Sulla stupidità

Una breve riflessione sul libro bonhoefferiano LA VITA RESPONSABILE, da me curato in occasione del 70° anniversario del martirio del teologo di Tegel (9 aprile scorso) e registrato per il  sito www.synesio.it su cui pure è stato pubblicato.

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La scelta spirituale

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In questi giorni si sta svolgendo l’annuale appuntamento di TORINO SPIRITUALITA’ (qui il programma). Il tema di quest’anno è IL VALORE DELLA SCELTA. Della scelta religiosa, certamente, ma anche della scelta tout court, poiché sempre di più cresce la consapevolezza che la scelta umana e la scelta spirituale siano la medesima cosa. D’altro canto, si separa sempre di più la relazione, un tempo assoluta, tra vita spirituale e religione/religioni. L’impressione è che stiamo scoprendo con maggior consapevolezza la nostra relazione personale con l’Assoluto (lasciatemelo chiamare così, per ora) in qualunque forma esso si presenti, proprio mentre percepiamo che l’appartenenza a un credo ben definito non è così essenziale per la nostra esistenza (e per la nostra salvezza: anche qui, lasciamo che sopravviva questo termine che ha una lunga storia).

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Fedeltà, mondanità e spiritualità: cosa pensa il nuovo papa

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Stavo per scrivere una riflessione, a caldo, su quel che il nuovo papa mi aveva “mosso” dentro, quando ho trovato questa sua intervista (è del 2007, la si può leggere integrale cliccando qui) e ho pensato che, prima di dire qualcosa, valesse la pena ascoltare il protagonista stesso di questa vicenda. E’ una breve lettura che mi ha sorpreso e per la quale garantisco che ne vale la pena.

«Il restare [fedeli alla tradizione], il rimanere fedeli implica un’uscita. Proprio se si rimane nel Signore si esce da sé stessi. Paradossalmente proprio perché si rimane, proprio se si è fedeli si cambia. Non si rimane fedeli, come i tradizionalisti o i fondamentalisti, alla lettera. La fedeltà è sempre un cambiamento, un fiorire, una crescita. Il Signore opera un cambiamento in colui che gli è fedele. È la dottrina cattolica. San Vincenzo di Lerins fa il paragone tra lo sviluppo biologico dell’uomo, tra l’uomo che cresce, e la Tradizione che, nel trasmettere da un’epoca all’altra il depositum fidei, cresce e si consolida con il passo del tempo… […]

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“Io cerco Dio!”

Friedrich Nietzsche

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(1844-1900), La gaia scienza (1882) Libro terzo

La straordinaria pagina di Nietzsche sulla morte di Dio. Uno dei punti da cui, da allora, occorre passare per ogni riflessione sul divino e per il confronto con la laicità.

Non avete voi udito parlare di ‘quell’uomo folle, il quale in pieno giorno acce­se la sua lanterna, e corse intorno per il mercato, gridando senza mai cessare: “Io cerco Iddio! Io cerco Iddio!” – E poiché vi erano parecchi di coloro che non credono in Dio, egli suscitò fra loro una grande risata. S’è smarrito egli, Iddio, forse? – chiese uno. O è scappato, come un fanciullo? – domandò un altro. O si tiene egli nascosto? O ch’egli, forse, ci teme? Ovvero, è salito sulla nave? è emi­grato? – così gridavano essi, bofonchiando fra lo­ro.

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Rileggendo il Sillabo degli errori (1864)

in Acta Sanctae Sedis, 3 (1867), 168

Di alcuni testi resta, spesso, solo l’immagine nella memoria. Il rischio è che questa immagine, col tempo, perda colore. Rileggerli, almeno in parte, serve a ricordare da dove veniamo quando dibattiamo di alcune questioni.

