Più amava Dio, più amava gli uomini

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Fra il 1897 e il 1898, Charles de Foucauld scrive le Meditazioni sulle virtù a partire dai testi evangelici. Eccone un brano che tratta del tema dell’Incarnazione, come luogo primario del darsi dell’amore di Gesù. (Fonte: Dio di misericordia, Edizioni San Paolo, traduzione di Gian Franco Freguglia).

Tutto ciò che Gesù faceva, lo faceva per Dio, per il suo amore e in obbedienza alla sua volontà; ma con l’obbedienza a Dio, tramite l’amore per Dio, grazie alla conformità del suo cuore a Dio, egli allo stesso tempo offriva ogni suo istante, ogni intenzione della sua vita, dei suoi pensieri, delle sue parole e dei suoi atti per la santificazione degli uomini. Più amava Dio, più amava gli uomini che vedeva nel cuore di Dio; più obbediva a Dio, più amava gli uomini che Dio ordina di amare; più la sua anima era conforme a Dio, più essa bruciava d’amore per tutti gli uomini, perché Dio è amore.

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Chi siamo noi, di fronte ai poveri?

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L’Abbé Pierre, fondatore di Emmaus, scrisse questa pagina nel 1995

Se l’incontro con volti di portoghesi, arabi, africani, asiatici o il mondo variopinto dei meticci non avviene negli alberghi di lusso, ma nelle vecchie stradine delle nostre città, nelle «pensioni» miserabili e sovraffollate e nelle bidonvilles, allora chi siamo? Siamo sinceri. In questo caso non vorremmo essere lì. Prescindendo da quei fanatici che sognano solo soprusi o brutalità, espulsioni o assassini – ma si tratta di persone che abitualmente non frequentano i luoghi di incontro – fra noi, «gente per bene» se così si può dire, si trovano tre tipi di persone. Ci sono anzitutto «coloro che ignorano».

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La Pasqua… non ce la raccontano giusta

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Una breve riflessione (come sempre acuta e arguta) sulla resurrezione da parte di don Davide Caldirola, che ringrazio per questo post, che trasformo anche nel mio augurio pasquale  per tutti coloro che con pazienza seguono questo blog da anni.

I pittori non ce la raccontano giusta. Non ce l’ho con loro, per carità, fanno il loro mestiere, e qualcuno lo fa talmente bene che ti strappa l’applauso, ti lascia a bocca aperta, incantato, o addirittura ti commuove fino alle lacrime. E per fare il loro mestiere inventano, meglio sarebbe dire interpretano la realtà a modo loro inseguendo un’idea, un particolare, una rivelazione, un sogno. Sta di fatto che – come dicevo all’inizio – non ce la raccontano giusta. Almeno per quel che riguarda la Pasqua di Gesù. Sono andato avanti per anni a credere che il Signore fosse davvero risorto così: un bell’uomo nerboruto che esce dal sepolcro con lo sguardo fiero e i muscoli in mostra, brandendo una bandiera bicolore che da piccolo pensavo fosse quella della Croce rossa, e più tardi quella del Comune di Milano o di un partito politico. Fino a che ho capito che le cose non sono capitate così. Niente muscoli, niente squilli di tromba, niente bandiere.

E se i pittori ci confondono – occorre dirlo – gli evangelisti non ci aiutano. Ci raccontano la Risurrezione in quattro versioni differenti. I particolari non coincidono, i personaggi si confondono (si capisce solo che ci sono un sacco di Marie), i luoghi e gli avvenimenti si mischiano come un mazzo di carte da scopone scientifico. Su una cosa però i Vangeli concordano, smentendo clamorosamente secoli e secoli di iconografia. La Risurrezione si fa strada piano, poco alla volta, nel cuore degli apostoli. Alla gioia si mescola il turbamento, l’incredulità alla fede, la paura al desiderio di esultare. Troppo bello per essere vero!

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Le guide spirituali e coloro che “seguono”

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L’inizio della Regola pastorale [I,1] di Gregorio Magno (540 ca-604) è una lucida lettura su ciò che un pastore di anime non può e non deve essere, a ragione della grandezza del proprio compito di “guida delle anime”; e, insieme, è una denuncia spietata dell’uso del potere spirituale e delle conseguenze su coloro che sono gudati.

