L’esame di coscienza di papa Francesco

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Essendo la Curia un corpo dinamico, essa non può vivere senza nutrirsi e senza curarsi. Difatti, la Curia – come la Chiesa – non può vivere senza avere un rapporto vitale, personale, autentico e saldo con Cristo . Un membro della Curia che non si alimenta quotidianamente con quel cibo diventerà un burocrate (un formalista, un funzionalista, un impiegatista): un tralcio che si secca e pian piano muore e viene gettato lontano. La preghiera quotidiana, la partecipazione assidua ai Sacramenti, in modo particolare all’Eucaristia e alla riconciliazione, il contatto quotidiano con la parola di Dio e la spiritualità tradotta in carità vissuta sono l’alimento vitale per ciascuno di noi. Che sia chiaro a tutti noi che senza di Lui non potremo fare nulla (Cfr. Gv 15, 8).

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Il Sinodo e i nemici

Rompo il silenzio per postare questo commento di Enzo Bianchi, tra le migliori cose lette in questo periodo.

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Kokoschka, Hans Tietze and Erica Tietze, 1909

Da La Stampa, 12 ottobre 2014

Subito dopo l’elezione di papa Francesco, il cardinal Ravasi dichiarò: “C’è un respiro nuovo che aspettavamo”. Oggi, dopo venti mesi di pontificato, possiamo dire che si è creato un altro clima nel tessuto ecclesiale: un clima di libertà di parola nel quale con parresia ogni cattolico, vescovo o semplice fedele, può lasciar parlare la propria coscienza e dire quello che pensa, senza essere subito messo a tacere, censurato o addirittura punito, come avveniva negli ultimi decenni. Questo non significa clima idilliaco, perché conflitti anche aspri sono presenti in seno alla chiesa – come del resto è testimoniato già negli scritti del Nuovo Testamento – ma se questi sono vissuti senza scomuniche reciproche, se ciascuno ascolta le ragioni dell’altro senza fare di lui un nemico, se tutti hanno cura di mantenere la comunione, allora anche i conflitti sono fecondi e servono ad approfondire e a meglio dar ragione delle speranze che abitano il cuore dei cristiani.

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Jean, Francesco e altre cose buone

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Oggi Jean Vanier ha incontrato papa Francesco in un’udienza privata. Jean Vanier è il fondatore dell’Arche, la forma di condivisione con persone con deficit intellettivo che, fondata 50 anni fa, è oggi diffusa in tutto il mondo, con oltre 150 comunità di vita comune. Un’esperienza che nasce da una intuizione evangelica radicale almeno quanto quella di Francesco d’Assisi: presso i più deboli, non solo bisogna fermarsi, ma bisogna anche restare; a loro non si deve solo dare, ma occorre, con loro, condividere e accogliere il dono della semplicità e immediatezza di relazioni che non hanno altro che se stesse da donare. Il povero, insegna Jean, non ha altro che la sua vita da condividere. La sua ricchezza è il suo cuore, ferito e, insieme, desideroso d’amore.

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Cosa succederà a Medjugorje?

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A fine gennaio scorso si è concluso il lunghissimo lavoro della Commissione d’inchiesta vaticana sulle apparizioni di Medjugorje. Immediatamente i negatori della veridicità delle apparizioni hanno cominciato a sorridere e a scomodare papa Francesco e le sue affermazioni sulla Madonna postina, per lasciar intendere che, finalmente, si metterà un punto finale a un fenomeno che, a detta di molti, è soltanto un imbroglio ben architettato.

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Il testamento di un Papa

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Sto concludendo in questi giorni la lettura dell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium, e sento necessario fermarmi a fare qualche riflessione su questo testo che ha accompagnato i miei (confesso, sempre pochi) momenti di meditazione.

1. Innanzitutto, non leggevo per intera una lettera magisteriale dai tempi della Redemptor Hominis (acccidenti, da più di 30 anni!). Semplicemente perché questo genere di testi mi annoiava e mi annoia. Limite mio, probabilmente, ma che con questa lettera non si è ripresentato. Anzi! Dopo aver fatto uso, per la mia meditazione personale, negli ultimi mesi, di testi di Tich Naht Hahn, del commento di Gandhi alla Baghavad Gita, del Diario della beata Angela da Foligno… mi sono trovato a meditare sul libro di un Papa.