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1. Panteismo, Naturalismo e Razionalismo assoluto

[E’ un errore…] ‘Ritenere che non esista altro divino Potere, Essere Supremo, Saggezza e Provvidenza distinti dall’Universo… che le profezie e i miracoli narrati nelle Sacre Scritture siano fantasia dei poeti…’

2. Razionalismo moderato

[E’ un errore…] ‘Ritenere che la chiesa dovrebbe tollerare gli errori di filosofia lasciando alla filosofia la preoccupazione delle proprie correzioni. Che i decreti della diocesi apostolica e delle congregazioni romane ostacolino il libero progresso delle scienze. Che il metodo e i principi con i quali gli anziani Dottori della scolastica hanno coltivato lo studio della teologia non siano più adatti alle richieste dei tempi…’

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Chiesa, contestazioni e “margine di fraternità”

Yves Congar

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(1904-1995), Vera e falsa riforma della Chiesa – postilla all’edizione del 1968, Milano, 1972, pagg. 437ss.

Una lucida riflessione (di 50 anni fa!) sul tema della gestione e delle conseguenze del Concilio e della contestazione alla e nella Chiesa. Un linguaggio alla ricerca dell’equilibrio “fraterno” nella dialettica tra fedeltà e trasformazione.

Gli avvenimenti del maggio-giugno 1968, che hanno bloccato per due mesi le bozze della presente ristampa in fondo ad un sacco postale, ci spingono ad aggiungere alcune pagine alla conclusione… Alla situazione post-conciliare della chiesa, già difficile, quegli avvenimenti hanno aggiunto le incertezze di un clima rivoluzionario e di una contestazione universale e permanente. In un clima del genere, le cose ieri ancora solide e sicure appaiono di colpo superate o almeno prive di interesse.

Non è stato il Concilio a creare i nuovi problemi né la nuova disposizione d’animo. E’ ingiusto e anzi insulso attribuirgli le difficoltà che proviamo oggi, con un sentimento d’inquietudine e di pena, perfino nel dominio della fede.

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La “speranza facile” dei pescatori

Estratto dal Diario di un fratello marinaio. Aprile 1957: testimonianza di un Piccolo Fratello di Gesù.

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Ho ritrovato, tra le pagine antologiche che nel tempo avevo raccolto, questo testo redatto da un discepolo di Charles de Foucauld. Mi sembra di trovarvi la grazia della semplicità e, insieme, della quotidianità profonda del credere cristiano nella sua essenza. Credere “incarnato” nel tempo e nella storia, soprattutto in quella dei semplici.

E’ oggi, col sole di primavera, che bisogna vedere l’angolo del porto dove si trovano i canotti dei pescatori della costa. Colori vivaci, fiammanti, ricoprono i battelli che sono stati prima grattati e lavati per togliere il sudiciume dell’anno precedente e i segno dell’inverno. Quello della fraternità è grigio chiaro all’interno, e verde chiaro all’esterno con un largo bordo di verde più scuro. Tutti i ragazzi sono là a lavorare, pieni di coraggio perché già si parla seriamente della presenza del pesce. L’inverno non è stato freddo, le acque si sono mantenute abbastanza calde e il pesce si avvicina facilmente alla costa. Quest’anno c’è un mese di anticipo sul tempo normale, e queste notizie, sulla banchina, si diffondono in fretta!

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Il monaco e le culture del mondo

A. da Rocha

Ascoltare lo Spirito Santo nei segni dei tempi, in AA.VV., La vita monastica. Vita nello Spirito Santo alla luce delle sfide di oggi,  Parma 1991:

Il monastero si troverà sempre di più circondato da gente di varie culture e religioni, senza parlare di dove il monastero è fondato in mezzo a popolazioni di altre culture e religioni. Si chiuderà ad esse o si aprirà? In passato il monastero, sia in Occidente che in Oriente, è stato un centro di Evangelizzazione e di unità; un luogo in cui hanno trovato accoglienza uomini di ogni strato sociale, di ogni razza e cultura. Il suo ruolo nella formazione della cultura è stato notevole e qualche volta determinante. Mi pare che ci troviamo in un’epoca che richiede dal monaco e dal suo monastero una nuova e assai più grande apertura e servizio. Più che mai è richiesto da esso di esser parte di quella Chiesa che si è definita come Sacramento di Salvezza e di Unità per tutto il genere umano, e il genere umano è oggi più vario che mai e più vicino che mai nella sua pluralità e varietà al monastero.

