Chi siamo noi, di fronte ai poveri?

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L’Abbé Pierre, fondatore di Emmaus, scrisse questa pagina nel 1995

Se l’incontro con volti di portoghesi, arabi, africani, asiatici o il mondo variopinto dei meticci non avviene negli alberghi di lusso, ma nelle vecchie stradine delle nostre città, nelle «pensioni» miserabili e sovraffollate e nelle bidonvilles, allora chi siamo? Siamo sinceri. In questo caso non vorremmo essere lì. Prescindendo da quei fanatici che sognano solo soprusi o brutalità, espulsioni o assassini – ma si tratta di persone che abitualmente non frequentano i luoghi di incontro – fra noi, «gente per bene» se così si può dire, si trovano tre tipi di persone. Ci sono anzitutto «coloro che ignorano».

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Il cattivo funzionamento delle cose

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Basilio di Cesarea (329-397) Omelia in tempo di fame e di siccità, in PG 31, 309ss:

“Quale dunque la causa di tutti questi disordini e di tutte questi rivolgimenti?… Forse dobbiamo addurre il motivo che manca chi abbia il governo dell’universo? Forse che Dio, il più grande dei creatori, si è dimenticato della storia?…

No: la causa del cattivo funzionamento delle cose è evidente e sta davanti ai nostri occhi: il fatto che noi riceviamo e non doniamo a nessuno.

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Che cosa è l’Arca

Ecco il video dell’incontro di Jean Vanier e papa Francesco, nel programma dedicato all’Arche da TV2000. Omaggio a due degli uomini più grandi del nostro tempo e alle persone ferite, nelle periferie della storia, cui essi dedicano la vita.

Jean, Francesco e altre cose buone

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Oggi Jean Vanier ha incontrato papa Francesco in un’udienza privata. Jean Vanier è il fondatore dell’Arche, la forma di condivisione con persone con deficit intellettivo che, fondata 50 anni fa, è oggi diffusa in tutto il mondo, con oltre 150 comunità di vita comune. Un’esperienza che nasce da una intuizione evangelica radicale almeno quanto quella di Francesco d’Assisi: presso i più deboli, non solo bisogna fermarsi, ma bisogna anche restare; a loro non si deve solo dare, ma occorre, con loro, condividere e accogliere il dono della semplicità e immediatezza di relazioni che non hanno altro che se stesse da donare. Il povero, insegna Jean, non ha altro che la sua vita da condividere. La sua ricchezza è il suo cuore, ferito e, insieme, desideroso d’amore.

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Scendere la scala

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Più di vent’anni fa ho avuto la fortuna di incontrare Jean Vanier, il fondatore dell’Arche, comunità di vita che in aprile compirà i 50 anni, e che è ormai diffusa in tutto il mondo. Lo conobbi durante un incontro spirituale che lui teneva a un raduno di Fede e Luce, altra realtà nata dalla sua dedizione per i poveri. Ricordo come oggi l’esordio della sua meditazione di allora: “E’ necessario scendere la scala…”.

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C’è tra noi chi vende il giusto per denaro…

Oscar Arnulfo Romero

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(1917-1980), Da: Il mio sangue per la libertà del Salvador. Le omelie dell’Arcivescovo di San Salvador ucciso nella cattedrale, Eurostudio

La Chiesa non solo si è incarnata nel mondo dei poveri e dà loro una speranza, ma si è impegnata con fermezza nella loro difesa. La maggioranze povere del nostro Paese sono oppresse e represse quotidianamente dalle strutture economiche e politiche. Da noi continuano ad essere vere le terribile parole dei profeti d’Israele. Esistono fra noi quelli che vendono il giusto per denaro e il povero per un paio di sandali; quelli che ammucchiano nei loro palazzi violenza e bottino; quelli che schiacciano i poveri; quelli che cercano di provocare un regno di violenza, coricati in letti d’avorio; quelli che aggiungono casa a casa e campo a campo, fino a occupare tutto lo spazio e restarsene soli nel Paese.

