Il divorzio e la comunione (3)

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Diverse reazioni a quanto scritto la scorsa settimana sono andate nella direzione di distinguere quel che importa davvero ai protagonisti della situazione di divorzio rispetto a quel che importa, invece, alla Chiesa. La sovrastruttura di teorie, dogmi, dichiarazioni, pretese evangeliche ecc. sembra essere troppo lontana ormai dall’esperienza personale delle crisi coniugali e delle conseguenze. D’altro canto, in diversi hanno accennato nelle loro risposte (sia sul blog che a voce) al fatto che la partecipazione all’Eucaristia debba essere una questione di coscienza e non determinata da regole sovraimposte.

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Fedeltà, mondanità e spiritualità: cosa pensa il nuovo papa

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Stavo per scrivere una riflessione, a caldo, su quel che il nuovo papa mi aveva “mosso” dentro, quando ho trovato questa sua intervista (è del 2007, la si può leggere integrale cliccando qui) e ho pensato che, prima di dire qualcosa, valesse la pena ascoltare il protagonista stesso di questa vicenda. E’ una breve lettura che mi ha sorpreso e per la quale garantisco che ne vale la pena.

«Il restare [fedeli alla tradizione], il rimanere fedeli implica un’uscita. Proprio se si rimane nel Signore si esce da sé stessi. Paradossalmente proprio perché si rimane, proprio se si è fedeli si cambia. Non si rimane fedeli, come i tradizionalisti o i fondamentalisti, alla lettera. La fedeltà è sempre un cambiamento, un fiorire, una crescita. Il Signore opera un cambiamento in colui che gli è fedele. È la dottrina cattolica. San Vincenzo di Lerins fa il paragone tra lo sviluppo biologico dell’uomo, tra l’uomo che cresce, e la Tradizione che, nel trasmettere da un’epoca all’altra il depositum fidei, cresce e si consolida con il passo del tempo… […]

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“Voglio una Chiesa con il cuore che sanguini”

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Il caso di monsignor O’Brien (clicca qui) riporta in primo piano la questione della pedofilia a pochi giorni dal Conclave. Un libro, la cui edizione italiana ho personalmente curato e che le edizioni San Paolo hanno coraggiosamente pubblicato, affronta questo tema portando in evidenza, per la prima volta in Italia, la confessione di una donna che ha vissuto questa drammatica condizione nella solitudine e nell’abbandono a se stessa. Riporto qui una parte della postfazione, scritta da un sacerdote che si è fatto carico, in Belgio, di riflettere con serietà e onestà sul problema. Il libro da cui è tratta è Nessuno ti crederà.

«La riparazione istituzionale non potrà sfuggire a una pubblica richiesta di perdono. La parola perdono è difficile da comprendere e può essere soggetta ad ambiguità. Non è un termine solo religioso. Infatti, il perdono non può in alcun modo sostituirsi alla giustizia. Tuttavia, anche quando giustizia è fatta, la richiesta di perdono si pone. Ed è anzitutto la richiesta di perdono di chi ha molestato e abusato. Va da sé. La vittima ha bisogno di sentirla dalle sue labbra. Eppure ci troviamo anche di fronte a una dimensione sociale dell’offesa: al di là dell’aggressore, c’è una collettività che ha chiuso la vittima dentro il suo dolore. Vorrei che la gerarchia, i preti e le comunità cristiane osassero mettersi in gioco in questo perdono più ampio per mostrare che la responsabilità non è solo individuale, del singolo molestatore. Insisto su questo punto perché vedo una grande delusione, una rivolta in tante vittime che vedono questo perdono ecclesiale ridotto a pura formalità. Voglio parole forti, che scuotano la carne e il sangue. Vogliono sentire uno slancio sincero. Voglio una Chiesa con il cuore che sanguini, e che non abbia paura di farlo vedere.

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Dove sono i maestri?

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La riflessione sul presbiterato sconfina, inevitabilmente, in quella sulla vita spirituale, o sulla vita interiore, se si preferisce; o, ancora, semplicemente sulla vita, che è quanto ci interessa, nel suo complesso, senza troppe distinzioni.

E uno dei grandi temi della vita è quello della sua formazione, iniziazione, educazione. Per accedere a una vita interiore e spirituale “sostenibile” (non legata a mode o nella mani di manipolatori) abbiamo bisogno di maestri. Tutte le tradizioni spirituali lo sanno. La vita interiore non si improvvisa, pena danni a sé e agli altri. Ne parlavo in quetso blog qualche settimana fa, ponendo sul piatto la questione dei formatori e della formazione nei seminari, ma la faccenda riguarda tutti coloro che non si accontentano del cibo e del vestito, per dirla chiosando il vangelo.

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Formazione spirituale e ascesi. Ipotesi ancora percorribile?

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La personale riflessione su presbiterato e vocazione si allarga, inevitabilmente, ad altri temi e questioni che, nella nostra cultura, anche spirituale, non possono evitare di essere messi in gioco.

Innanzitutto, la faccenda dell’ascesi.Con questo termine si intende, normalmente, l’insieme delle pratiche (ascesi in greco significa allenamento, esercizio) atte a elevare la persona a una dimensione spirituale: questo insieme di esercizi spirituali si sviluppa a partire da una concezione dualistica e “verticale” della realtà, per cui staccarsi dalle cose terrene è il primo passo per elevarsi a quelle celesti. Ora, la prima domanda che occorre porsi è se questa lettura del reale e dell’umano (corpo/materia da un lato, anima spirituale dall’altro) sia ancora sostenibile e sensato, in una cultura e in una antropologia, qual è quella moderna, poco incline a questo genere di suddivisione.

