Un vescovo di 92 anni… a ruota libera

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Nei vari interventi emersi a seguito delle dichiarazioni di Charamsa mi colpisce questa intervista, molto lucida e libera nell’espressione, di monsignor Casale, arcivescovo emerito di Foggia, il cui testo completo è rintracciabile al sito di Lettera 43 . Mi sembra uno dei tentativi di lettura delle varie implicazioni in gioco.

DOMANDA. Come considera l’atteggiamento di papa Francesco rispetto all’accoglienza delle coppie omosessuali da parte della Chiesa?
RISPOSTA. L’atteggiamento del papa è stato molto chiaro. Ha dato dei segnali, pur senza entrare specificatamente nel merito della questione. E ha lasciato al Sinodo la libertà di esaminare il tema, sia a ottobre 2014 sia adesso.
D. Francesco è un riformatore, ma il tema appare particolarmente delicato.
R.
Direi che è uno dei più delicati, perché una gran parte del mondo cattolico, dei vescovi e dei preti, non riesce a concepire una sessualità staccata dalla genitalità.

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Ecclesiouting!

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L’outing che non mi aspettavo, ma che desideravo da tempo (e che mi spinge a scrivere di getto, cosa che non faccio mai…); un outing di coraggio non solo sociale e personale, ma anche ecclesiale: perché il personaggio di cui si parla (e si parlerà a lungo) non è “solo” un sacerdote, ma è un sacerdote di spicco; e lo è nell’ambiente teologico; e lo è nell’ambiente Vaticano; e lo è proprio come membro della Congregazione per la Dottrina della Fede…

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“Voglio una Chiesa con il cuore che sanguini”

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Il caso di monsignor O’Brien (clicca qui) riporta in primo piano la questione della pedofilia a pochi giorni dal Conclave. Un libro, la cui edizione italiana ho personalmente curato e che le edizioni San Paolo hanno coraggiosamente pubblicato, affronta questo tema portando in evidenza, per la prima volta in Italia, la confessione di una donna che ha vissuto questa drammatica condizione nella solitudine e nell’abbandono a se stessa. Riporto qui una parte della postfazione, scritta da un sacerdote che si è fatto carico, in Belgio, di riflettere con serietà e onestà sul problema. Il libro da cui è tratta è Nessuno ti crederà.

«La riparazione istituzionale non potrà sfuggire a una pubblica richiesta di perdono. La parola perdono è difficile da comprendere e può essere soggetta ad ambiguità. Non è un termine solo religioso. Infatti, il perdono non può in alcun modo sostituirsi alla giustizia. Tuttavia, anche quando giustizia è fatta, la richiesta di perdono si pone. Ed è anzitutto la richiesta di perdono di chi ha molestato e abusato. Va da sé. La vittima ha bisogno di sentirla dalle sue labbra. Eppure ci troviamo anche di fronte a una dimensione sociale dell’offesa: al di là dell’aggressore, c’è una collettività che ha chiuso la vittima dentro il suo dolore. Vorrei che la gerarchia, i preti e le comunità cristiane osassero mettersi in gioco in questo perdono più ampio per mostrare che la responsabilità non è solo individuale, del singolo molestatore. Insisto su questo punto perché vedo una grande delusione, una rivolta in tante vittime che vedono questo perdono ecclesiale ridotto a pura formalità. Voglio parole forti, che scuotano la carne e il sangue. Vogliono sentire uno slancio sincero. Voglio una Chiesa con il cuore che sanguini, e che non abbia paura di farlo vedere.

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Le vocazioni del bambino, la vocazione dell’adulto

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Tutti i chiamati del Nuovo Testamento sono adulti. Non solo. Sono adulti che vivono già in pienezza un loro ruolo di responsabilità nella famiglia e nella comunità.

E’ interessante notare come l’utilizzo dei testi da parte del magistero e della tradizione, così preciso quando si tratti di definire la non “evangelicità” di un presbiterato femminile (gli apostoli erano tutti maschi, Gesù era maschio…), diventi improvvisamente superficiale e poco attento quando si tratti dell’ascoltare quali tipologie di maschi erano i chiamati. Detto in altri termini, la tradizione ha precisato con forza il genere dei chiamati al presbiterato, ma non si è più di tanto soffermata sulle età della vita e sui ruoli sociali dei chiamati alla guida delle comunità.

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Chiamati da Dio? La faccenda seria della vocazione

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Concludevo, sabato scorso, con una riflessione sul senso di un presbiterato conferito a 25 anni, e sulle ipotetiche conseguenze di una revisione dello stesso.

Quella riflessione spinge, in realtà, ancora più a monte, all’idea stessa di «vocazione», non genericamente intesa, ma come “chiamata a un compito ministeriale”, “vocazione a un ministero”.

