La vera devozione

François de Sales

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(1567-1622), Filotea (1609), in Francesco di Sales, Un cuore di carne, Roma, 1980, pagg. 161s.

Quattro secoli fa, Francesco di Sales, intuendo la necessità di offrire un progetto spirituale alle persone che vivevano nel mondo (i non sacerdoti, non religiosi, ecc.), scriveva e divulgava la Filotea, vero e proprio best seller e long seller. Il suo libro di “devozione” per le anime che operano nel mondo toccava, infatti, uno dei punti critici di ogni tempo, una delle domande decisive per molti: come faccio a vivere una vita spirituale, quando sono oberato dalle cose mondane?

Oggi la questione in gioco non è per nulla di minor valore: moltissime persone sono in cerca di progetti, ideali, strade per la realizzazione di quella che sentono propria necessità di vita interiore. Molti, queste strade le trovano “virando a Oriente”, dove la tradizione di una “mistica quotidiana” è ancora proposta. Ma nel cristianesimo? Vale la pena rileggere una brano dall’inizio della Filotea, e riflettere…

Coloro che han parlato della devozione si sono quasi tutti limitati a considerare la catechesi di quelle persone che avevano già decisamente rinunciato alla pratica del mondo, o, per lo meno, si son fatti promotori di una sorta di pietà religiosa che conduce a questa radicale rinuncia. E’ mia intenzione, invece, proporre il mio insegnamento a coloro che vivono in città, in famiglia, alla corte e che sono costretti a condurre una esistenza come tutte le altre, almeno dal punto di vista esteriore; assai spesso costoro, con il pretesto di una presunta impossibilità, non intendono neppure prendere in considerazione l’idea di abbracciare una vita di devozione, persuasi come sono che, al modo stesso che nessun animale ardisce gustare il seme di quell’erba che vien chiamata “Palma Christi”, così nessun uomo dovrà aspirare alla palma della pietà cristiana fintanto che viva sotto l’urgenza delle preoccupazioni temporali.

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Chiesa, contestazioni e “margine di fraternità”

Yves Congar

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(1904-1995), Vera e falsa riforma della Chiesa – postilla all’edizione del 1968, Milano, 1972, pagg. 437ss.

Una lucida riflessione (di 50 anni fa!) sul tema della gestione e delle conseguenze del Concilio e della contestazione alla e nella Chiesa. Un linguaggio alla ricerca dell’equilibrio “fraterno” nella dialettica tra fedeltà e trasformazione.

Gli avvenimenti del maggio-giugno 1968, che hanno bloccato per due mesi le bozze della presente ristampa in fondo ad un sacco postale, ci spingono ad aggiungere alcune pagine alla conclusione… Alla situazione post-conciliare della chiesa, già difficile, quegli avvenimenti hanno aggiunto le incertezze di un clima rivoluzionario e di una contestazione universale e permanente. In un clima del genere, le cose ieri ancora solide e sicure appaiono di colpo superate o almeno prive di interesse.

Non è stato il Concilio a creare i nuovi problemi né la nuova disposizione d’animo. E’ ingiusto e anzi insulso attribuirgli le difficoltà che proviamo oggi, con un sentimento d’inquietudine e di pena, perfino nel dominio della fede.

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Cristianesimo, politica e bandiere

Pietro Scoppola

(1926-2007) Dal neoguelfismo alla Democrazia Cristiana, Roma, 1957.

Sembra scritta oggi, ed è, invece, una pagina di oltre cinquant’anni fa. Non finisce di stupirmi la nostra lentezza (e non solo in questo caso) nel comprendere quel che abbiamo sotto gli occhi…. 

Abbiamo visto in questi dieci anni di rinata vita democratica tutte le forze cattoliche, da quelle per loro natura chiamate ad operare sul terreno politico, a quelle invece istituzionalmente orientate verso un’azione di formazione o di apostolato religioso, schierarsi in prima linea sul fronte della politica, impegnarsi a fondo nelle competizioni elettorali; e con le organizzazioni cattoliche è il clero stesso ad impegnarsi in favore del partito dei cattolici e contro i suoi avversari.

Esigenza certo imposta dall’asprezza della lotta, dalla forza degli avversari, dalla incalcolabile importanza dei valori in gioco, ma che comporta pure, necessariamente, dei grossi pericoli sui quali il cattolico, prima di ogni altro, è chiamato a meditare.

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L’aborto, l’Irlanda e qualche cosa sulla libertà di coscienza

La questione della morte di Savita Halappanavar (la donna indiana morta pochi giorni or sono per setticemia in seguito alla negazione da parte di medici cattolici irlandesi dell’aborto terapeutico) riapre un drammatico problema sia in seno alla comunità civile che nell’ambito cattolico.

Credo che occorra porre alcuni punti di riferimento precisi e obiettivi di fronte al duro dibattico che è subentrato e che, come spesso capita alla nostra liquidissima società, nel giro di pochi giorni si è già spento, mentre, mi sembra, è uno dei veri e seri temi del dibattito tra religione e laicità.

Cerco di portare un breve contributo, molto “immediato” e poco riflesso ancora, tanto per provare a porre qualche punto fermo.

