Chiesa senza potere

M.I. Montuclard

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Il Vangelo in prigione (Jeunesse de l’Eglise)

Non basta spargere lamenti perché durante il XIX secolo la Chiesa ha perso la classe operaia e non basta esaltare le attività missionarie. […] Noi tutti insieme e personalmente dobbiamo riscoprire la Chiesa e il Vangelo nella loro energia peculiare, che è l’energia di Dio.

Se vogliamo che il messaggio cristiano sia accolto, dobbiamo predicare il Vangelo, dico il Vangelo e non già un umanesimo cristiano.  Se vogliamo che si creda alla Chiesa, dobbiamo presentare la Chiesa; e ciò significa vivere il nostro cristianesimo in modo che essa appaia, in virtù dei suoi mezzi soprannaturali e senza l’ausilio di inutili soccorsi umani, atta a generare una nuova umanità alla vita, alla libertà, alla fraternità e al culto del Dio vero.

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Porre domande

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George Steiner, La nostalgia dell’assoluto, Bruno Mondadori, pagg. 77-79

Una pagina di Steiner (1929), provocatoria come gran parte del suo pensiero.

Noi continueremo a porre domande. Il filosofo tedesco Heidegger centra il problema quando dice che le domande sono la pietà, la preghiera del pensiero umano. Io sono un po’ più brutale. Noi, in Occidente, siamo animali fatti per porre domande e per cercare di ottenere risposte, costi quel che costi. Non istituzionalizzeremo l’innocenza umana. Ci possiamo provare, di tanto in tanto. Possiamo cercare di trattare con più attenzione l’ambiente. Possiamo cercare di evitare almeno in parte la brutale devastazione, le crudeltà inutili nei confronti degli animali, nei confronti degli esseri umani meno privilegiati…

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L’inutile “religiosità” dell’avido

 

Pier Damiani

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(1007-1072), Opuscolo ai cardinali, in PL 145, 533. Da J.I.G. Faus, Vicari di Cristo, Bologna. 1995, pag. 138

Uno può anche essere casto, sobrio, ospitale, può nutrire i poveri, digiunare, può non dormire e passare notte e giorno cantando salmi, che, se però è avido, ha perso già tutto, fino al punto che, tra tutti i rei di crimini diversi, non si troverà nessuno peggiore di lui… Che ti servirà allora non uccidere? O non commettere adulterio? O non giurare il falso e conservarti immune da ogni peccato? Fin quando non getterai via da te l’avidità, non ci sarà nessuno peggiore di te… Non c’è cosa più iniqua che l’amore del denaro.”

Le armi e la fede

Thomas Müntzer

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(1467ca-1525) Discorso agli insorti di Allstedt, in J. Macek, La Riforma popolare, Firenze, 1973, pagg. 68s.

Le tensioni religiose misero a ferro e fuoco l’Europa post-medievale, mescolando processi di liberazione sociale e di affermazione della vera fede. Uno dei momenti più drammatici fu certamente quello della rivolta guidata da Thomas Müntzer, che fu ripresa anche dalla letteratura a noi contemporanea con le splendide pagine di apertura di “Q”.

Anzitutto il puro timore di Dio, cari fratelli. Quanto ancora dormirete? da quanto tempo avete cessato di professare la volontà di Dio in quanto, secondo voi, egli vi ha abbandonato? Ah! quante volte vi ho detto che così deve essere, che Iddio non può rivelarsi diversamente, dovete star quieti. Se non lo farete, il sacrificio, il vostro dolore straziante sarà stato vano. Voi dovete poi ritornare nuovamente nel dolore. Questo vi dico: se non volete soffrire per Dio, dovete essere martiri del diavolo.

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Un genocidio da non dimenticare

Bartolomé de Las Casas

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(1484-1566) Brevissima relazione della distruzione delle Indie.

Un’indimenticabile pagina, scritta da un testimone oculare, su uno dei fatti più drammatici (e dimenticati) della storia della Conquista delle Americhe.

Furono discoperte le Indie l’anno millequattrocentonovantadue. L’anno seguente cominciarono ad abitarle i Cristiani Spagnuoli; di modo che sono quarantanove anni che quantità di Spagnuoli vi andarono: e la prima terra nella quale entrarono per abitarvi fu la grande e felicissima isola Spagnuola, che ha seicento leghe di circuito.

Vi sono all’intorno da tutte le parti altre isole infine e molto grandi: ed erano (e noi le abbiamo viste) le più abitate e piene di popoli Indiani, loro naturali, che possa esser terra popolata nel mondo.

La terra ferma, che dalla parte più vicina è distante da quest’isola poco più di ducento e cinquanta leghe, ha di costa marittima più di diecimila leghe discoperte (ed ogni giorno se ne scuoprono di più), tutte piene di genti come un alveare di api, in quello che si è scoperto fino all’anno del quarantuno; sicché pare, che Iddio abbia posto in quei paesi tutta o la maggior parte del linguaggio umano.

Tutte queste infinite genti creò Iddio totalmente semplici, senza malizia nè doppiezza, obbedientissime e fedelissime ai loro signori naturali e alli Cristiani ai quali servono: sono le più umili, pazienti, pacifiche e quiete, di quanti siano al mondo; senza contese nè tumulti, non rissose, non querule; senza rumori, senz’odio, senza desiderio di vendetta.

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Una parabola sociale (attualissima?)