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Consigli di lettura 2

1) Il libro per chi ha poco tempo, ma voglia di qualcosa di “forte”…

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S. Weil, L’amore di Dio prima che venga Dio, San Paolo – € 7,90 (ebook € 4,99)

Abbiamo da poco celebrato il 70° anniversario della morte (31 agosto 1943) di questa straordinaria protagonista del pensiero e della spiritualità del secolo scorso, vero incrocio tra il pensiero greco, ebraico e cristiano. In questo volume, in una mia traduzione che spero efficace, alcune delle sue riflessioni più significative sull’amore di Dio: “La forma velata dell’amore precede necessariamente la presenza di Dio e, spesso, regna essa sola nell’anima per lungo tempo; per molti, forse fino alla morte. Questo amore velato può attingere a gradi elevatissimi di purezza e di forza. Ogni forma di cui questo amore è suscettibile, nel momento in cui tocca l’anima, ha la virtù di un sacramento”.

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Finalmente! Oltre il relativismo

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Chi ha letto con attenzione l’esortazione apostolica Evangelii Gaudium si sarà reso conto che siamo di fronte a una svolta epocale, per diversi aspetti e per precise indicazioni: uno di questi è evidente, non c’è nemmeno bisogno di commentarlo, nella parte che qui riportiamo. Siamo finalmente fuori dalle paludi della paura del relativismo. Speriamo di non tornarci più!

In seno alla Chiesa vi sono innumerevoli questioni intorno alle quali si ricerca e si riflette con grande libertà. Le diverse linee di pensiero filosofico, teologico e pastorale, se si lasciano armonizzare dallo Spirito nel rispetto e nell’amore, possono far crescere la Chiesa, in quanto aiutano ad esplicitare meglio il ricchissimo tesoro della Parola. A quanti sognano una dottrina monolitica difesa da tutti senza sfumature, ciò può sembrare un’imperfetta dispersione. Ma la realtà è che tale varietà aiuta a manifestare e a sviluppare meglio i diversi aspetti dell’inesauribile ricchezza del Vangelo.

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Le parole sono pietre

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E’ la settimana dell’esortazione apostolica di papa Francesco ed è inevitabile parlarne. Innanzitutto è il primo ampio documento completamente di suo pugno (l’enciclica precedente era “a metà” con papa Ratzinger) e quindi era attesa, giustamente, come una sorta di documento programmatico. Da questo punto di vista non ha deluso. I temi trattati e accennati, anche spradicamente, in questi mesi ci sono tutti, legati da un filo rosso che, se non è soprendente, dimostra una coerenza che va al di là di ogni discorso banale: il profondo legame che il papa sente tra il tema della gioia e quello della carità. Due argomenti di cui ultimamente la nostra società sembra davvero povera e verso i quali appare debole e irrisolta. Più la gioia, paradossalmente, che la carità: ci sono sempre più volti cupi e sempre più “coltivazioni di rancore, rabbia, violenza”. Ma non volevo parlare di questo.

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La coscienza del non credente

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Sto scrivendo un po’ troppo su questo papa… Me lo ha detto qualche amico e me lo dico da solo. Ma è possibile evitarlo? In questi giorni, per esempio, come non riflettere su quella che ormai tutti chiamano “Lettera ai non credenti” (e già per questo titolo come si potrebbe non pensare al cardinal Martini, di cui abbiamo celebrato da poco la memoria, un anno dopo la sua morte)? Come non prendere in seria considerazione, per esempio, un’affermazione che in essa è contenuta: “Il peccato, anche per chi non ha la fede, c’è quando si va contro la coscienza.” Definizione non certo nuova nella morale cristiana, che conosce l’idea della “coscienza invincibilmente erronea” da lungo tempo. Eppure sembra così innovativo: si pecca quando non si aderisce al giudizio della propria coscienza; quando si vive contro coscienza (contro cultura, quindi, non contro natura: diciamocelo!) ossia, quando non si fa verità in noi stessi.

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