Una parabola sociale (attualissima?)

Felicité Robert de Lamennais

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(1782-1854), Parole di un credente (1834), Milano, 1991, passim

Un’impressionante parabola sociale di Lamennais, scritta quasi due secoli fa, ma che rischia di sembrare drammaticamente profetica…

In principio il lavoro non era necessario all’uomo per vivere la terra spontaneamente rispondeva a tutti i bisogni. Ma l’uomo fece il male e poiché si era ribellato a Dio, la terra si rivoltò contro di lui. […] E Dio diede loro ancora questo precetto: Aiutatevi reciprocamente, perché tra voi ci sono i più forti e i più deboli, i sani ed i malati, eppure tutti devono vivere. […]

Un tempo vi fu un uomo malvagio e maledetto dal cielo. E quest’uomo era forte e odiava il lavoro e disse a se stesso: Come farò? se non lavoro morirò e il lavoro mi è insopportabile. Allora concepì in cuor suo un pensiero infernale. Se ne andò in giro la notte e sorprese alcuni suoi fratelli dormienti e li caricò di catene. Perché, diceva a se stesso, li costringerò così, con le verghe e la frusta, a lavorare per me e mangerò i frutti del loro lavoro. E fece ciò che si era proposto e altri, vedendolo, fecero altrettanto e non ci furono più fratelli ma signori e schiavi. Fu un giorno di lutto sulla terra.

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Servire i poveri è servire Dio

Vincent des Pauls

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(1581-1660) Lettere e conferenze spirituali, passim: come servire i poveri.

Non dobbiamo regolare il nostro atteggiamento verso i poveri da ciò che appare esternamente in essi e neppure in base alle loro qualità interiori. Dobbiamo piuttosto considerarli al lume della fede. Il Figlio di Dio, ha voluto essere povero, ed essere rappresentato dai poveri. Nella sua passione non aveva quasi la figura di uomo; appariva un folle davanti ai gentili, una pietra di scandalo per i Giudei; eppure egli si qualifica l’evangelizzatore dei poveri: “Mi ha mandato ad annunciare ai poveri un lieto messaggio” (Lc 4, 18). Dobbiamo entrare in questi sentimenti e fare ciò che Gesù ha fatto: curare i poveri, consolarli, soccorrerli, raccomandarli.

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Chiesa e ricchezza

Bartolomé de Carranza

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(1503-1576), Catechismo cristiano, ii, passim, in J.I.G. Faus, Vicari di Cristo, Bologna. 1995, pagg. 324s.

“Che Dio… non protesti contro di noi…: “Perché lasciate morire i poveri di fame, e intanto spendete grandi ricchezze per edificare templi e imponenti sepolcri per la vostra memoria? Voi adornate con oro e argento involucri e lapidi, che null’altro ricoprono se non corpi morti e di null’altro parlano se non delle vanità in cui viveste, e intanto non vi curate di soccorrere quegli involucri che per davvero rappresentano Dio e racchiudono in sé lo Spirito Santo, di cui sono tempio. E infine, malgrado non perdiate mai la messa e la recita dei vespri, continuo a non vedere alcun cambiamento nei vostri costumi, né alcuna misericordia nelle vostre opere.” […]

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Una pagina “utopica”

Thomas More

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(1478-1535), Utopia, da J.I.G. Faus, Vicari di Cristo, Bologna. 1995, pagg. 378s.

