L’essenza del sacerdozio

Marie-Dominique Chenu

Congar e Chenu insieme
Congar e Chenu insieme

(1895-1990) Il sacerdozio dei preti (1954)

Se è stato messo in causa il sacerdozio [dei preti operai], ciò è avvenuto in virtù di una definizione che si presenta così formulata: il sacerdozio è una professione che comporta delle funzioni essenziali: e cioè l’adorazione della preghiera, la celebrazione del sacrificio della messa, l’amministrazione dei sacramenti, l’insegnamento catechistico e pastorale. E’ ovvio che, se si tengono presenti i termini suddetti, il sacerdozio dei preti operai non può sembrare altro che un sacerdozio depauperato, dal momento che essi, non avendo in cura una comunità cristiana costituita, non hanno modo di esercitare continuamente questa o quella delle funzioni indicate.

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“Voglio una Chiesa con il cuore che sanguini”

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Il caso di monsignor O’Brien (clicca qui) riporta in primo piano la questione della pedofilia a pochi giorni dal Conclave. Un libro, la cui edizione italiana ho personalmente curato e che le edizioni San Paolo hanno coraggiosamente pubblicato, affronta questo tema portando in evidenza, per la prima volta in Italia, la confessione di una donna che ha vissuto questa drammatica condizione nella solitudine e nell’abbandono a se stessa. Riporto qui una parte della postfazione, scritta da un sacerdote che si è fatto carico, in Belgio, di riflettere con serietà e onestà sul problema. Il libro da cui è tratta è Nessuno ti crederà.

«La riparazione istituzionale non potrà sfuggire a una pubblica richiesta di perdono. La parola perdono è difficile da comprendere e può essere soggetta ad ambiguità. Non è un termine solo religioso. Infatti, il perdono non può in alcun modo sostituirsi alla giustizia. Tuttavia, anche quando giustizia è fatta, la richiesta di perdono si pone. Ed è anzitutto la richiesta di perdono di chi ha molestato e abusato. Va da sé. La vittima ha bisogno di sentirla dalle sue labbra. Eppure ci troviamo anche di fronte a una dimensione sociale dell’offesa: al di là dell’aggressore, c’è una collettività che ha chiuso la vittima dentro il suo dolore. Vorrei che la gerarchia, i preti e le comunità cristiane osassero mettersi in gioco in questo perdono più ampio per mostrare che la responsabilità non è solo individuale, del singolo molestatore. Insisto su questo punto perché vedo una grande delusione, una rivolta in tante vittime che vedono questo perdono ecclesiale ridotto a pura formalità. Voglio parole forti, che scuotano la carne e il sangue. Vogliono sentire uno slancio sincero. Voglio una Chiesa con il cuore che sanguini, e che non abbia paura di farlo vedere.

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Dove sono i maestri?

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La riflessione sul presbiterato sconfina, inevitabilmente, in quella sulla vita spirituale, o sulla vita interiore, se si preferisce; o, ancora, semplicemente sulla vita, che è quanto ci interessa, nel suo complesso, senza troppe distinzioni.

E uno dei grandi temi della vita è quello della sua formazione, iniziazione, educazione. Per accedere a una vita interiore e spirituale “sostenibile” (non legata a mode o nella mani di manipolatori) abbiamo bisogno di maestri. Tutte le tradizioni spirituali lo sanno. La vita interiore non si improvvisa, pena danni a sé e agli altri. Ne parlavo in quetso blog qualche settimana fa, ponendo sul piatto la questione dei formatori e della formazione nei seminari, ma la faccenda riguarda tutti coloro che non si accontentano del cibo e del vestito, per dirla chiosando il vangelo.

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Formazione spirituale e ascesi. Ipotesi ancora percorribile?

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La personale riflessione su presbiterato e vocazione si allarga, inevitabilmente, ad altri temi e questioni che, nella nostra cultura, anche spirituale, non possono evitare di essere messi in gioco.

