L’essenza del sacerdozio

Marie-Dominique Chenu

Congar e Chenu insieme
Congar e Chenu insieme

(1895-1990) Il sacerdozio dei preti (1954)

Se è stato messo in causa il sacerdozio [dei preti operai], ciò è avvenuto in virtù di una definizione che si presenta così formulata: il sacerdozio è una professione che comporta delle funzioni essenziali: e cioè l’adorazione della preghiera, la celebrazione del sacrificio della messa, l’amministrazione dei sacramenti, l’insegnamento catechistico e pastorale. E’ ovvio che, se si tengono presenti i termini suddetti, il sacerdozio dei preti operai non può sembrare altro che un sacerdozio depauperato, dal momento che essi, non avendo in cura una comunità cristiana costituita, non hanno modo di esercitare continuamente questa o quella delle funzioni indicate.

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Confessioni, coraggio, delusioni e silenzi

Innamorati al Tramonto  (smalti su cartoncino dim.33x47)

Propongo oggi la mia “riflessione del venerdì”. Il giorno di ritardo è dovuto a un’esperienza cui sono stato chiamato a partecipare ieri e che mi ha lasciato un profondo senso di rispetto e stima: ero moderatore alla testimonianza di un testimone di giustizia nei processi contro la mafia presso un liceo. Alla presenza di oltre 300 giovani, una donna che ha fatto condannare decine di mafiosi raccontava la propria vita (testimonianza che il giornalista Umberto Lucentini ha raccolto nel bellissimo libro MALEDETTA MAFIA) e spiegava le ragioni per cui una bella signora quarantenne, madre di una giovane donna (che oggi ha 24 anni) decide di vivere la propria esistenza sotto scorta e nel totale nascondimento, allo scopo di portare un secchio al mare della libertà civile e della decenza sociale.

Al di là della storia personale di Anna, per me è stato inevitabile un parallelo con un’altra esperienza vissuta una decina di giorni fa: l’incontro con un gruppo di amici preti, e la riflessione conseguente su alcune dinamiche della vita presbiterale oggi. Un incontro che è stato profondo, ricco, pieno di umanità e di capacità di toccare temi delicati, sia personali che di socialità ecclesiale.

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Preti, storie, comunità

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La riflessione sul ruolo (sostenibile) del presbitero nella comunità non può evitare di fare i conti con il secondo polo della questione in gioco, la comunità appunto.

Paradossalmente, quando si parla di presbiterato, i punti centrali del discorso ruotano quasi completamente attorno alla figura del prete; nelle precedenti riflessioni anch’io ho fatto la medesima cosa, riflettendo su alcuni elementi quali: formazione, vocazione, ministero, spiritualità. Della comunità, anche nelle mie riflessioni, finora non c’era (quasi) traccia. Ma poiché il ministero, la vocazione, la spiritualità del presbitero (diocesano) si danno esattamente “in vista della” comunità (un presbiterio senza comunità sarebbe un controsenso), l’assenza di riflessione su quest’ultima è grave e, spesso, apre uno scenario drammatico.

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Le vocazioni del bambino, la vocazione dell’adulto

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Tutti i chiamati del Nuovo Testamento sono adulti. Non solo. Sono adulti che vivono già in pienezza un loro ruolo di responsabilità nella famiglia e nella comunità.

E’ interessante notare come l’utilizzo dei testi da parte del magistero e della tradizione, così preciso quando si tratti di definire la non “evangelicità” di un presbiterato femminile (gli apostoli erano tutti maschi, Gesù era maschio…), diventi improvvisamente superficiale e poco attento quando si tratti dell’ascoltare quali tipologie di maschi erano i chiamati. Detto in altri termini, la tradizione ha precisato con forza il genere dei chiamati al presbiterato, ma non si è più di tanto soffermata sulle età della vita e sui ruoli sociali dei chiamati alla guida delle comunità.

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Chiamati da Dio? La faccenda seria della vocazione

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Concludevo, sabato scorso, con una riflessione sul senso di un presbiterato conferito a 25 anni, e sulle ipotetiche conseguenze di una revisione dello stesso.

Quella riflessione spinge, in realtà, ancora più a monte, all’idea stessa di «vocazione», non genericamente intesa, ma come “chiamata a un compito ministeriale”, “vocazione a un ministero”.