Se tutte le cose, che le abitudini cattive e viziose hanno fatto apparire come sconvenienti e pregiudizievoli, dovessero essere rigettate come improprie e censurabili, per davvero noi cristiani dovremmo allora allontanare dalla nostra vista la maggioranza tanto delle cose che Cristo ci ha comandato, nel suo insegnamento, di fare… Ma i predicatori, gente astuta e sagace, quando hanno visto che gli uomini non conformavano che malamente i propri costumi alla legge di Cristo, hanno pensato bene di distorcere e cambiare la linea della sua dottrina e, quasi si fossero serviti di un righello di piombo, l’hanno adeguata ai costumi degli uomini, perché questi, almeno in qualche minima misura, possano ad essa corrispondere. Non vedo altro bene, in ciò che hanno fatto, se non che gli uomini possano ora operare male con maggiore impunità…

Dove le proprietà sono private, dove tutto il peso poggia sul denaro, è difficile e quasi impossibile, che la repubblica possa essere governata secondo giustizia e fiorire nella prosperità, a meno di pensare in questo modo: che si fa giustizia, là dove tutte le cose vanno a finire in mano di uomini cattivi; o che fiorisce la prosperità, là dove tutto viene spartito tra pochi…”

Merce, uomo e mercato

Wilhelm Emmanuel Freiherr von Ketteler

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(1811-1877), in Schriften. Ausgewaehlt und herausgeben, Monaco, 1911, iii, pagg. 17-19

“Non ci si può più ingannare oltre riguardo al fatto che l’esistenza della quasi totalità della classe lavoratrice (ossia: della maggioranza degli esseri umani negli stati moderni) è in balìa delle variazioni di mercato e del prezzo delle merci, per quanto riguarda la sopravvivenza delle proprie famiglie e per il quotidiano problema del pane necessario per l’uomo, la donna e i bambini. Non conosco nulla di maggiormente degno d’accusa di una tale contingenza.

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Beatitudine della povertà, tragedia della miseria

Jean-Baptiste Hénry Lacordaire

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(1802-1861), Discorso del 1847 alla Conferenza di S. Vincenzo de’ Paoli

Una splendida pagina di Lacordaire. Nemmeno troppo distante da quel che oggi si potrebbe dire sull’argomento.

“”Beato l’uomo che ha intelligenza del debole e del povero” (Sal 41, 2). Nel brano che ho scelto la Scrittura non dice: beato chi ha cura del povero, ma, più profondamente, beato chi ha intelligenza del povero. Ciò presuppone che la povertà sia, in qualche modo, un mistero, del quale esista una scienza che il mondo non conosce perfettamente, perché, se la conoscesse, il salmista non chiamerebbe “beato” l’uomo che ha intelligenza del povero. C’è una conoscenza della povertà che soltanto possiede solo la Chiesa, cui Dio ha mostrato tutti i suoi segreti (…). Esiste poi un livello seguente alla povertà, che è la miseria.

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Ancora sui poveri, ancora al tempo del Concilio

Pedro Juan-José Iriarte

(1913-1999) vescovo di Reconquista, Appello al Concilio, 1963, in P. Gautier, La Chiesa dei poveri e il Concilio, Firenze, 1965, pag. 194

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Ma io penso come è difficile per noi, poveri vescovi della Chiesa del Cristo nel XX secolo, trasmettere questo messaggio, che in origine è immerso nella povertà dell’incarnazione, della mangiatoia e della croce, predicato da un operaio che viveva senza aver nemmeno una tana come le volpi, che si esprimeva nel linguaggio familiare della dracma perduta; messaggio destinato oggi a uomini di austerità proletaria, il 65 per cento dei quali ha fame, e una parte vive nelle “favelas”, negli “slums”, nelle “bidonvilles”, che si chiamano tra di loro “compagni” e sono abituati al linguaggio incisivo e diretto dei loro leaders, alla sobrietà dei loro grattacieli, dei loro “jets” e degli “shorts” che portano i loro capi militari passandoli in rivista; mentre noi dobbiamo dare questo messaggio dall’alto dei nostri altari e dei nostri “palazzi” episcopali, nel barocco incomprensibile delle messe pontificali coi loro strani balletti di mitre, nelle perifrasi ancora più strane del nostro linguaggio ecclesiastico, e andiamo davanti al nostro popolo rivestiti di porpora… e il popolo viene da noi chiamandoci “Eccellenza Reverendissima” e piegando il ginocchio per baciare la pietra del nostro anello!

