Un derviscio e la retta pronuncia

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Una parabola sufi che elogia la vera (e umile) dedizione a Dio rispetto alla perfetta (e pedante) sapienza umana. Dedicata a tutti gli uomini e donne “religiosi” che si illudono che basti l’intelligenza per aver la chiave dello scrigno di Dio.

Un giorno un derviscio dalla mentalità convenzionale, prodotto di un’austera scuola religiosa, stava passeggiando lungo un corso d’acqua, completamente assorto in problemi teologici e morali, perché quella era la forma che l’insegnamento sufi aveva assunto nella comunità cui apparteneva. Per lui la religione emotiva corrispondeva alla ricerca della Verità Suprema.
All’improvviso il filo dei suoi pensieri fu interrotto da un forte grido: qualcuno stava ripetendo un’invocazione derviscia. “Non serve a niente”, si disse, “perché quell’uomo pronuncia male le sillabe. Anziché salmodiare YA HU, dice U YA HU …”.
Il derviscio ritenne allora che fosse suo dovere – lui che aveva studiato con tanto zelo – correggere quel poveretto che sicuramente non aveva avuto l’opportunità di essere guidato nel modo giusto, e che probabilmente faceva solo del suo meglio per entrare in armonia con l’idea sottesa nei suoni.
Noleggiata una barca, remò in direzione dell’isola donde sembrava provenire la voce.

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Islam: sufismo via di dialogo con i cristiani

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Riporto una pagina e l’audio (clicca qui) dell’intervista a Radio Vaticana di padre Alberto Fabio Ambrosio, domenicano, amico e grande conoscitore del mondo islamico (avendo vissuto e operato per anni a Istanbul). 

Mi sto andando convincendo – afferma lo studioso domenicano – che il sufismo è a duplice titolo anche uno strumento di dialogo.

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L’Ospite inatteso

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Jalal Ad-Din Rumi (1207-1273)

Totalmente inatteso il mio ospite giunse.
“Chi e'”,chiese il mio cuore.
“La faccia della luna”, disse la mia anima.
Quando entro’ in casa
Tutti corremmo in strada, folli in cerca della luna.
“Sono qui”,lui ci chiamo’ dall’interno,
ma noi cercavamo fuori, ignari del suo richiamo.
Il nostro usignolo canta ebbro in giardino,
noi tubiamo come colombe:”Dove, dove, dove?”.
Si raduno’ una folla:”Dov’e’ il ladro?”.

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La religione, tra amore e ragione

GIALAL AL-DIN RUMI

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L’amore è sconsiderato, non così la ragione.
La ragione cerca il proprio vantaggio.
L’amore è impetuoso, brucia sé stesso, indomito.
Pure in mezzo al dolore,
l’amore avanza come una macina;
dura la sua superficie, procede diritto.
Morto all’egoismo,
rischia tutto senza chiedere niente.
Può giocarsi e perdere ogni dono elargito da Dio.
Senza motivo, Dio ci diede l’essere,
senza motivo rendiglielo.
Mettere in gioco se stessi e perdersi
è al di là di qualcunque religione.
La religione cerca grazie e favori,
ma coloro che li rischiano e li perdono
sono i favoriti di Dio:
non mettono Dio alla prova
né bussano alla porta di guadagno e perdita.

La conquista del Simurgh

Farid ad-din attar

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(1142-1220) Il verbo degli uccelli, C. Sacconi ed., SE, pagg. 206-207

 Lo splendido finale del grande testo mistico, in cui i 30 uccelli protagonisti del racconto riconoscono il loro centro e fondamento, il “Simurgh”, che avevano cercato e che è sintesi e liberazione delle loro esistenze. In persiano, il mitico nome della creatura cercata, inseguita, desiderata, “Simurgh”, è espressione della totalità dei cercatori, e di qualcosa in più: Si = 30 ; Murgh = uccelli.

 Le anime confuse e umiliate di quegli uccelli si annientarono compiutamente e i loro corpi arsero sino a ridursi a mucchietti di cenere. Non appena si furono spogliati di ogni terreno aspetto, vennero rivestiti della vivificante luce emanata da quella presenza, e in tal modo per loro iniziò un’esistenza radicalmente diversa. Un ignoto stupore rapì le loro menti e tutto quanto in passato avevano vissuto e non vissuto venne sradicato e rimosso dai loro animi. Finalmente il fulgido sole dell’intimità rifulse su di loro e i suoi raggi vennero riflessi dallo specchio delle loro anime. Nell’immagine del volto di Simurgh contemplarono il mondo e dal mondo videro emergere il volto di Simurgh.

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Là, io non ero…

Gialal Al-Din Rumi

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(1207-1273) Poesie mistiche, trad. Alessandro Bausani, Milano: Biblioteca Universale Rizzoli, 1988, pp. 57-58.

Io ero, nel tempo in cui non erano i Nomi, e nessuna traccia v’era d’esistenza di esseri. E tutti gli oggetti e i nomi promanarono da Me, in quell’attimo eterno quando né Me né Noi v’era!

E in quell’attimo antichissimo e primo mi prostrai a Dio, quando ancora Gesù non fremeva in seno a Maria. Da un capo all’altro percorsi tutta la Croce, e tutti i Nazareni conobbi: sulla Croce non c’era!

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Ti amo di due amori

Rabi‘a al-‘Adawiyya

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(713/717 – 801). Da I detti di Rabi‘a, Milano, 1979

Rabi’a è una delle più grandi figure della mistica islamica (sufi) e una delle più interessanti e misteriose figure femminili della storia. Il suo percorso interiore alla ricerca dell’annullamento di sé in Dio anticipa temi della mistica moderna e contemporanea. Ecco uno dei suoi testi più famosi e intensi:

Ti amo di due amori, l’uno interessato, l’altro degno di te.
Il primo sta nel dedicare i miei pensieri a Te solo, ogni altro escluso.
L’altro amore, che vuol darti quello di cui sei degno, sta nel desiderio
che i tuoi veli cadano e che io Ti veda.
Nessuna lode a me per l’uno o per l’altro, a Te la lode per ambedue.