L’educazione spirituale

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Quando si parla di vocazione, maestri, vita interiore, uno dei temi che rischiano di essere dimenticati, o perlomeno, che sono meno trattati è quello dell’educazione di questa interiorità, della “formazione spirituale” della persona. Questa tematica è come suddivisa tra educazione psichica, intellettiva, morale, ma non trova un suo proprio spazio, sembrando vaga ai più. Cosa significa, infatti, educare “lo spirito” di una persona?

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Formazione spirituale e ascesi. Ipotesi ancora percorribile?

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La personale riflessione su presbiterato e vocazione si allarga, inevitabilmente, ad altri temi e questioni che, nella nostra cultura, anche spirituale, non possono evitare di essere messi in gioco.

Innanzitutto, la faccenda dell’ascesi.Con questo termine si intende, normalmente, l’insieme delle pratiche (ascesi in greco significa allenamento, esercizio) atte a elevare la persona a una dimensione spirituale: questo insieme di esercizi spirituali si sviluppa a partire da una concezione dualistica e “verticale” della realtà, per cui staccarsi dalle cose terrene è il primo passo per elevarsi a quelle celesti. Ora, la prima domanda che occorre porsi è se questa lettura del reale e dell’umano (corpo/materia da un lato, anima spirituale dall’altro) sia ancora sostenibile e sensato, in una cultura e in una antropologia, qual è quella moderna, poco incline a questo genere di suddivisione.

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Confessioni, coraggio, delusioni e silenzi

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Propongo oggi la mia “riflessione del venerdì”. Il giorno di ritardo è dovuto a un’esperienza cui sono stato chiamato a partecipare ieri e che mi ha lasciato un profondo senso di rispetto e stima: ero moderatore alla testimonianza di un testimone di giustizia nei processi contro la mafia presso un liceo. Alla presenza di oltre 300 giovani, una donna che ha fatto condannare decine di mafiosi raccontava la propria vita (testimonianza che il giornalista Umberto Lucentini ha raccolto nel bellissimo libro MALEDETTA MAFIA) e spiegava le ragioni per cui una bella signora quarantenne, madre di una giovane donna (che oggi ha 24 anni) decide di vivere la propria esistenza sotto scorta e nel totale nascondimento, allo scopo di portare un secchio al mare della libertà civile e della decenza sociale.

Al di là della storia personale di Anna, per me è stato inevitabile un parallelo con un’altra esperienza vissuta una decina di giorni fa: l’incontro con un gruppo di amici preti, e la riflessione conseguente su alcune dinamiche della vita presbiterale oggi. Un incontro che è stato profondo, ricco, pieno di umanità e di capacità di toccare temi delicati, sia personali che di socialità ecclesiale.

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Preti, storie, comunità

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La riflessione sul ruolo (sostenibile) del presbitero nella comunità non può evitare di fare i conti con il secondo polo della questione in gioco, la comunità appunto.

Paradossalmente, quando si parla di presbiterato, i punti centrali del discorso ruotano quasi completamente attorno alla figura del prete; nelle precedenti riflessioni anch’io ho fatto la medesima cosa, riflettendo su alcuni elementi quali: formazione, vocazione, ministero, spiritualità. Della comunità, anche nelle mie riflessioni, finora non c’era (quasi) traccia. Ma poiché il ministero, la vocazione, la spiritualità del presbitero (diocesano) si danno esattamente “in vista della” comunità (un presbiterio senza comunità sarebbe un controsenso), l’assenza di riflessione su quest’ultima è grave e, spesso, apre uno scenario drammatico.

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Le vocazioni del bambino, la vocazione dell’adulto

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Tutti i chiamati del Nuovo Testamento sono adulti. Non solo. Sono adulti che vivono già in pienezza un loro ruolo di responsabilità nella famiglia e nella comunità.

E’ interessante notare come l’utilizzo dei testi da parte del magistero e della tradizione, così preciso quando si tratti di definire la non “evangelicità” di un presbiterato femminile (gli apostoli erano tutti maschi, Gesù era maschio…), diventi improvvisamente superficiale e poco attento quando si tratti dell’ascoltare quali tipologie di maschi erano i chiamati. Detto in altri termini, la tradizione ha precisato con forza il genere dei chiamati al presbiterato, ma non si è più di tanto soffermata sulle età della vita e sui ruoli sociali dei chiamati alla guida delle comunità.

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Chiamati da Dio? La faccenda seria della vocazione

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Concludevo, sabato scorso, con una riflessione sul senso di un presbiterato conferito a 25 anni, e sulle ipotetiche conseguenze di una revisione dello stesso.

Quella riflessione spinge, in realtà, ancora più a monte, all’idea stessa di «vocazione», non genericamente intesa, ma come “chiamata a un compito ministeriale”, “vocazione a un ministero”.

La “chiamata”, in senso generico, è normalmente intesa come un dono particolare, una grazia singolare, un appello rivolto direttamente da Dio a una donna, a un uomo. Dio chiama alcuni a svolgere compiti particolari per il bene del mondo e della Chiesa. Non ha fatto così anche Gesù con gli apostoli? Li ha chiamati a sé per un progetto preciso. Definita la questione, occorre però soffermarsi su una serie di problemi che essa inevitabilmente apre e che, se non ben intesi, portano a una confusione interiore che è tra le cause, secondo il mio parere, di molte delle drammatiche vicende legate al ministero in questi ultimi decenni.

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La vocazione del solitario

Thomas Merton

(1915-1968) Pensieri nella solitudine, Garzanti 1959

Thomas Merton con il Dalai Lama

Vocazione alla solitudine. Darsi, consegnarsi, affidarsi completamente al silenzio di un vasto paesaggio di boschi e colline, o mare, o deserto: star fermo, mentre il sole sale sulla terra e ne colma di luce i silenzi. Pregare e lavorare il mattino, lavorare e risposare il pomeriggio e fermarsi di nuovo a meditare alla sera quando la notte cade su quel paesaggio e quando il silenzio si riempie di tenebra e di stelle. Questa è una vocazione vera e speciale. Pochi sono disposti ad immergersi completamente in un tale silenzio, a lasciar che se ne impregnino le loro ossa, a respirare solo silenzio, a nutrirsi di silenzio e a mutare la sostanza della loro vita i un silenzio vivo e vigile.

Martire è chi ha preso una decisione così forte da poter essere provata dalla morte.

Solitario è chi ha preso una decisione così forte da poter essere provata dal deserto: ossia dalla morte.

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