L’Ospite inatteso

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Jalal Ad-Din Rumi (1207-1273)

Totalmente inatteso il mio ospite giunse.
“Chi e'”,chiese il mio cuore.
“La faccia della luna”, disse la mia anima.
Quando entro’ in casa
Tutti corremmo in strada, folli in cerca della luna.
“Sono qui”,lui ci chiamo’ dall’interno,
ma noi cercavamo fuori, ignari del suo richiamo.
Il nostro usignolo canta ebbro in giardino,
noi tubiamo come colombe:”Dove, dove, dove?”.
Si raduno’ una folla:”Dov’e’ il ladro?”.

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Un salmo dall’Islam

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Ahmad Ibn ‘Aṭa’ Allāh (1250ca-1306)

1. Mio Dio, io povero nella mia ricchezza, come potrei non essere povero nella mia povertà? Mio Dio, io ignorante nella mia scienza, come potrei non essere ignorante nella mia ignoranza?

2. Mio Dio, il variare del Tuo governo e la rapidità dell’esecuzione delle Tue decisioni impediscono ai servi che Ti conoscono di riposarsi sul dono o di disperare di Te nella prova.

3. Mio Dio, da me ciò che si lega alla mia ignominia, e da Te ciò che si lega alla tua generosità. Mio Dio, Tu Ti sei qualificato nei miei confronti con la grazia e la misericordia prima della mia debolezza. Mi priverai forse di entrambe dopo la mia debolezza?

4. Mio Dio, se appaiono le opere buone che provengono da me, è per la Tua grazia e Te ne sono obbligato. Se appaiono le opere cattive che provengono da me, è per la Tua giustizia, e Tu possiedi l’argomento contro di me!

5. Mio Dio, come potresti rendermi responsabile di me stesso, se Tu Ti sei assunto la responsabilità di me? Come potrei essere oppresso se Tu sei il mio protettore, o deluso se Tu sei pieno di sollecitudine per me?

6. Ecco, io ricorro a Te, mediante il bisogno che ho di Te. Ma come ricorrere a Te mediante ciò che è impossibile giunga fino a Te? O come lamentarmi con Te del mio stato, se non Ti è nascosto? O come esporti il mio discorso, se proviene da Te verso di Te? O come sarebbero deluse le mie speranze, se tendono a Te? O come non migliorerebbero i miei stati, se sussistono per mezzo Tuo e in ordine a Te?

Prego Dio che mi liberi da Dio

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Una delle pagine più famose e complesse e intense e geniali… di colui che ha reinventato la teologia mistica cristiana d’Occidente, Meister Eckhart.

Noi diciamo dunque che l’uomo deve essere così povero da non avere, e non essere, alcun luogo in cui Dio possa operare. Quando l’uomo mantiene un luogo, mantiene anche una differenza. Perciò prego Dio che mi liberi da Dio, perché il mio essere essenziale è al di sopra di Dio, in quanto noi concepiamo Dio come inizio delle creature. In quell’essere di Dio, però, in cui Egli è al di sopra di ogni essere e di ogni differenza, là ero io stesso, volevo me stesso e conoscevo me stesso, per creare questo uomo che io sono. Perciò io sono causa originaria di me stesso secondo il mio essere, che è eterno, e non secondo il mio divenire, che è temporale. Perciò io sono non nato, e, secondo il modo del mio non esser nato, non posso mai morire. Secondo il modo del mio non esser nato, io sono stato in eterno, e sono ora, e rimarrò in eterno.

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Là, io non ero…

Gialal Al-Din Rumi

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(1207-1273) Poesie mistiche, trad. Alessandro Bausani, Milano: Biblioteca Universale Rizzoli, 1988, pp. 57-58.

Io ero, nel tempo in cui non erano i Nomi, e nessuna traccia v’era d’esistenza di esseri. E tutti gli oggetti e i nomi promanarono da Me, in quell’attimo eterno quando né Me né Noi v’era!

E in quell’attimo antichissimo e primo mi prostrai a Dio, quando ancora Gesù non fremeva in seno a Maria. Da un capo all’altro percorsi tutta la Croce, e tutti i Nazareni conobbi: sulla Croce non c’era!

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Siamo dove siamo

Eihei Dogen

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(1200-1253) La custodia della visione autentica (trad. Giuseppe Jiso Forzani)

Il pesce nuota nell’acqua, e se nuota non c’è limite all’acqua; l’uccello vola nel cielo, e per quanto voli, non c’è limite al cielo. Tuttavia né il pesce neé l’uccello da mai ancora si sono separati dall’acqua o dal cielo. Semplicemente, quando serve un uso grande usano in grande. Quando serve un uso piccolo, usano in piccolo.

