Non esiste alcun altro amore…

Hans Urs von Balthasar

balthasar 4

(1905-1988), Solo l’amore è credibile, Borla, pp. 93. 98-99

Lo spalancarsi dell’abisso ardente dell’ira divina è strettamente connesso all’aprirsi dell’abisso ardente dell’amore divino […]. Il gravissimo, minaccioso avvertimento per così dire di Dio Padre (che offre ai peccatori il suo amore più grande, il Figliolo) di non fare cattivo uso di questa sua estrema offerta, poiché dietro a essa non esiste più nessun altro amore cui potersi appellare e da poter offrire, avvolge come un manto protettivo il cuore spezzato di Gesù.

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Teologia e bellezza

Hans Urs von Balthasar

(1905-1988), Gloria. Un’estetica teologica, cit. in Ardusso-Ferretti-Pastore-Perone, La teologia contemporanea, Torino, 1980, pagg. 408ss.

Ripropongo qui una delle pagine più belle, profonde ed evocative della teologia balthasariana. In un tempo complesso come quello che viviamo, il richiamo alla bellezza come ultima parola del pensiero del mondo e prima parola del pensiero credente, recupera tutta la sua importanza.

La parola, con cui in questo primo volume incominciamo una serie di studi teologici, è una parola con cui il filosofo non incomincia, ma piuttosto finisce; è una parola che, nel concerto delle scienze esatte, non ha avuto voce e spazio garantito e sicuro e che, quando è scelta come tema, tra gli specialisti affaccendati in molteplici cure, sembra possa essere scelta solo da un ozioso amatore; una parola infine da cui, nel nostro tempo, tanto la religione che la teologia si sono distanziate e separate con una decisa linea di confine; brevemente, una parola tre volte inattuale, della quale non si può fare sfoggio e con cui si rischia di scomodare tutti. Tuttavia, se il filosofo non può incominciare con essa ma (sempre che non l’abbia perduta per strada) al massimo con essa terminare, non dovrà forse essere il cristiano, proprio per questo motivo, a poterla scegliere come sua prima parola? E dal momento che le scienze esatte (e anche la teologia, nella misura in cui si fa sempre più simile, metodologicamente, alle scienze esatte, e si nutre della loro atmosfera) non trovano più tempo per essa, allora non potrebbe forse essere questo il momento migliore per spezzare tale specie di esattezza, che è in grado di cogliere sempre soltanto un campo particolare della realtà, per ritornare a considerare la verità del tutto, la verità come qualità trascendentale dell’essere, che non è nulla di astratto, ma che è il legame vivente tra Dio e il mondo? E infine, poiché la religione del nostro tempo si è liberata di questa parola, non dovrebbe rimanere oziosa, nell’osservare una buona volta quale volto (se ha ancora un volto) possa mostrare una religione così spogliata.

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I cristiani, il senso della storia e il potere mondano

Hans Urs von Balthasar

(1905-1988), Il tutto nel frammento, Milano, 1970, pagg. 1ss.

A chi oggi cerca, in obbedienza alla Parola di Dio, di riflettere e di parlare di Dio e dell’uomo, si presenta il difficile compito di percorrere lo stretto sentiero che passa tra due forme di titanismo. Una, quella antica, che risale a Costantino e consiste nella costrizione del potere politico al servizio del regno di Cristo, viene oggi scartata poiché di fatto la chiesa finalmente ha perso questo potere. L’altra, quella nuova, consiste nell’identificazione – o per lo meno nella posizione di una convergenza – tra il progresso tecnico del mondo e lo sviluppo del regno di Dio. Entrambi sono, comunque, come si vedrà, solo aspetti dell’identico integralismo, il primo reazionario, il secondo progressista, il primo clericale, il secondo laico. Entrambi cercano di procurare al regno del Crocifisso una potenza terrena, poiché entrambi mescolano regno terreno e regno divino.

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L’uomo “solo” e “i casi seri” della vita e della morte

Hans Urs von Balthasar

(1905-1988), Cordula, Brescia, 1968, passim: il caso serio della vita e della morte.

Moriamo soli. Mentre la vita, fin dal seno materno, è sempre comunione, tanto che un io umano isolato non può né nascere, né sussistere, e nemmeno essere immaginato, la morte sospende per un momento senza tempo proprio la legge della comunione. Gli uomini possono accompagnare fino all’estrema soglia il morente, che può anche sentirsi accompagnato, soprattutto se è la comunità dei santi ad accompagnarlo nella fede in Cristo; tuttavia valicherà la stretta porta solo ed isolato. La solitudine spiega ciò che la morte è attualmente: la conseguenza del peccato (Rm 5, 12); cercare ciò che essa altrimenti potrebbe essere, è ozioso.

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