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Il linguaggio della fede appartiene a chi soffre

J.B. Metz

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Dov’è finito Dio e dove l’uomo?, in Capacità di futuro, Queriniana, pagg. 140-141

[Riguardo al linguaggio religioso] il cristianesimo suggerisce un cambiamento nella questione di partenza. Per il cristianesimo, l’interrogativo di partenza non è “chi parla?”, ma “chi soffre?” Così si interroga la religione, quando si interroga sui soggetti. E anche circa il linguaggio dell’uomo, poiché per essa il linguaggio, il logos, non appartiene in primo luogo a chi pensa, ma a chi soffre.

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I conventi vuoti sono per la carne di Cristo

Un importante intervento sulle scelte di Chiesa è stato proposto da papa Francesco nel suo incontro di ieri al Centro Astalli di Roma, centro dei Gesuiti per l’accoglienza dei rifugiati. Vale davvero la pena leggerlo e meditarlo.

Servire. Che cosa significa? Servire significa accogliere la persona che arriva, con attenzione; significa chinarsi su chi ha bisogno e tendergli la mano, senza calcoli, senza timore, con tenerezza e comprensione, come Gesù si è chinato a lavare i piedi agli Apostoli. Servire significa lavorare a fianco dei più bisognosi, stabilire con loro prima di tutto relazioni umane, di vicinanza, legami di solidarietà. Solidarietà, questa parola che fa paura per il mondo più sviluppato. Cercano di non dirla. E’ quasi una parolaccia per loro. Ma è la nostra parola! Servire significa riconoscere e accogliere le domande di giustizia, di speranza, e cercare insieme delle strade, dei percorsi concreti di liberazione.

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La speranza cristiana, presenza nella storia

Carlo Alberto Libanio Cristo (Frei Betto)

 

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in Dai sotteranei della Storia, Verona 1971

 

S. Paulo 28/03/1970

Mio caro Pedro, la tua lettera è piaciuta molto a tutti noi. Abbiamo sentito che non siamo soli in questa avventura e che comunque essa ha delle ripercussioni positive per il Vangelo.

E’ quanto basta per giustificare la nostra prigionia. Non importa sapere quanto tempo resteremo qui. Importano i frutti che risulteranno da questo seme gettato nel carcere. Forse il nostro carisma è la testimonianza cristiana dietro le sbarre (ma questo Dio solo può saperlo) e il nostro cammino è simile a quello di san Paolo che si spostava da una prigione all’altra. Siamo tranquilli perché sappiamo di trovarci nel cammino che Gesù Cristo ha tracciato per la sua Chiesa. Tutti gli apostoli hanno vissuto il martirio. La Chiesa primitiva ha scritto la sua storia nelle prigioni, col sangue sparso nelle torture. Oggi diamo una testimonianza non solo di fede, ma anche di speranza, nel senso di presenza della storia: e dal momento che abbiamo scoperto la dimensione escatologica della rivelazione e della teologia, la prospettiva storica della nostra speranza ci ha condotto al carcere.

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Ci possono essere cattolici che non sono cristiani?

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Non esistono solo (e sembrava cosa scontata) i cristiani non cattolici. Esistono anche i cattolici che non sono cristiani. Il fatto mi si è rivelato come lampo luminosissimo, ieri mattina presto, tra la veglia e il sonno, come una rivelazione.

La tradizione spirituale e teologica cattolica ha, forse, per troppo tempo dovuto affrontare il primo caso (eretici, scismatici, atei devoti, sedicenti credenti…): nei confronti di costoro si è affannata a definire i paletti entro i quali si poteva aver salvezza e fuori dai quali nient’altro che dannazione (salvo poi spostare pali e riadattare staccionate, quando l’evidenza della vita interiore di alcuni confutava l’asserto teologico); dicevo: forse per troppo tempo il cattolicesimo si è dovuto preoccupare di definire i confini della propria ortodossia, giungendo a scordare un altro limite, forse anche più decisivo, che oggi emerge drammaticamente e con crescente violenza: non il confine entro il quale ci si può ancora dire cattolici, ma quello entro il quale ci si può ancora, onestamente, considerare cristiani.

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