue parole? È una scelta fuori dal tempo e dalla storia, in contraddizione con l’inizio dell’Anno della misericordia e con la missione affidata a tutti noi da Papa Francesco: dare voce a chi non ha voce e raccontare le periferie del mondo. Una sfida culturale. E invece, proprio ora, mentre in regioni come la Repubblica Centrafricana, la Somalia, il Congo, succedono cose terribili, la MISNA viene chiusa.

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Che cosa è la meditazione

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Jiddu Krishnamurti (1895-1986)

La meditazione non è qualcosa di diverso dalla vita quotidiana; non rintanatevi in un angolo della stanza a meditare dieci minuti per poi andare a fare i macellai, e non solo in senso metaforico.

La meditazione è una delle cose più serie. Potete meditare tutto il giorno, in ufficio, con la famiglia, quando dite a qualcuno: «Ti amo», mentre osservate i vostri figli. Ma poi gli insegnate a divenire soldati, a uccidere, a identificarsi con la nazione, a venerare la bandiera, li educate a entrare in questa trappola del mondo moderno.

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Spazio, tempo, profitto

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da Il Sabato di A. Heschel (1907-1972)

La civiltà tecnica è la conquista dello spazio da parte dell’uomo. E un trionfo al quale spesso si perviene sacrificando un elemento essenziale dell’esistenza, cioè il tempo. Nella civiltà tecnica, noi consumiamo il tempo per guadagnare lo spazio. Accrescere il nostro potere sullo spazio è il nostro principale obiettivo.

Tuttavia, avere di più non significa essere di più: il potere che noi conseguiamo sullo spazio termina bruscamente alla linea di confine del tempo: e il tempo è il cuore dell’esistenza. Conseguire il controllo dello spazio è certamente uno dei nostri compiti. Il pericolo comincia quando, acquistando potere sullo spazio, rinunciamo a tutte le aspirazioni nell’ambito del tempo.

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La banalità del male

Uno splendido spezzone dal film di Margaret Von Trotta su Hannah Arendt: il discorso su Eichmann e sul valore umano del “pensiero”. E’ il mio augurio per l’anno nuovo.

Video ripreso dalla pagina youtube di Marino Crivellari.

 

 

Sulla stupidità

Una breve riflessione sul libro bonhoefferiano LA VITA RESPONSABILE, da me curato in occasione del 70° anniversario del martirio del teologo di Tegel (9 aprile scorso) e registrato per il  sito www.synesio.it su cui pure è stato pubblicato.

Là dove i Giusti si scambiano i loro messaggi

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1 SETTEMBRE 1939 di Wystan Hugh AUDEN (1907-1973)

Una delle cose più belle che ho trovato navigando in questi giorni, postate come riflessione sugli eventi di Parigi. Troppo dimentichiamo i luoghi profondi dove giungono talvolta i poeti…

Siedo in una delle bettole
della Cinquantaduesima strada
incerto e spaventato
vedendo scadere le astute speranze
d’un decennio basso e disonesto:
onde di rabbia e di paura
circolano per le luminose
e oscurate contrade della terra,
ossessionando le nostre vite private;
l’indicibile odore della morte
offende la notte di settembre.

Le ricerche degli esperti possono
riesumare intera l’offesa
che da Lutero ad oggi
ha fatto impazzire una cultura,
scoprire quello che successe a Linz,
quale immensa illusione ha creato
un dio psicopatico:
io e il pubblico sappiamo
quel che i bambini imparano a scuola,
coloro a cui male è fatto,
male faranno in cambio.

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La pietra e la fionda

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Salvatore Quasimodo, 1946

Me l’ha ricordata un amico, la ripropongo qui. In questi giorni di riflessioni convulse. Perché la violenza, Caino, è sempre violenza. Sempre.

Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
Quando il fratello disse all’altro fratello:
«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
Salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

Cosa c’è nelle chiese (secondo Rilke)

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Che dire di fronte a questa pagina, se non: “Ah, Rilke!…”

(testo tratto da Lettere a un giovane poeta, Adelphi)

«Io ho un’amata, quasi una bambina ancora, che lavora a domicilio; e così, spesso, quando c’è poco lavoro, cade in una situazione difficile. E’ destra, troverebbe facilmente impiego in una fabbrica, ma teme di avere un padrone.  La sua idea di libertà è sconfinata. Non vi stupirà che ella senta anche Dio come una sorta di padrone, anzi come l’Arcipadrone, come mi disse una volta, ridendo, ma con il terrore negli occhi.

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Non pensare in modo grossolano…

pAVEL FLORENSKIJ

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(1882-1937) Non dimenticatemi. Le lettere dal gulag del grande matematico, filosofo e sacerdote russo, Mondadori, 2006, pp. 413-418

«11 aprile 1917, Sergiev Posad

1. Vi prego, miei cari, quando mi seppellirete, di fare la comunione in quello stesso giorno o, se questo proprio non dovesse essere possibile, nei giorni immediatamente successivi. E in genere vi prego di comunicarvi spesso dopo la mia morte.

2. Non rattristatevi e non soffrite per me, se potete. Se sarete lieti e forti, con ciò mi darete la pace. Io sarò sempre con voi in spirito e, se il Signore me lo concederà, verrò spesso da voi e vi guarderò. Voi però confidate sempre nel Signore e nella sua Purissima Madre, e non rattristatevi.

3. La cosa più importante che vi chiedo è di ricordarvi del Signore, e di vivere al suo cospetto. Con ciò è detto tutto ciò che voglio dirvi, il resto non sono che dettagli o cose secondarie, ma questo non lo dimenticatelo mai.

4. Non dimenticate la vostra stirpe, il vostro passato, studiate quanto riguarda i vostri nonni e antenati, adoperatevi a rafforzarne la memoria. […]

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Un sogno “primitivo”

MARTIN BUBER

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(1878-1965) Il dialogo, San Paolo 2013

Lo stesso sogno mi ritorna in tutte le sue variazioni, a volte dopo un intervallo di anni. Lo chiamo il sogno del doppio grido. L’ambiente in cui si svolge è sempre simile, un mondo semplice, «primitivo»: mi trovo in una vasta caverna, come le latomìe di Siracusa, o in una costruzione di fango, che al risveglio mi ricorda i villaggi dei fellah, o anche ai margini di una gigantesca foresta, di cui non ricordo averne visto l’uguale.

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