Il senso di una “teologia di liberazione”

Gustavo Gutierrez

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(1928), Prassi di liberazione e fede cristiana, Queriniana, 1975

La fede agisce attraverso la carità, ci fa capire san Paolo. Non si tratta di una meccanica corrispondenza con la insistenza contemporanea di stabilire nessi tra il conoscere e il trasformare e di vivere una verità che si verifica; ma il mondo culturale nel quale viviamo ci permette di scoprire un punto di partenza e un orizzonte nel quale si inserisce una riflessione teologica che dovrà intraprendere una nuova strada, appellandosi anche e necessariamente alle proprie fonti.

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La speranza cristiana, presenza nella storia

Carlo Alberto Libanio Cristo (Frei Betto)

 

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in Dai sotteranei della Storia, Verona 1971

 

S. Paulo 28/03/1970

Mio caro Pedro, la tua lettera è piaciuta molto a tutti noi. Abbiamo sentito che non siamo soli in questa avventura e che comunque essa ha delle ripercussioni positive per il Vangelo.

E’ quanto basta per giustificare la nostra prigionia. Non importa sapere quanto tempo resteremo qui. Importano i frutti che risulteranno da questo seme gettato nel carcere. Forse il nostro carisma è la testimonianza cristiana dietro le sbarre (ma questo Dio solo può saperlo) e il nostro cammino è simile a quello di san Paolo che si spostava da una prigione all’altra. Siamo tranquilli perché sappiamo di trovarci nel cammino che Gesù Cristo ha tracciato per la sua Chiesa. Tutti gli apostoli hanno vissuto il martirio. La Chiesa primitiva ha scritto la sua storia nelle prigioni, col sangue sparso nelle torture. Oggi diamo una testimonianza non solo di fede, ma anche di speranza, nel senso di presenza della storia: e dal momento che abbiamo scoperto la dimensione escatologica della rivelazione e della teologia, la prospettiva storica della nostra speranza ci ha condotto al carcere.

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Fedeltà, mondanità e spiritualità: cosa pensa il nuovo papa

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Stavo per scrivere una riflessione, a caldo, su quel che il nuovo papa mi aveva “mosso” dentro, quando ho trovato questa sua intervista (è del 2007, la si può leggere integrale cliccando qui) e ho pensato che, prima di dire qualcosa, valesse la pena ascoltare il protagonista stesso di questa vicenda. E’ una breve lettura che mi ha sorpreso e per la quale garantisco che ne vale la pena.

«Il restare [fedeli alla tradizione], il rimanere fedeli implica un’uscita. Proprio se si rimane nel Signore si esce da sé stessi. Paradossalmente proprio perché si rimane, proprio se si è fedeli si cambia. Non si rimane fedeli, come i tradizionalisti o i fondamentalisti, alla lettera. La fedeltà è sempre un cambiamento, un fiorire, una crescita. Il Signore opera un cambiamento in colui che gli è fedele. È la dottrina cattolica. San Vincenzo di Lerins fa il paragone tra lo sviluppo biologico dell’uomo, tra l’uomo che cresce, e la Tradizione che, nel trasmettere da un’epoca all’altra il depositum fidei, cresce e si consolida con il passo del tempo… […]

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Ancora sui poveri, ancora al tempo del Concilio

Pedro Juan-José Iriarte

(1913-1999) vescovo di Reconquista, Appello al Concilio, 1963, in P. Gautier, La Chiesa dei poveri e il Concilio, Firenze, 1965, pag. 194