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La Chiesa e i poveri. L’intervento di Lercaro al Concilio

Giacomo Lercaro

(1891-1976), 7 dicembre 1962, in P Gautier, La Chiesa dei poveri e il Concilio, Firenze, 1965, pagg. 164ss.

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Profezie disattese e profeti scordati…

Ricordando, come hanno già fatto altri, il problema dell’evangelizzazione dei poveri, io sono ben lungi dal voler aggiungere un altro tema al sommario già troppo copioso degli argomenti trattati dal Concilio. Ma tengo ad affermare:

– Noi non daremmo soddisfazione alle più vere e più profonde esigenze del nostro tempo (ivi compresa la nostra grande speranza di favorire l’unità di tutti i cristiani), anzi ci sottarremmo ad esse, se trattassimo il tema dell’evangelizzazione dei poveri come uno dei numerosi temi del Concilio.

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La “speranza facile” dei pescatori

Estratto dal Diario di un fratello marinaio. Aprile 1957: testimonianza di un Piccolo Fratello di Gesù.

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Ho ritrovato, tra le pagine antologiche che nel tempo avevo raccolto, questo testo redatto da un discepolo di Charles de Foucauld. Mi sembra di trovarvi la grazia della semplicità e, insieme, della quotidianità profonda del credere cristiano nella sua essenza. Credere “incarnato” nel tempo e nella storia, soprattutto in quella dei semplici.

E’ oggi, col sole di primavera, che bisogna vedere l’angolo del porto dove si trovano i canotti dei pescatori della costa. Colori vivaci, fiammanti, ricoprono i battelli che sono stati prima grattati e lavati per togliere il sudiciume dell’anno precedente e i segno dell’inverno. Quello della fraternità è grigio chiaro all’interno, e verde chiaro all’esterno con un largo bordo di verde più scuro. Tutti i ragazzi sono là a lavorare, pieni di coraggio perché già si parla seriamente della presenza del pesce. L’inverno non è stato freddo, le acque si sono mantenute abbastanza calde e il pesce si avvicina facilmente alla costa. Quest’anno c’è un mese di anticipo sul tempo normale, e queste notizie, sulla banchina, si diffondono in fretta!

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Il cristiano nel rischio della storia

Carlos Alberto Libanio Christo (Frei Betto)

da Dai sotteranei della Storia, Verona, 1971

Imprigionato nel 1969 dal governo brasiliano, con accusa di attività sovversiva, il domenicano conosciuto da tutti col nome di Frei Betto (figura non certo semplice di polemista, teologo e pastore impegnato fattivamente ancora oggi nella politica brasiliana con prese di posizione fortemente orientate a “sinistra”), scrisse dal carcere  una serie di lettere che toccano al cuore il tema dell’impegno cristiano nella storia. Ci sono riminiscenze bonhoefferiane, tentativi di reinterpretare la storia, che forse non abbiamo ancora approfondito a sufficienza, certamente anche affermazioni che possono creare problema in un tempo, quale il nostro, in cui le ideologie sembrano sogni lontani. Ma io vi trovo anche una forza profetica più solenne e rigorosa rispetto sia alla quiescenza che alla rabbia che sembrano ispirare (da due prospettive diverse – ma lo sono davvero?) i nostri giorni.

S. Paulo 28/03/1970

Mio caro [Pedro], la tua lettera è piaciuta molto a tutti noi. Abbiamo sentito che non siamo soli in questa avventura e che comunque essa ha delle ripercussioni positive per il Vangelo. E’ quanto basta per giustificare la nostra prigionia. Non importa sapere quanto tempo resteremo qui. Importano i frutti che risulteranno da questo seme gettato nel carcere. Forse il nostro carisma è la testimonianza cristiana dietro le sbarre (ma questo Dio solo può saperlo) e il nostro cammino è simile a quello di san Paolo che si spostava da una prigione all’altra.

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