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Conoscere se stessi vale più dello studio degli astri…

Pseudo-Bernardo

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(XIII secolo?), Le meditazioni necessarie, Il Leone Verde, pp. 17.40

Molti conoscono molto, ma non conoscono se stessi; osservano con attenzione gli altri, ma trascurano di guardare sé. Cercano Dio nelle cose esteriori, ma trascurano l’interiorità, dove invece abita Dio. Ch’io torni dunque dall’esteriorità verso l’interiorità, e ascenda dalle cose inferiori a quelle superiori, affinché possa conoscere donde vengo e dove vado, chi e da cosa sono, così da giungere tramite la conoscenza di me a quella di Dio. Infatti, quanto più mi conosco, tanto più mi avvicino a conoscere Dio […].

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Come si presenta Dio (e come il dirlo è già bestemmiarlo)

Angela da Foligno

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(1248-1309) Il libro dell’esperienza, Adelphi, pp. 205-206

Dio si presenta all’anima… in due modi. Nell’uno le si fa presente nell’intimo suo. Lo sento presente e capisco come sia lì in ogni creatura, in qualsiasi cosa che è, sia diavolo sia angelo buono, sia in inferno che in paradiso, sia nell’adulterio che nell’omicidio che nelle opere virtuose, in qualsiasi cosa fornita di essere, tanto se è bella quanto se è turpe.

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Anche l’amore spirituale ha i suoi rischi

Angela da Foligno

1992. Angela da Foligno. Matita di Angela Bruschi. http://www.giovannabruschi.it/galleria/mistica
1992. Angela da Foligno. Matita di Giovanna Bruschi. http://www.giovannabruschi.it/galleria/mistica

(1248-1309), Libro della beata Angela da Foligno raccolto dal suo confessore

Testo, a mio parere, di grande saggezza spirituale, che molte guide di anime dovrebbero tener presente.

“Non v’è nulla al mondo, né uomo né diavolo né alcuna cosa, che io consideri così sospetta come l’amore, ché questo penetra l’anima più che qualunque altra cosa. Non esiste nulla che tanto occupi e leghi il cuore come l’amore. Perciò, a meno di non avere quelle armi che la governano, facilmente l’anima precipita con immensa rovina. Questo non dico dell’amore cattivo, che da tutti deve essere sfuggito come cosa diabolica e assai pericolosa; ma dell’amore buono, spirituale, che corre tra Dio e l’anima, tra prossimo e prossimo.

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Dies Irae

Tommaso da Celano

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(1190-1250ca) (?)Da Poesia latina medievale, Milano, 1993, pag. 303ss.

Il giorno dell’ira, proprio quel giorno

ridurrà il mondo in cenere,

Davide e la Sibilla lo profetizzano.

Che gran tremore allora

quando apparirà il giudice

e, severo, tutto vaglierà.

La tromba lanciando un mirabile suono

tra i sepolcri di ogni terra

condurrà tutti davanti al trono.

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Il messaggio del pappagallo

Jalal Ad-Din Rumî

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(1207-1293) Mathnawi. Il poema del misticismo universale, Milano: Bompiani, 2006, vol. 1, pp. 187-210.

C’era un mercante che aveva un pappagallo; un bel pappagallo imprigionato in una gabbia. Il mercante si preparò per un viaggio: decise di andare in India. Generosamente disse ad ogni schiavo maschio e ad ogni serva: ‘Che cosa vuoi che ti porti? Orsù, dimmelo’. Ognuno gli chiese ciò che più desiderava: il brav’uomo si impegnò con tutti. Poi disse al pappagallo: ‘Che regalo ti piacerebbe che ti portassi dal paese dell’India?’. Il pappagallo rispose: ‘Quando laggiù vedrai i pappagalli, spiega loro la mia sventura e dì loro: ‘Il tal pappagallo, che ha nostalgia di voi, per desiderio del Cielo è nella mia prigione. Vi saluta, chiede giustizia, e desidera conoscere da voi un rimedio e un modo per essere ben guidato. E dice ancora: ‘È bene che, avendo nostalgia di voi, io renda lo spirito e muoia nella separazione? È giusto che mi trovi in una crudele prigionia, mentre voi siete sui teneri arbusti o sugli alberi? È questa la fedeltà degli amici? Io in questa prigione e voi nel roseto? […] Il mercante accettò quel messaggio e promise di portare il saluto del pappagallo ai suoi simili.

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