Contro Agostino

Pelagio britannico

Pelagius

(360-420) Lettera sulla castità, Morcelliana, pp. 133-137

Una pagina di grande lucidità, in cui Pelagio cerca di distinguere gli elementi che permettono una ‘vita buona’: il poterla agire (che appartiene, secondo lui, a dio solo), il volerla agire e l’agirla di fatto (che sono invece parte dell’umano e che consentono una scelta che si possa davvero dire libera).

 «Noi distinguiamo così questi tre fattori e li disponiamo come distribuiti in questo determinato ordine. Al primo posto mettiamo il potere, al secondo il volere, al terzo l’essere. Collochiamo il potere nella natura, il volere nell’arbitrio e l’essere nell’attività. Il primo, cioè il potere, appartiene propriamente a Dio che l’ha concesso alla sua creatura; gli altri due invece, il volere e l’essere, sono da riportarsi all’uomo, perché discendono dalla fonte dell’arbitrio.

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L’uomo sa compiere il bene

Pelagio Britannico

Pelagius

(360-420) Lettera a Demetriade

Una delle più belle pagine del grande avversario di Agostino nella diatriba sulla Grazia e la libertà.

«Pur avendolo creato debole e inerme esteriormente, Dio creò l’uomo forte interiormente, facendogli dono della ragione e della saggezza, e non volle che fosse un cieco esecutore della sua volontà, ma che fosse libero nel compiere il bene o il male. Se ci pensi bene, ti apparirà evidente come, proprio per questo, la condizione dell’uomo sia più alta e dignitosa, dove sembra e si crede invece più misera.

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