La “chiamata”, in senso generico, è normalmente intesa come un dono particolare, una grazia singolare, un appello rivolto direttamente da Dio a una donna, a un uomo. Dio chiama alcuni a svolgere compiti particolari per il bene del mondo e della Chiesa. Non ha fatto così anche Gesù con gli apostoli? Li ha chiamati a sé per un progetto preciso. Definita la questione, occorre però soffermarsi su una serie di problemi che essa inevitabilmente apre e che, se non ben intesi, portano a una confusione interiore che è tra le cause, secondo il mio parere, di molte delle drammatiche vicende legate al ministero in questi ultimi decenni.

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Sacro e potere, giogo non leggero

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Riprendo qui, come ogni venerdì, le mie riflessioni su temi ecclesiali. In particolare sul ruolo e il futuro del presbitero. Ringrazio tutti quelli che, sia nel blog, sia a voce, mi stanno aiutando a “verbalizzare”.

Un amico prete (che stimo davvero) mi faceva notare, in riferimento alla precedente riflessione, come molti preti non abbiano in nessun modo percezione di sé come di “uomini sacri”. Il che, a mio parere, incancrenisce più che lenire la ferita. Non c’è peggior danno che si possa fare a se stessi che quello di vivere in una condizione di inautenticità. Non perché i preti che affermano di non essere uomini sacri siano particolarmente disonesti (l’assenza di autenticità e la mancanza di onestà non sono per nulla la stessa cosa), ma per il semplice fatto che negano a parole una condizione che di fatto hanno accettato, sottomettendosi al sacramento (appunto!) dell’Ordine. Di conseguenza molti preti si trovano spesso a vivere una condizione border line, in qualche modo schizofrenica.

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Cosa resta di una politica cristiana (1)

Romolo Murri

(1870-1944) in Cultura sociale, 193, 10 gennaio 1906: l’antinomia del cristianesimo democratico.

Il dibattito politico attuale ha, tra i suoi vari temi (spesso drammatici) quello delle alleanze e del ruolo dei cristiani nella democrazia. Vale la pena tornare a rileggere alcuni dei padri fondatori della relazione tra vita cristiana e vita democratica. Oggi riporto un testo di Romolo Murri, sacerdote e uomo politico di inizio xx secolo, scomunicato nel 1909 proprio per la sua attività politica, giudicata contraria al volere del Vaticano.

“[Si evidenzia] assai chiaramente l’antinomia che molti hanno rinvenuto nella democrazia cristiana; antinomia d’un programma politico che fa appello al cristianesimo, d’un cristianesimo che si affigge l’etichetta politica di democratico.

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Una liturgia con l’uomo al centro

Romano Guardini

(1885-1968) Lo spirito della liturgia, Brescia, 1987, pagg. 17ss: liturgia e uomo spirituale

Il significato della liturgia deve pertanto essere meglio definito. E innanzitutto è da stabilire in quale rapporto esso stia con la vita religiosa non liturgica. Lo scopo prossimo e specifico della liturgia non è quello di dar espressione al culto individuale di Dio: essa non deve edificare il singolo come tale, suscitare ed educare la sua vita religiosa. Nella liturgia non è il singolo che agisce e che prega. E neppure il complesso di una molteplicità di persone, come potrebbe essere la riunione in una chiesa di una “comunità”, quale mera unità nel tempo, nello spazio, nei sentimenti. Il soggetto, l’io della liturgia è piuttosto l’unione della comunità credente come tale, è qualcosa che trascende la semplice somma dei singoli credenti, è insomma, la Chiesa.

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Laicale, mondano e secolare (una distinzione dimenticata)

Giuseppe Lazzati

Consacrazione e secolarità: i termini “mundus” e “saeculum”.

Da Archivum. Documenti per una storia della Chiesa, Casale Monferrato, 2001

Equivocità del termine “mundus”. – E’ nota la equivocità del termine “mundus” nel latino cristiano a partire da quello biblico e neotestamentario. Tale equivocità risulta in modo particolare nel linguaggio giovanneo che di un significato fornisce anche la definizione, il contenuto, dando così la possibilità di precisare esattamente l’altro. Il significato primo è quello più comune e corrispondente all’uso corrente del nostro vocabolo mondo: il mondo inteso come insieme delle realtà create, di ciò che in esse è e vive. In questo senso la parola è usata nelle espressioni di Giovanni… che è inutile riportare…

Il secondo significato è peggiorativo ed è quello definito da Giovanni nella prima lettera (2, 15)… Qui il mondo è preso sì come realtà creata con tutto quello che abbraccia, ma in quanto veduta, giudicata, usata secondo la visione che deriva dalla triplice concupiscenza cioè contro il disegno di Dio…

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