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Ma io penso come è difficile per noi, poveri vescovi della Chiesa del Cristo nel XX secolo, trasmettere questo messaggio, che in origine è immerso nella povertà dell’incarnazione, della mangiatoia e della croce, predicato da un operaio che viveva senza aver nemmeno una tana come le volpi, che si esprimeva nel linguaggio familiare della dracma perduta; messaggio destinato oggi a uomini di austerità proletaria, il 65 per cento dei quali ha fame, e una parte vive nelle “favelas”, negli “slums”, nelle “bidonvilles”, che si chiamano tra di loro “compagni” e sono abituati al linguaggio incisivo e diretto dei loro leaders, alla sobrietà dei loro grattacieli, dei loro “jets” e degli “shorts” che portano i loro capi militari passandoli in rivista; mentre noi dobbiamo dare questo messaggio dall’alto dei nostri altari e dei nostri “palazzi” episcopali, nel barocco incomprensibile delle messe pontificali coi loro strani balletti di mitre, nelle perifrasi ancora più strane del nostro linguaggio ecclesiastico, e andiamo davanti al nostro popolo rivestiti di porpora… e il popolo viene da noi chiamandoci “Eccellenza Reverendissima” e piegando il ginocchio per baciare la pietra del nostro anello!

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Il cristiano nel rischio della storia

Carlos Alberto Libanio Christo (Frei Betto)

da Dai sotteranei della Storia, Verona, 1971

Imprigionato nel 1969 dal governo brasiliano, con accusa di attività sovversiva, il domenicano conosciuto da tutti col nome di Frei Betto (figura non certo semplice di polemista, teologo e pastore impegnato fattivamente ancora oggi nella politica brasiliana con prese di posizione fortemente orientate a “sinistra”), scrisse dal carcere  una serie di lettere che toccano al cuore il tema dell’impegno cristiano nella storia. Ci sono riminiscenze bonhoefferiane, tentativi di reinterpretare la storia, che forse non abbiamo ancora approfondito a sufficienza, certamente anche affermazioni che possono creare problema in un tempo, quale il nostro, in cui le ideologie sembrano sogni lontani. Ma io vi trovo anche una forza profetica più solenne e rigorosa rispetto sia alla quiescenza che alla rabbia che sembrano ispirare (da due prospettive diverse – ma lo sono davvero?) i nostri giorni.

S. Paulo 28/03/1970

Mio caro [Pedro], la tua lettera è piaciuta molto a tutti noi. Abbiamo sentito che non siamo soli in questa avventura e che comunque essa ha delle ripercussioni positive per il Vangelo. E’ quanto basta per giustificare la nostra prigionia. Non importa sapere quanto tempo resteremo qui. Importano i frutti che risulteranno da questo seme gettato nel carcere. Forse il nostro carisma è la testimonianza cristiana dietro le sbarre (ma questo Dio solo può saperlo) e il nostro cammino è simile a quello di san Paolo che si spostava da una prigione all’altra.

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L’evangelizzazione da una prospettiva africana

François Kabasele Lumbasa

I temi del Sinodo appena concluso non sono certo nuovi. La questione dell’evangelizzazione appartiene alla storia stessa della Chiesa. Di seguito, una riflessione di uno dei più apprezzati e originali teologi africani.

Da Le sfide missionarie del nostro tempo, Milano, 1994, pagg. 117ss.

Vediamo… che cosa può comportare la prospettiva di una missione nell’ottica dell’inculturazione.

a) Inculturare significa adottare la civiltà dell’altro

Senza essere attaccati “mordicus” alla propria civiltà. Come cittadini del mondo. In effetti, nella linea dell’incarnazione, la missione non può farsi che nel rispetto dell’uomo da evangelizzare: rispetto dei suoi valori e della sua cultura. Dio ha rispettato l’uomo sino in fondo. Egli si è fatto ebreo, non perché l’essere tale fosse necessario per la salvezza, ma perché ha voluto così e perché non esiste un uomo “universale” che non abbia radici da qualche parte… Lo straniero è necessario nelle strutture di organizzazione di ogni Chiesa locale: egli dimostra che il Vangelo è sempre ricevuto da qualche parte, qui o altrove. Ma questo è necessario in entrambi i sensi: nel senso degli europei in Africa, e in quello degli africani in Europa…

b) Inculturare significa partecipare alle stesse lotte

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Donna e cristiana in Africa: cosa significa?