La “chiamata”, in senso generico, è normalmente intesa come un dono particolare, una grazia singolare, un appello rivolto direttamente da Dio a una donna, a un uomo. Dio chiama alcuni a svolgere compiti particolari per il bene del mondo e della Chiesa. Non ha fatto così anche Gesù con gli apostoli? Li ha chiamati a sé per un progetto preciso. Definita la questione, occorre però soffermarsi su una serie di problemi che essa inevitabilmente apre e che, se non ben intesi, portano a una confusione interiore che è tra le cause, secondo il mio parere, di molte delle drammatiche vicende legate al ministero in questi ultimi decenni.

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Preti, deserti e tentazioni

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La confusione tra sacerdozio (ministeriale) e presbiterato; l’accumulo di ministeri e di carismi ecclesiali nella medesima persona del prete; l’esercizio di un potere “assoluto” sia nel campo temporale che in quello spirituale sono certamente tre delle piaghe del ministero del prete oggi. Ve ne sono certamente altre, e vi sarà (nelle cose umane il forse è sempre da tener presente) tempo per riflettere.

Ma mi sembrava necessario partire da queste prime, per non dimenticare le radici e non fingere che “tutto va bene”, una volta di più. Nella scorsa settimana ancora, sui giornali campeggiavano le notizie della condanna (questa volta anche ecclesiale) nei confronti di don Mauro Inzoli (altra figura la cui situazione è paradossale: fondatore del Banco Alimentare e ora “dimesso dallo stato clericale”) e di due anziani sacerdoti di Verona (il tragico caso degli abusi nel collegio per sordomuti…: ancora una volta, situazioni di carità che si trasformano in abusi di potere…). Personalmente, in questi giorni, sto ricevendo anche notizie tristissime che non appaiono sui giornali, per la fortuna e la serenità delle persone stesse coinvolte e delle famiglie. Né, per me, è di grande consolazione quel che molti sottolineano, ossia che con Benedetto XVI questi casi vengono, finalmente, stigmatizzati anche in ambito cattolico. Non mi consola, perché non affronta il problema: semplicemente, e in modo diverso, lo nega in quanto problema ecclesiale, riducendolo alla colpa di alcuni.

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Sacro e potere, giogo non leggero

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Riprendo qui, come ogni venerdì, le mie riflessioni su temi ecclesiali. In particolare sul ruolo e il futuro del presbitero. Ringrazio tutti quelli che, sia nel blog, sia a voce, mi stanno aiutando a “verbalizzare”.

Un amico prete (che stimo davvero) mi faceva notare, in riferimento alla precedente riflessione, come molti preti non abbiano in nessun modo percezione di sé come di “uomini sacri”. Il che, a mio parere, incancrenisce più che lenire la ferita. Non c’è peggior danno che si possa fare a se stessi che quello di vivere in una condizione di inautenticità. Non perché i preti che affermano di non essere uomini sacri siano particolarmente disonesti (l’assenza di autenticità e la mancanza di onestà non sono per nulla la stessa cosa), ma per il semplice fatto che negano a parole una condizione che di fatto hanno accettato, sottomettendosi al sacramento (appunto!) dell’Ordine. Di conseguenza molti preti si trovano spesso a vivere una condizione border line, in qualche modo schizofrenica.

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Prete, ossia: la fatica di essere “sacro”

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Continuo nelle mie riflessioni sul prete, iniziate un paio di settimane fa. Ribadisco che sono pensieri che cerco di mettere in ordine, per fare chiarezza in me, innanzitutto e per favorire un dialogo.

Qualche giorno fa avevo distinto tre dinamiche per una riflessione sulla complessa sostenibilità della figura del prete oggi; indicavo quali punti da analizzare seriamente, per comprendere alcune derive: celibato, gestione del potere e relazione tra quotidianità e spiritualità.

I primi due temi mi sembrano (per quanto possa sembrare il contrario) meno essenziali. Nel terzo trovo qualcosa di decisivo, da subito. Un elemento centrale della spiritualità del prete è, infatti, la questione della sacralità. Tanto più decisiva, quanto più in gioco in un tempo in cui di spazio per il sacro sembra essercene sempre di meno.

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Ripensare ai laici (nel tempo secolare)

Yves Congar.

I ministeri e la comunione

(1904-1995), Ministeri e comunione ecclesiale, Bologna, 1973, passim: per una teologia del laicato.

Congar con un giovane Ratzinger al tempo del Concilio Vaticano II

Nonostante interessanti tentativi di rinnovamento… la chiesa era presentata, verso il 1930…, come una società organizzata, costituentesi per l’esercizio dei poteri di cui erano investiti il papa, i vescovi e i sacerdoti. L’ecclesiologia consisteva quasi esclusivamente in un trattato di diritto pubblico. Io ho creato, per caratterizzarla, la parola “gerarcologia”, che da allora è stata spesso ripresa. Ciò non poteva attirare gli uomini! Invece la tradizione cattolica, quella della Scrittura, dei padri e della liturgia, ci presentava un’idea della chiesa molto più ampia, viva e religiosa. La mia intenzione… fu di recuperare, per l’ecclesiologia, l’ispirazione e le fonti di una tradizione più antica e più profonda

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