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Un “Credo” secolare

Dorothee Soelle

Credo in Gesù Cristo che essendo

un uomo solo che non poteva far nulla”

come anche noi ci sentiamo,

lottò, nondimeno, perché tutto mutasse,

e fu perciò giustiziato;

che è criterio per verificare

quanto sclerotizzata sia la nostra intelligenza

soffocata la nostra immaginazione,

disorientato il nostro sforzo,

perché non viviamo come egli visse;

che ci fa temere ogni giorno

che la sua morte sia stata invano

quando lo seppelliamo nelle nostre chiese

e tradiamo la sua rivoluzione,

timorosi e obbedienti di fronte ai potenti;

che è risuscitato dentro le nostre vite

perché ci liberiamo

da preconcetti e prepotenze,

da timore e odio,

e portiamo avanti la sua rivoluzione

in direzione del Regno.

Solo gli oppressi possono essere creativi

Rubem Azevedo Alves

(1933-  ) Il figlio del domani, Brescia 1974, passim: teologia della cattività

Figura tra le più importanti non solo della teologia ma della cultura brasiliana, Alves propone in questo brano, la cui stesura risale agli anni 70, ma che sembra scritto oggi, una provocazione attualissima: la creatività non appartiene a coloro che stanno sugli scranni del potere, ma agli oppressi, agli ultimi. E la cosa vale anche per il potere ecclesiale. Quando il governo delle anime non è più presso gli ultimi, finisce di essere creativo.

“La nostra generazione ha creduto d’essere ad una svolta della storia, e che un mondo nuovo stesse per sorgere. Ci sentivamo come gli ebrei dell’esodo verso la terra promessa. Oggi abbiamo la sensazione che la realtà sia ben diversa. Siamo esuli e prigionieri ed è improbabile che si possa, un giorno, vedere la terra promessa. Di qui nasce la nostra frustrazione. Che fare? […]

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I cristiani, il senso della storia e il potere mondano

Hans Urs von Balthasar

(1905-1988), Il tutto nel frammento, Milano, 1970, pagg. 1ss.

A chi oggi cerca, in obbedienza alla Parola di Dio, di riflettere e di parlare di Dio e dell’uomo, si presenta il difficile compito di percorrere lo stretto sentiero che passa tra due forme di titanismo. Una, quella antica, che risale a Costantino e consiste nella costrizione del potere politico al servizio del regno di Cristo, viene oggi scartata poiché di fatto la chiesa finalmente ha perso questo potere. L’altra, quella nuova, consiste nell’identificazione – o per lo meno nella posizione di una convergenza – tra il progresso tecnico del mondo e lo sviluppo del regno di Dio. Entrambi sono, comunque, come si vedrà, solo aspetti dell’identico integralismo, il primo reazionario, il secondo progressista, il primo clericale, il secondo laico. Entrambi cercano di procurare al regno del Crocifisso una potenza terrena, poiché entrambi mescolano regno terreno e regno divino.

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La città secolare

Harvey Cox

(1929- ), La città secolare, Firenze, 1968, pagg. 20s.

Secolarizzazione, come termine descrittivo, ha un significato assai vesto e comprensivo. Essa si manifesta sotto molti aspetti diversi, a seconda della storia religiosa e politica, dell’area in questione. Dovunque si manifesti, però, dovrebbe essere accuratamente distinta dal secolarismo. La secolarizzazione implica un processo storico, quasi certamente irreversibile, in cui la società e la cultura vengono liberate dalla tutela del controllo religioso e da concezioni metafisiche del mondo troppo chiuse. Ne abbiamo dedotto che si tratti di un fenomeno essenzialmente liberatore. Secolarismo, al contrario, è il nome di un’ideologia, di una nuova concezione del mondo chiusa, con funzioni molto simili a quelle di una nuova religione.

Il tempo “dell’uomo senza Dio”

Dietrich Bonhoeffer

(1906-1945), Resistenza e resa, Milano, 1969, pagg. 212s.

L’intera nostra predicazione e teologia cristiana del XX secolo è costruita sull’”apriori religioso” dell’uomo. Il “cristianesimo” è sempre stato una forma (forse la vera forma) della “religione”. Ma quando un giorno sarà evidente che questo “apriori” non esiste affatto ma che è stato una forma espressiva dell’uomo, storicamente determinata e transitoria, quando cioè gli uomini diventeranno realmente non religiosi in maniera radicale – e io penso che più o meno è già il caso nostro (qual è, per esempio, la ragione per cui questa guerra, a differenza di tutte le altre, non suscita una reazione “religiosa”?) – che cosa significherà allora questo per il “cristianesimo”? Viene sottratto il terreno su cui poggiava finora tutto il nostro “cristianesimo”, e la “religiosità” funziona ancora soltanto con alcuni “ultimi paladini” e con qualche individuo intellettualmente disonesto. Che siano questi i pochi eletti? […]

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Leggere la Bibbia e il suo “mito”

Rudolf Bultmann

(1884-1976), Nuovo testamento e mitologia. Il manifesto della demitizzazione, Brescia, 1970, passim: mito e demitizzazione.

Per “mito”, io intendo un fenomeno storico ben determinato, e per “mitologia”, un ben determinato modo di pensare. Si tratta di discutere tale fenomeno e tale modo di pensare.

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