L’albero inutile

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Una illuminante pagina di Zhuang-zi (vissuto nel IV secolo a.C.) sul valore delle parole dei maestri spirituali, a volte tanto alte da farcele sembrare distanti dalla vita, eppure così necessarie quando non si rifletta in più in termini di utilità ma semplicemente di ristoro: così inutile è la sapienza, che non produce frutti finché non si smetta di pretenderli (l’immagine mostra la scrittura del Dao, la “via”).

Hui Zi disse a Zhuangzi: “Ho un grande albero di ailanto, ma il suo tronco è così contorto e nodoso che non si riuscirebbe a trarne un’asse diritta. I suoi rami sono così intricati che squadra e compasso non sono di alcuna utilità su di essi. Si erge sul ciglio della strada, ma nessun falegname lo degna di uno sguardo. Così sono anche le tue parole: grandi, ma inutili, e nessuno sa che farsene.”

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Wa, kei, sei, jaku: i quattro elementi della convivialità

da Pierre François de Béthune, L’ospitalità, San Paolo, pagg. 26-27

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Riprendo il mio blog: mentre spero che per tutti siano state delle vacanze ritempranti, so che per molti (e anche per diversi amici) la situazione della crisi economica ha portato fatiche e ansie in aggiunta a quelle del semplice quotidiano. L’augurio è, per tutti, quello di una buona ripresa (in tutte le sfumature che vogliamo dare a questa parola).

Un celebre testo della letteratura del Medioevo giapponese ha provocato molte riflessioni nel corso dei secoli. Si tratta dei “Ricordi della mia capanna di monaco”, scritti da Kamo no Chomei nel XII secolo. Antico grande dignitario alla corte imperiale, questo aristocratico aveva deciso di ritirarsi nella montagna a nord della capitale. Nelle note che ci ha lasciato egli descrive le gioie austere della sua vita. Fa notare come gli uccelli che frequentano il suo eremitaggio sembrino a loro agio; i pesci del piccolo lago sono anch’essi nel loro elemento, e a ragione: sono dei pesci nell’acqua. Ma si domanda allora perché gli uomini sembrano non essere mai nel loro elemento. Camminano sovente con passo stanco e pesante; in altri casi li si vede battere i piedi per terra come dei conquistatori. Dove potrebbero stare bene? A questa domanda, qualche secolo dopo, un altro maestro, Rikyu, dà una risposta: è nella piccola camera del té che l’uomo può essere veramente se stesso, senza complessi né arroganza. Lì egli scopre che il suo elemento è la convivialità.

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