Innanzitutto, la faccenda dell’ascesi.Con questo termine si intende, normalmente, l’insieme delle pratiche (ascesi in greco significa allenamento, esercizio) atte a elevare la persona a una dimensione spirituale: questo insieme di esercizi spirituali si sviluppa a partire da una concezione dualistica e “verticale” della realtà, per cui staccarsi dalle cose terrene è il primo passo per elevarsi a quelle celesti. Ora, la prima domanda che occorre porsi è se questa lettura del reale e dell’umano (corpo/materia da un lato, anima spirituale dall’altro) sia ancora sostenibile e sensato, in una cultura e in una antropologia, qual è quella moderna, poco incline a questo genere di suddivisione.

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Confessioni, coraggio, delusioni e silenzi

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Propongo oggi la mia “riflessione del venerdì”. Il giorno di ritardo è dovuto a un’esperienza cui sono stato chiamato a partecipare ieri e che mi ha lasciato un profondo senso di rispetto e stima: ero moderatore alla testimonianza di un testimone di giustizia nei processi contro la mafia presso un liceo. Alla presenza di oltre 300 giovani, una donna che ha fatto condannare decine di mafiosi raccontava la propria vita (testimonianza che il giornalista Umberto Lucentini ha raccolto nel bellissimo libro MALEDETTA MAFIA) e spiegava le ragioni per cui una bella signora quarantenne, madre di una giovane donna (che oggi ha 24 anni) decide di vivere la propria esistenza sotto scorta e nel totale nascondimento, allo scopo di portare un secchio al mare della libertà civile e della decenza sociale.

Al di là della storia personale di Anna, per me è stato inevitabile un parallelo con un’altra esperienza vissuta una decina di giorni fa: l’incontro con un gruppo di amici preti, e la riflessione conseguente su alcune dinamiche della vita presbiterale oggi. Un incontro che è stato profondo, ricco, pieno di umanità e di capacità di toccare temi delicati, sia personali che di socialità ecclesiale.

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Preti, storie, comunità

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La riflessione sul ruolo (sostenibile) del presbitero nella comunità non può evitare di fare i conti con il secondo polo della questione in gioco, la comunità appunto.

Paradossalmente, quando si parla di presbiterato, i punti centrali del discorso ruotano quasi completamente attorno alla figura del prete; nelle precedenti riflessioni anch’io ho fatto la medesima cosa, riflettendo su alcuni elementi quali: formazione, vocazione, ministero, spiritualità. Della comunità, anche nelle mie riflessioni, finora non c’era (quasi) traccia. Ma poiché il ministero, la vocazione, la spiritualità del presbitero (diocesano) si danno esattamente “in vista della” comunità (un presbiterio senza comunità sarebbe un controsenso), l’assenza di riflessione su quest’ultima è grave e, spesso, apre uno scenario drammatico.

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L’ossimoro: presbitero e giovane. E l’ipotesi seria di un diaconato (impermanente)

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Riprendo e cerco di concludere la riflessione iniziata ieri.

Come si può essere presbitero (ossia “anziano”) a 25 anni? Ma anche a 30? Come si può anche solo pensare di governare le coscienze altrui e le forme di vita altrui (poiché questo è il ministero pastorale nella sua essenza: governo delle strutture e dei cuori, nel senso migliore del termine, s’intende), quando si è appena all’inizio del lavoro di governo su di sé?

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Prete, ossia: la fatica di essere “sacro”

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Continuo nelle mie riflessioni sul prete, iniziate un paio di settimane fa. Ribadisco che sono pensieri che cerco di mettere in ordine, per fare chiarezza in me, innanzitutto e per favorire un dialogo.

Qualche giorno fa avevo distinto tre dinamiche per una riflessione sulla complessa sostenibilità della figura del prete oggi; indicavo quali punti da analizzare seriamente, per comprendere alcune derive: celibato, gestione del potere e relazione tra quotidianità e spiritualità.

I primi due temi mi sembrano (per quanto possa sembrare il contrario) meno essenziali. Nel terzo trovo qualcosa di decisivo, da subito. Un elemento centrale della spiritualità del prete è, infatti, la questione della sacralità. Tanto più decisiva, quanto più in gioco in un tempo in cui di spazio per il sacro sembra essercene sempre di meno.

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