Un bacio, un bastone

di don Davide Caldirola

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Durer, Adorazione dei Magi – Esposta in questi giorni al Museo Diocesano di Milano, Chiostri di Sant’Eustorgio

Come ogni anno approfitto della vena letteraria del caro amico don Davide Caldirola, per un augurio che combina bene fede e amicizia riconoscente.

Frenesia e confusione a Betlemme. Gente da tutte le parti, forestieri disorientati e sprovveduti, pellegrini con le gambe stanche e lo sguardo perduto in mezzo al traffico. Mai vista una roba del genere in quel villaggio da niente. Un’occasione d’oro per noi ladri, almeno sulla carta. Perché non era così semplice rubacchiare qualcosa ai poveri diavoli arrivati per il censimento: troppi soldati romani a controllare i vicoli e gli incroci, troppa concorrenza di borseggiatori più veloci della luce, tagliagole senza scrupoli, delinquenti di lungo corso. E io – a dire il vero – non sono mai stato bravo nemmeno a rubare: un mestiere che ho cominciato a fare quando ho capito che non valevo niente, non tenevo forza nelle braccia e mi vergognavo a vivere da mendicante.

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Dio non butta via niente

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di Davide Caldirola

Stavo pensando a che postare per fare gli auguri a tutti, quando un caro amico (che è anche un delicato scrittore e che molti che seguono il blog conoscono bene) mi ha inviato questo suo testo. Ho pensato che non potevo fare di meglio che riportarlo. Auguri, dunque!

Bussò alla cella dell’abate Anselmo, una gelida mattina di dicembre, il giovane monaco Bastiano, un converso impacciato e zelante, noto per la sua devozione e per qualche scrupolo di troppo. “È permesso?”, chiese educatamente, inciampando nel gradino della soglia. “Ancora qui?”, fece di rimando l’abate, alzando lo sguardo dallo scrittoio sul quale giaceva aperto il libro del profeta Isaia. Non proprio incoraggiato dalla rude risposta del superiore, Bastiano balbettò generiche parole di scusa, e si affrettò a spiegare il motivo della visita. “Perdoni, reverendo padre, ma mi ritrovo in una grande angoscia. Siamo ormai prossimi alla festa della nascita di Cristo – pochi giorni soltanto – ma io non sento più il Natale. Mi pare di essere diventato un miscredente, un ateo, un senza Dio. Né le dolci parole dei salmi, né i canti melodiosi e le musiche, le luci e i presepi, e neppure le piccole e frequenti rinunce sembrano destare il mio spirito. Mi sento vuoto, distante, perduto”. L’abate Anselmo lo guardò al di sopra delle lenti da presbite, e senza prestargli molta attenzione gli rispose soltanto: “Sei stato troppo tempo chiuso in cella. Esci per strada, gira la città, e impara dalla vita. Poi torna da me, e racconta”.

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Gli auguri secondo Carlo Maria Martini

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Riprendo parte del testo che fu pubblicato su Repubblica nel dicembre 2003 (esattamente 10 anni fa) e che in diversi hanno postato nei loro auguri di questi ultimi giorni. Lo faccio mio, lo sento mio davvero fino in fondo, come molte delle cose che il Cardinale ci ha lasciato: ennesimo esempio di una fede coniugata sempre con la lucidità.

Mi sono sempre sentito a disagio con la facilità con cui a Natale e poi a Capodanno si fanno gli auguri di beni grandiosi e risolutivi, auspicando che le feste che celebriamo portino pace, salute, giustizia, concordia.

Quando diciamo queste parole sappiamo bene che per lo più non si avvereranno e passata l’euforia delle feste ci troveremo più o meno con gli stessi problemi . Non è questa l’intenzione della Chiesa nel celebrare la festa del Natale.

Essa intende ricordare con gratitudine il piccolo evento di Betlemme che, per chi crede, ha cambiato la storia del mondo e ci permette di guardare con fiducia anche ai momenti difficili della vita , in quanto illuminati e riscattati dal senso nuovo dato dalle vicende umane dalla presenza del figlio di Dio. Ma non ci si limita al ricordo commemorativo. Si proclama la fiducia nella venuta di Colui che «tergerà ogni lacrima dai loro occhi», per cui « non ci sarà più morte, né lutto, né lamento, né affanno » (Apocalisse 21,4) e si rinnova la speranza con al quale « noi aspettiamo nuovi cieli e una nuova terra, nei quali avrà stabile dimora la giustizia» (2 Pietro 3,13). Per questo il grido dei primi cristiani, riportato nella pagina conclusiva dell’Apocalisse, era: « Vieni, Signore Gesù! ».

Ma questa attesa non è passiva: essa è ispiratrice di tutti quei gesti che pongono fin da ora segnali di giustizia, di riconciliazione e di pace di questa nostra terra pur così tormentata da lacerazioni e ingiustizie. In questo senso anche lo scambio di auguri di contenuto alto può esprimere la volontà di impegnarsi e la fiducia nella forza dello spirito che guida gli sforzi umani. […]

In questo quadro ci permettiamo allora di rinnovarci per Natale e per il nuovo anno anche gli auguri più alti e impegnativi, con la fiducia che non sono solo parole ma premesse di fatti coraggiosi per un avvenire migliore per tutti.

(da “La Repubblica”, 24 dicembre 2003)

Fratel Carlo e la ragazza fra i Tuareg

Carlo Carretto

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Beata te perché hai creduto, Edizioni Paoline, pagg. 9-13

«Vivevo nell’Hoggar in una fraternità di Piccoli Fratelli del Padre De Foucauld e mi guadagnavo il pane lavorando sulle piste di Tit. Mi ero affezionato ai Tuareg e spesso parlavo con loro. Fu durante un incontro con i Tuareg che io venni a sapere, quasi per caso, che una ragazza dell’accampamento era stata promessa sposa ad un giovane di un altro accampamento. La ragazza non era ancora andata ad abitare con lo sposo, perché era troppo giovane. Istintivamente avevo collegato il fatto al brano del Vangelo di Luca, dove si racconta proprio che la Vergine Maria era stata promessa sposa a Giuseppe, ma non era ancora andata ad abitare con lui.

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