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Il cristiano nel rischio della storia

Carlos Alberto Libanio Christo (Frei Betto)

da Dai sotteranei della Storia, Verona, 1971

Imprigionato nel 1969 dal governo brasiliano, con accusa di attività sovversiva, il domenicano conosciuto da tutti col nome di Frei Betto (figura non certo semplice di polemista, teologo e pastore impegnato fattivamente ancora oggi nella politica brasiliana con prese di posizione fortemente orientate a “sinistra”), scrisse dal carcere  una serie di lettere che toccano al cuore il tema dell’impegno cristiano nella storia. Ci sono riminiscenze bonhoefferiane, tentativi di reinterpretare la storia, che forse non abbiamo ancora approfondito a sufficienza, certamente anche affermazioni che possono creare problema in un tempo, quale il nostro, in cui le ideologie sembrano sogni lontani. Ma io vi trovo anche una forza profetica più solenne e rigorosa rispetto sia alla quiescenza che alla rabbia che sembrano ispirare (da due prospettive diverse – ma lo sono davvero?) i nostri giorni.

S. Paulo 28/03/1970

Mio caro [Pedro], la tua lettera è piaciuta molto a tutti noi. Abbiamo sentito che non siamo soli in questa avventura e che comunque essa ha delle ripercussioni positive per il Vangelo. E’ quanto basta per giustificare la nostra prigionia. Non importa sapere quanto tempo resteremo qui. Importano i frutti che risulteranno da questo seme gettato nel carcere. Forse il nostro carisma è la testimonianza cristiana dietro le sbarre (ma questo Dio solo può saperlo) e il nostro cammino è simile a quello di san Paolo che si spostava da una prigione all’altra.

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Teologia e bellezza

Hans Urs von Balthasar

(1905-1988), Gloria. Un’estetica teologica, cit. in Ardusso-Ferretti-Pastore-Perone, La teologia contemporanea, Torino, 1980, pagg. 408ss.

Ripropongo qui una delle pagine più belle, profonde ed evocative della teologia balthasariana. In un tempo complesso come quello che viviamo, il richiamo alla bellezza come ultima parola del pensiero del mondo e prima parola del pensiero credente, recupera tutta la sua importanza.

La parola, con cui in questo primo volume incominciamo una serie di studi teologici, è una parola con cui il filosofo non incomincia, ma piuttosto finisce; è una parola che, nel concerto delle scienze esatte, non ha avuto voce e spazio garantito e sicuro e che, quando è scelta come tema, tra gli specialisti affaccendati in molteplici cure, sembra possa essere scelta solo da un ozioso amatore; una parola infine da cui, nel nostro tempo, tanto la religione che la teologia si sono distanziate e separate con una decisa linea di confine; brevemente, una parola tre volte inattuale, della quale non si può fare sfoggio e con cui si rischia di scomodare tutti. Tuttavia, se il filosofo non può incominciare con essa ma (sempre che non l’abbia perduta per strada) al massimo con essa terminare, non dovrà forse essere il cristiano, proprio per questo motivo, a poterla scegliere come sua prima parola? E dal momento che le scienze esatte (e anche la teologia, nella misura in cui si fa sempre più simile, metodologicamente, alle scienze esatte, e si nutre della loro atmosfera) non trovano più tempo per essa, allora non potrebbe forse essere questo il momento migliore per spezzare tale specie di esattezza, che è in grado di cogliere sempre soltanto un campo particolare della realtà, per ritornare a considerare la verità del tutto, la verità come qualità trascendentale dell’essere, che non è nulla di astratto, ma che è il legame vivente tra Dio e il mondo? E infine, poiché la religione del nostro tempo si è liberata di questa parola, non dovrebbe rimanere oziosa, nell’osservare una buona volta quale volto (se ha ancora un volto) possa mostrare una religione così spogliata.

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