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Confessioni, coraggio, delusioni e silenzi

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Propongo oggi la mia “riflessione del venerdì”. Il giorno di ritardo è dovuto a un’esperienza cui sono stato chiamato a partecipare ieri e che mi ha lasciato un profondo senso di rispetto e stima: ero moderatore alla testimonianza di un testimone di giustizia nei processi contro la mafia presso un liceo. Alla presenza di oltre 300 giovani, una donna che ha fatto condannare decine di mafiosi raccontava la propria vita (testimonianza che il giornalista Umberto Lucentini ha raccolto nel bellissimo libro MALEDETTA MAFIA) e spiegava le ragioni per cui una bella signora quarantenne, madre di una giovane donna (che oggi ha 24 anni) decide di vivere la propria esistenza sotto scorta e nel totale nascondimento, allo scopo di portare un secchio al mare della libertà civile e della decenza sociale.

Al di là della storia personale di Anna, per me è stato inevitabile un parallelo con un’altra esperienza vissuta una decina di giorni fa: l’incontro con un gruppo di amici preti, e la riflessione conseguente su alcune dinamiche della vita presbiterale oggi. Un incontro che è stato profondo, ricco, pieno di umanità e di capacità di toccare temi delicati, sia personali che di socialità ecclesiale.

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Preti, storie, comunità

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La riflessione sul ruolo (sostenibile) del presbitero nella comunità non può evitare di fare i conti con il secondo polo della questione in gioco, la comunità appunto.

Paradossalmente, quando si parla di presbiterato, i punti centrali del discorso ruotano quasi completamente attorno alla figura del prete; nelle precedenti riflessioni anch’io ho fatto la medesima cosa, riflettendo su alcuni elementi quali: formazione, vocazione, ministero, spiritualità. Della comunità, anche nelle mie riflessioni, finora non c’era (quasi) traccia. Ma poiché il ministero, la vocazione, la spiritualità del presbitero (diocesano) si danno esattamente “in vista della” comunità (un presbiterio senza comunità sarebbe un controsenso), l’assenza di riflessione su quest’ultima è grave e, spesso, apre uno scenario drammatico.

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Preti e formazione. Una questione di fondo: chi forma i formatori?

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Finora avevo provato a riflettere su due poli del presbiterato: da un lato il ruolo sociale ed ecclesiale (con le sue ricadute), dall’altro la questione della “chiamata”. Ripeto, come ho accennato anche nel commento in risposta a un attento lettore, che sono, queste, riflessioni a voce alta, più che una teorizzazione precisa. Sono, quindi, consapevole della limitatezza di quel che vado dicendo e spero che chi legge e riflette con me mi aiuti ad approfondire.

Detto questo e in conseguenza a quanto accennato, nella condizione attuale del presbitero, una questione sulla quale occorre porre attenzione urgentemente è, a mio parere, quella della formazione del clero. Proprio perché teso fra la “chiamata divina” (una pretesa altissima, e forse insostenibile per come è spesso presentata) e la quotidianità umana del ministero (Drewermann ne aveva ampiamente parlato nel suo contestato e condannato libro “Funzionari di Dio”, che varrebbe la pena riprendere, al di là delle polemiche), fra la pretesa celeste e le pretese secolari, il prete (parlo del prete diocesano, in maniera stretta) deve poter ricevere una formazione che gli offra la possibilità innanzitutto di un orientamento personale e di un’identità precisa. E questo pone un ulteriore problema.

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Le vocazioni del bambino, la vocazione dell’adulto

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Tutti i chiamati del Nuovo Testamento sono adulti. Non solo. Sono adulti che vivono già in pienezza un loro ruolo di responsabilità nella famiglia e nella comunità.

E’ interessante notare come l’utilizzo dei testi da parte del magistero e della tradizione, così preciso quando si tratti di definire la non “evangelicità” di un presbiterato femminile (gli apostoli erano tutti maschi, Gesù era maschio…), diventi improvvisamente superficiale e poco attento quando si tratti dell’ascoltare quali tipologie di maschi erano i chiamati. Detto in altri termini, la tradizione ha precisato con forza il genere dei chiamati al presbiterato, ma non si è più di tanto soffermata sulle età della vita e sui ruoli sociali dei chiamati alla guida delle comunità.

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Chiamati da Dio? La faccenda seria della vocazione

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Concludevo, sabato scorso, con una riflessione sul senso di un presbiterato conferito a 25 anni, e sulle ipotetiche conseguenze di una revisione dello stesso.

Quella riflessione spinge, in realtà, ancora più a monte, all’idea stessa di «vocazione», non genericamente intesa, ma come “chiamata a un compito ministeriale”, “vocazione a un ministero”.

La “chiamata”, in senso generico, è normalmente intesa come un dono particolare, una grazia singolare, un appello rivolto direttamente da Dio a una donna, a un uomo. Dio chiama alcuni a svolgere compiti particolari per il bene del mondo e della Chiesa. Non ha fatto così anche Gesù con gli apostoli? Li ha chiamati a sé per un progetto preciso. Definita la questione, occorre però soffermarsi su una serie di problemi che essa inevitabilmente apre e che, se non ben intesi, portano a una confusione interiore che è tra le cause, secondo il mio parere, di molte delle drammatiche vicende legate al ministero in questi ultimi decenni.

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