Non c’è arte che uno possa presumere di insegnare se non dopo averla appresa attraverso uno studio attento e meditato. Quanta è dunque la temerarietà con cui gli ignoranti assumono il magistero pastorale, dal momento che il governo delle anime è l’arte delle arti. Chi non sa che le ferite dei pensieri sono più nascoste di quelle delle viscere? E tuttavia si dà spesso il caso di persone che non conoscono neppure le regole della vita spirituale ma non temono di professarsi medici dell’anima, mentre chi ignora la virtù terapeutica delle medicine si vergognerebbe di passare per medico del corpo. Ma poiché ormai per volontà di Dio ogni autorità del secolo presente si inchina con riverenza di fronte alla religione, non sono pochi coloro che dentro la Santa Chiesa aspirano alla gloria di una dignità dietro l’apparenza del governo delle anime.

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Prego Dio che mi liberi da Dio

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Una delle pagine più famose e complesse e intense e geniali… di colui che ha reinventato la teologia mistica cristiana d’Occidente, Meister Eckhart.

Noi diciamo dunque che l’uomo deve essere così povero da non avere, e non essere, alcun luogo in cui Dio possa operare. Quando l’uomo mantiene un luogo, mantiene anche una differenza. Perciò prego Dio che mi liberi da Dio, perché il mio essere essenziale è al di sopra di Dio, in quanto noi concepiamo Dio come inizio delle creature. In quell’essere di Dio, però, in cui Egli è al di sopra di ogni essere e di ogni differenza, là ero io stesso, volevo me stesso e conoscevo me stesso, per creare questo uomo che io sono. Perciò io sono causa originaria di me stesso secondo il mio essere, che è eterno, e non secondo il mio divenire, che è temporale. Perciò io sono non nato, e, secondo il modo del mio non esser nato, non posso mai morire. Secondo il modo del mio non esser nato, io sono stato in eterno, e sono ora, e rimarrò in eterno.

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Stare con il Vangelo in mano

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Questo è l’invito del piccolo fratello Charles de Foucauld: stare con il Vangelo, leggere il Vangelo. A volte mi chiedo se  davvero c’è qualcos’altro di necessario…

«Leggiamo sempre il Vangelo amorosamente, come se fossimo seduti ai piedi dell’Amato, ascoltando mentre ci parla di se stesso. Dobbiamo cercare di capirla, questa Parola amata: colui che ama non s’accontenta d’ascoltare le parole dell’essere amato come una gradevole melodia, ma cerca di afferrare, di capire le minime sfumature; lo desidera tanto più quanto più ama, perché tutto ciò che viene dall’essere amato ha tanto valore, soprattutto le sue parole che sono come qualche cosa della sua anima.

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L’albero inutile

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Una illuminante pagina di Zhuang-zi (vissuto nel IV secolo a.C.) sul valore delle parole dei maestri spirituali, a volte tanto alte da farcele sembrare distanti dalla vita, eppure così necessarie quando non si rifletta in più in termini di utilità ma semplicemente di ristoro: così inutile è la sapienza, che non produce frutti finché non si smetta di pretenderli (l’immagine mostra la scrittura del Dao, la “via”).

Hui Zi disse a Zhuangzi: “Ho un grande albero di ailanto, ma il suo tronco è così contorto e nodoso che non si riuscirebbe a trarne un’asse diritta. I suoi rami sono così intricati che squadra e compasso non sono di alcuna utilità su di essi. Si erge sul ciglio della strada, ma nessun falegname lo degna di uno sguardo. Così sono anche le tue parole: grandi, ma inutili, e nessuno sa che farsene.”

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Il peccato di Adamo, il mio e il rimedio

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Testo amato dal giovane Lutero, e inizialmente attribuito a Taulero, quello dell’Anonimo Francofortese è uno dei “libelli spirituali” più interessanti del XV secolo. Modernissimo, per alcuni versi, come in questa pagina sul peccato originale.

Cosa fece Adamo? Si dice che sia caduto o andato in perdizione per aver mangiato la mela. Io dico invece che ciò avvenne per essersi egli attribuito, per il suo “io”, “me”, ” a me”, “mio”, e simili. Se avesse mangiato sette mele ma non vi fosse stata appropriazione, non sarebbe caduto. Invece, avendo preteso che tutto fosse  suo, allora cadde, e l’avrebbe fatto anche se non avesse morso alcuna mela.

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Il bene e l’oggi

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Mi è capitato varie volte, negli ultimi tempi, di chiacchierare sul valore del quotidiano: nella vita, nell’arte, nella nostra società. Etty Hillesum, Simone Weil, Hanna Arendt, del rapporto tra pensiero e vita quotidiana (la vita “vera”, quella delle persone che lavorano, soffrono, educano…) hanno fatto il centro del loro pensiero. Simone Weil, questa stessa “quotidianità” (che non è banalità e ripetitività, ma ascolto delle “cose della vita e del mondo”) l’ha quasi disperatamente cercata, diventando operaia, attivista, quasi sforzandosi di fare i conti con tutto ciò che, per natura, non era.

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