Antoinette Bwanga, superiora del convento di Santa Teresa a Kinshasa

 

Da Le sfide missionarie del nostro tempo, Milano, 1994, pagg. 213ss.

Che cosa significa essere donna in Africa?

Si tratta essenzialmente di essere “sposa” e “madre”. La donna si realizza nel matrimonio, diventa adulta e responsabile della sua casa e nella società. Il matrimonio e la maternità rendono la donna “degna” e “rispettabile” socialmente. Essere “mamma” significa accogliere e portare la vita in sé, far crescere e proteggere la vita, partecipare, con il cosmo, alla creazione della vita. Ogni donna è potenzialmente una “mamma”, la crescita della vita biologica data alla nascita deve continuare nella vita di comunità dove le zie, le “yaya”, partecipano all’educazione, alla protezione della vita.

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Una “teologia” in gioco

Martin Luther King

(+1968). La forza di amare, Torino, 1975

Martin Luther King passa troppo spesso nel novero un poco dimesso dei predicatori e in quello agiografico (e perciò poco pungente) dei martiri. Egli soprattutto fu un’esponente impegnato della teologia e della spiritualità “che entra in gioco” nel mondo e nel tempo della storia umana. Fu teorizzatore di una forma possibile (“abbiamo un sogno!”) e realizzabile di interpretazione fedele del vangelo della libertà e della liberazione.

Ai nostri più accaniti oppositori noi diciamo: “Noi faremo fronte alla vostra capacità di infliggere sofferenze con la nostra capacità di sopportare le sofferenze; andiamo incontro alla vostra forza fisica con la nostra forza d’animo. Fateci quello che volete, e noi continueremo ad amarvi. Metteteci in prigione e noi vi ameremo ancora. Lanciate bombe sulle nostre case e minacciate i nostri figli, e noi vi ameremo ancora. Mandate i nostri sicari nelle nostre case, all’ora di mezzanotte, batteteci e lasciateci mezzi morti, e noi vi ameremo ancora. Ma siate sicuri che vi vinceremo con la nostra capacità di soffrire. Un giorno noi conquisteremo la libertà, non solo per noi stessi faremo talmente appello al vostro cuore ed alla vostra coscienza che alla lunga conquisteremo voi e la nostra vittoria sarà una duplice vittoria.

L’amore è il potere più duraturo che vi sia al mondo… Possiamo noi solennemente renderci conto che non saremo mai veri figli del nostro Padre celeste finché non ameremo i nostri nemici e non pregheremo per coloro che ci perseguitano.”

Parlare di Dio “in catene”. Un’esperienza dalla teologia “nera”

James Hal Cone

(1938- ), Il Dio degli oppressi, Brescia, 1978, pagg. 89ss.

Fra le tradizioni teologiche degli ultimi cento anni, quella cosiddetta “nera” o afroamericana è forse una delle più innovative e, contemporaneamente, delle più dimenticate. Nel nostro percorso dentro “le varietà” del parlare di Dio, non potevano mancare alcuni testi fondativi di questa che, tra l’altro, è una delle più interessanti variazioni su un tema di cui molti parlano e pochi si impegnano con risultati apprezzabili: la “teologia narrativa”.

Come la teologia bianca americana, il pensiero nero sul cristianesimo ha subito l’influsso del contesto sociale. Ma mentre i teologi bianchi parlano alla cultura della classe dominante e per la cultura della classe dominante, le idee religiose dei neri vennero invece forgiate nel Nord America dall’esistenza culturale e politica delle dittature. A differenza degli europei che immigravano in questa terra per sfuggire alla tirannia, gli africani arrivarono qui in catene per servire una nazione di tiranni. E’ stata l’esperienza dello schiavo a forgiare la nostra idea di questa terra. E questa differenza sociale tra l’esistenza degli europei e degli africani va riconosciuta se vogliamo comprendere correttamente il contrasto esistente nella forma e nel contenuto della teologia nera e di quella bianca.

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