“Voglio una Chiesa con il cuore che sanguini”

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Il caso di monsignor O’Brien (clicca qui) riporta in primo piano la questione della pedofilia a pochi giorni dal Conclave. Un libro, la cui edizione italiana ho personalmente curato e che le edizioni San Paolo hanno coraggiosamente pubblicato, affronta questo tema portando in evidenza, per la prima volta in Italia, la confessione di una donna che ha vissuto questa drammatica condizione nella solitudine e nell’abbandono a se stessa. Riporto qui una parte della postfazione, scritta da un sacerdote che si è fatto carico, in Belgio, di riflettere con serietà e onestà sul problema. Il libro da cui è tratta è Nessuno ti crederà.

«La riparazione istituzionale non potrà sfuggire a una pubblica richiesta di perdono. La parola perdono è difficile da comprendere e può essere soggetta ad ambiguità. Non è un termine solo religioso. Infatti, il perdono non può in alcun modo sostituirsi alla giustizia. Tuttavia, anche quando giustizia è fatta, la richiesta di perdono si pone. Ed è anzitutto la richiesta di perdono di chi ha molestato e abusato. Va da sé. La vittima ha bisogno di sentirla dalle sue labbra. Eppure ci troviamo anche di fronte a una dimensione sociale dell’offesa: al di là dell’aggressore, c’è una collettività che ha chiuso la vittima dentro il suo dolore. Vorrei che la gerarchia, i preti e le comunità cristiane osassero mettersi in gioco in questo perdono più ampio per mostrare che la responsabilità non è solo individuale, del singolo molestatore. Insisto su questo punto perché vedo una grande delusione, una rivolta in tante vittime che vedono questo perdono ecclesiale ridotto a pura formalità. Voglio parole forti, che scuotano la carne e il sangue. Vogliono sentire uno slancio sincero. Voglio una Chiesa con il cuore che sanguini, e che non abbia paura di farlo vedere.

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L’educazione spirituale

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Quando si parla di vocazione, maestri, vita interiore, uno dei temi che rischiano di essere dimenticati, o perlomeno, che sono meno trattati è quello dell’educazione di questa interiorità, della “formazione spirituale” della persona. Questa tematica è come suddivisa tra educazione psichica, intellettiva, morale, ma non trova un suo proprio spazio, sembrando vaga ai più. Cosa significa, infatti, educare “lo spirito” di una persona?

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Confessioni, coraggio, delusioni e silenzi

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Propongo oggi la mia “riflessione del venerdì”. Il giorno di ritardo è dovuto a un’esperienza cui sono stato chiamato a partecipare ieri e che mi ha lasciato un profondo senso di rispetto e stima: ero moderatore alla testimonianza di un testimone di giustizia nei processi contro la mafia presso un liceo. Alla presenza di oltre 300 giovani, una donna che ha fatto condannare decine di mafiosi raccontava la propria vita (testimonianza che il giornalista Umberto Lucentini ha raccolto nel bellissimo libro MALEDETTA MAFIA) e spiegava le ragioni per cui una bella signora quarantenne, madre di una giovane donna (che oggi ha 24 anni) decide di vivere la propria esistenza sotto scorta e nel totale nascondimento, allo scopo di portare un secchio al mare della libertà civile e della decenza sociale.

Al di là della storia personale di Anna, per me è stato inevitabile un parallelo con un’altra esperienza vissuta una decina di giorni fa: l’incontro con un gruppo di amici preti, e la riflessione conseguente su alcune dinamiche della vita presbiterale oggi. Un incontro che è stato profondo, ricco, pieno di umanità e di capacità di toccare temi delicati, sia personali che di socialità ecclesiale.

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Preti, storie, comunità

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La riflessione sul ruolo (sostenibile) del presbitero nella comunità non può evitare di fare i conti con il secondo polo della questione in gioco, la comunità appunto.

Paradossalmente, quando si parla di presbiterato, i punti centrali del discorso ruotano quasi completamente attorno alla figura del prete; nelle precedenti riflessioni anch’io ho fatto la medesima cosa, riflettendo su alcuni elementi quali: formazione, vocazione, ministero, spiritualità. Della comunità, anche nelle mie riflessioni, finora non c’era (quasi) traccia. Ma poiché il ministero, la vocazione, la spiritualità del presbitero (diocesano) si danno esattamente “in vista della” comunità (un presbiterio senza comunità sarebbe un controsenso), l’assenza di riflessione su quest’ultima è grave e, spesso, apre uno scenario drammatico.

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Preti e formazione. Una questione di fondo: chi forma i formatori?

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Finora avevo provato a riflettere su due poli del presbiterato: da un lato il ruolo sociale ed ecclesiale (con le sue ricadute), dall’altro la questione della “chiamata”. Ripeto, come ho accennato anche nel commento in risposta a un attento lettore, che sono, queste, riflessioni a voce alta, più che una teorizzazione precisa. Sono, quindi, consapevole della limitatezza di quel che vado dicendo e spero che chi legge e riflette con me mi aiuti ad approfondire.

Detto questo e in conseguenza a quanto accennato, nella condizione attuale del presbitero, una questione sulla quale occorre porre attenzione urgentemente è, a mio parere, quella della formazione del clero. Proprio perché teso fra la “chiamata divina” (una pretesa altissima, e forse insostenibile per come è spesso presentata) e la quotidianità umana del ministero (Drewermann ne aveva ampiamente parlato nel suo contestato e condannato libro “Funzionari di Dio”, che varrebbe la pena riprendere, al di là delle polemiche), fra la pretesa celeste e le pretese secolari, il prete (parlo del prete diocesano, in maniera stretta) deve poter ricevere una formazione che gli offra la possibilità innanzitutto di un orientamento personale e di un’identità precisa. E questo pone un ulteriore problema.

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