Felicité Robert de Lamennais

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(1782-1854), Parole di un credente (1834), Milano, 1991, passim

Un’impressionante parabola sociale di Lamennais, scritta quasi due secoli fa, ma che rischia di sembrare drammaticamente profetica…

In principio il lavoro non era necessario all’uomo per vivere la terra spontaneamente rispondeva a tutti i bisogni. Ma l’uomo fece il male e poiché si era ribellato a Dio, la terra si rivoltò contro di lui. […] E Dio diede loro ancora questo precetto: Aiutatevi reciprocamente, perché tra voi ci sono i più forti e i più deboli, i sani ed i malati, eppure tutti devono vivere. […]

Un tempo vi fu un uomo malvagio e maledetto dal cielo. E quest’uomo era forte e odiava il lavoro e disse a se stesso: Come farò? se non lavoro morirò e il lavoro mi è insopportabile. Allora concepì in cuor suo un pensiero infernale. Se ne andò in giro la notte e sorprese alcuni suoi fratelli dormienti e li caricò di catene. Perché, diceva a se stesso, li costringerò così, con le verghe e la frusta, a lavorare per me e mangerò i frutti del loro lavoro. E fece ciò che si era proposto e altri, vedendolo, fecero altrettanto e non ci furono più fratelli ma signori e schiavi. Fu un giorno di lutto sulla terra.

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La polemica di Giannone sul rapporto tra regno dei cieli e Regno sulla terra

Pietro Giannone

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(1676-1748), Vita scritta da lui medesimo

La polemica cosiddetta “anticurialista” poneva l’accento sulla distanza netta esistente tra le strutture statali e quelle ecclesiastiche, accentuando la necessità di mantenere estranea la compagine ecclesiale dalla laicità dello Stato. Si percepisce nel testo di Giannone (una delle grandi figure di pensatore dell’illuministo napoletano) la difficile accoglienza non tanto del messaggio cristiano, ma della sua “mediazione” politica. La domanda di fondo sulla funzione del potere ecclesiale non ha perso nulla della sua forza.

Adunque, seriamente riflettendo sopra il libro degli Evangeli e gli Atti di San Luca, e spezialmente l’Epistole di san Paolo, che avea sempre nelle mani, compresi che l’immutazione dell’uomo dallo stato di natura in quello di grazia, consisteva l’avere Iddio, per infinita sua bontà e beneficenza, mandato il suo Verbo nel mondo, ad assumere carne umana nell’utero della Vergine ebrea, che lo concepì senza ministero d’uomo terreno, ma di spirito divino, affinché questo Messo, uomo insieme a Dio, conversando fra gli uomini, gli fosse di lume e scorta, additandogli la vera e sicura strada, onde da terreni e mortali, potessero rendersi immortali e celesti.

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Ancora sui poveri, ancora al tempo del Concilio

Pedro Juan-José Iriarte

(1913-1999) vescovo di Reconquista, Appello al Concilio, 1963, in P. Gautier, La Chiesa dei poveri e il Concilio, Firenze, 1965, pag. 194

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Ma io penso come è difficile per noi, poveri vescovi della Chiesa del Cristo nel XX secolo, trasmettere questo messaggio, che in origine è immerso nella povertà dell’incarnazione, della mangiatoia e della croce, predicato da un operaio che viveva senza aver nemmeno una tana come le volpi, che si esprimeva nel linguaggio familiare della dracma perduta; messaggio destinato oggi a uomini di austerità proletaria, il 65 per cento dei quali ha fame, e una parte vive nelle “favelas”, negli “slums”, nelle “bidonvilles”, che si chiamano tra di loro “compagni” e sono abituati al linguaggio incisivo e diretto dei loro leaders, alla sobrietà dei loro grattacieli, dei loro “jets” e degli “shorts” che portano i loro capi militari passandoli in rivista; mentre noi dobbiamo dare questo messaggio dall’alto dei nostri altari e dei nostri “palazzi” episcopali, nel barocco incomprensibile delle messe pontificali coi loro strani balletti di mitre, nelle perifrasi ancora più strane del nostro linguaggio ecclesiastico, e andiamo davanti al nostro popolo rivestiti di porpora… e il popolo viene da noi chiamandoci “Eccellenza Reverendissima” e piegando il ginocchio per baciare la pietra del nostro anello!

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L’ossimoro: presbitero e giovane. E l’ipotesi seria di un diaconato (impermanente)

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Riprendo e cerco di concludere la riflessione iniziata ieri.

Come si può essere presbitero (ossia “anziano”) a 25 anni? Ma anche a 30? Come si può anche solo pensare di governare le coscienze altrui e le forme di vita altrui (poiché questo è il ministero pastorale nella sua essenza: governo delle strutture e dei cuori, nel senso migliore del termine, s’intende), quando si è appena all’inizio del lavoro di governo su di sé?

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Sacro e potere, giogo non leggero

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Riprendo qui, come ogni venerdì, le mie riflessioni su temi ecclesiali. In particolare sul ruolo e il futuro del presbitero. Ringrazio tutti quelli che, sia nel blog, sia a voce, mi stanno aiutando a “verbalizzare”.

Un amico prete (che stimo davvero) mi faceva notare, in riferimento alla precedente riflessione, come molti preti non abbiano in nessun modo percezione di sé come di “uomini sacri”. Il che, a mio parere, incancrenisce più che lenire la ferita. Non c’è peggior danno che si possa fare a se stessi che quello di vivere in una condizione di inautenticità. Non perché i preti che affermano di non essere uomini sacri siano particolarmente disonesti (l’assenza di autenticità e la mancanza di onestà non sono per nulla la stessa cosa), ma per il semplice fatto che negano a parole una condizione che di fatto hanno accettato, sottomettendosi al sacramento (appunto!) dell’Ordine. Di conseguenza molti preti si trovano spesso a vivere una condizione border line, in qualche modo schizofrenica.

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