Il bene è ricchezza vicendevole

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dal sito http://www.anacoreti.it

Da Detti inediti dei padri del deserto, Bose 1992

Un eremita aveva sotto di sé un altro eremita che abitava in una cella distante dieci miglia. Il suo pensiero gli disse: “Chiama il fratello perché venga a prendere il pane”. Ma poi pensò: “Devo imporre al fratello una fatica di dieci miglia per del pane? Andrò io a portarglielo”. Prese il pane e si diresse verso la cella del fratello. Lungo la strada, inciampò in una pietra, si ferì un piede e versò molto sangue. Cominciò a gridare per il dolore e subito gli apparve un angelo che gli disse: “Perché piangi?”.

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Interroga ogni tuo pensiero

Evagrio Pontico

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(345-399) Massime e considerazioni, in E. Zolla, I mistici, Adelphi, p. 277

Se vuoi sapere qual è lo stato del tuo cuore, osservati al momento della preghiera. Quali pensieri impressionano la tua intelligenza? Quali pensieri la guidano? Di passione o di impassibilità? Poiché se le passioni le muovono guerra, è segno ch’essa ha a dispregio i comandamenti divini, che le passioni fioriscono in lei e provocano la collera e la concupiscenza, insieme a una moltitudine di mali e di infermità. Se i pensieri furiosi la tengono in agitazione è segno infallibile che non ha cura della lettura e della preghiera, ma che si distrae in vane conversazioni e che ciò che le aggrada è dire o ascoltare qualcosa di nuovo. […]

Sii portiere del tuo cuore, non lasciare entrare alcun pensiero senza interrogarlo. Interrogali uno per uno, e chiedi a ognuno: Sei del mio partito o del partito degli avversari? Se è della casa, ti colmerà di pace; se è l’avversario, ti agiterà con la collera e ti scuoterà col desiderio. Devi perciò scrutare ogni momento lo stato della tua anima.

Monaci e cultura. Una sfida

Viktor Josef Dammertz

(1929- ) La risposta dei monaci alle sfide delle culture di oggi, in AA.VV., La vita monastica. Vita nello Spirito Santo alla luce delle sfide di oggi, Parma 1991.

monachesimo

Ancora nei giorni scorsi, cenando con amici, qualcuno ha estratto dal solito cilindro la solita domanda: a che cosa servono i monaci e le suore di clausura? La risposta non è mai semplice, soprattutto quando una domanda è mal posta: infatti, proprio perché sfugge alla logica dell’utilitarismo contemporaneo, il monachesimo e la claustralità, non producono una risposta efficace a una domanda che radicalmente è una critica apriori. Una formulazione meno banale della domanda, è quella che segue.

Possono e devono i monaci come monaci, come comunità monastiche con la loro particolare indole e missione nella generale struttura della Chiesa, prestare un loro specifico contributo in questo esigente programma della Chiesa, di sanare o almeno attenuare la frattura esistente tra il Vangelo e le culture? Interrogando la storia apprendiamo che fra i monaci ci sono state sempre due tendenze opposte, e che in certi tempi l’una, in altre epoche l’altra parte, ha avuto la prevalenza, senza però eliminare completamente la tensione. All’inizio del monachesimo c’era senza dubbio la fuga mundi, oggi diremmo: la critica della cultura. I Padri del deserto voltavano le spalle al mondo ed a tutto ciò che l’uomo aveva in esso creato, quindi alla cultura. Essi cercavano la solitudine: nella natura selvaggia e incolta, nel deserto, volevano essere soli con Dio. Ma essi non potevano impedire che il mondo che essi avevano fuggito li seguisse nel deserto, che gli uomini andassero da loro a chiedere consiglio e direttive per la loro vita in mezzo al mondo.

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Il deserto e l’anima

Charles de Foucauld

(1858-1916) Lettera a Padre Girolamo. Da Barrat D.E.R., Charles de Foucauld e la fraternità, Paoline, Milano 1991.

Bisogna passare attraverso il deserto e dimorarvici, per ricevere la grazia di Dio: è là che ci si svuota, che si scaccia da noi tutto ciò che non è Dio, e che si vuota completamente questa piccola casa della nostra anima per lasciare tutto il posto a Dio solo. Gli ebrei sono passati per il deserto; Mosè vi è vissuto prima di ricevere la sua missione; san Paolo, san Giovanni Crisostomo si sono anch’essi preparati nel deserto… E’ indispensabile… E’ un tempo di grazia, è un periodo attraverso il quale deve necessariamente passare ogni anima che vuol portare frutti le sono necessari questi silenzi, questi raccoglimenti, questi oblii di tutto il creato in mezzo ai quali Dio stabilisce il suo regno e forma in essa lo spirito interiore. la vita intima con Dio, la conversazione dell’anima con Dio nella fede, nella speranza e nella carità. Più tardi, l’anima produrrà frutti esattamente nella misura in cui si sarà formato in essa l’uomo interiore. Se questa vita interiore è nulla, per quanto zelo si possa avere, buone intenzioni e molto lavoro, i frutti saranno nulli: è una sorgente che vorrebbe dare la santità agli altri, ma non può perché non la possiede: si dà solo quello che si ha.

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La vocazione del solitario

Thomas Merton

(1915-1968) Pensieri nella solitudine, Garzanti 1959

Thomas Merton con il Dalai Lama

Vocazione alla solitudine. Darsi, consegnarsi, affidarsi completamente al silenzio di un vasto paesaggio di boschi e colline, o mare, o deserto: star fermo, mentre il sole sale sulla terra e ne colma di luce i silenzi. Pregare e lavorare il mattino, lavorare e risposare il pomeriggio e fermarsi di nuovo a meditare alla sera quando la notte cade su quel paesaggio e quando il silenzio si riempie di tenebra e di stelle. Questa è una vocazione vera e speciale. Pochi sono disposti ad immergersi completamente in un tale silenzio, a lasciar che se ne impregnino le loro ossa, a respirare solo silenzio, a nutrirsi di silenzio e a mutare la sostanza della loro vita i un silenzio vivo e vigile.

Martire è chi ha preso una decisione così forte da poter essere provata dalla morte.

Solitario è chi ha preso una decisione così forte da poter essere provata dal deserto: ossia dalla morte.

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