La memoria pericolosa della comunità cristiana

Johann Baptist Metz

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Dov’è finito Dio e dove l’uomo?, in Capacità di futuro, Queriniana, pagg. 153ss

Da soli e “senza comunità”, a lungo andare, si può restare religiosi propriamente soltanto in un mondo che abbia un’impronta religiosa. Esso però fa parte del passato! Per questo oggi la comunità è più importante che mai. Ma come può essa corrispondere a questo bisogno, a questa esigenza? […]

Vorrei darne questa formulazione: la  comunità cristiana è una comunità di ricordo e di racconto, raccolta attorno all’eucaristia, nell’indivisa sequela di Gesù.

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Commento valdese al Padre nostro

 

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Da R. Nelli, Scrittori anticonformisti del medioevo provenzale, II, Milano, 1996, pagg. 36ss.

Dacci oggi il nostro pane quotidiano”

Possiamo intendere due tipi di pane: pane corporeo e pane spirituale. Con il pane corporeo si intende il cibo e il vestito, e le cose necessarie al corpo, senza le quali non possiamo vivere naturalmente. Il pane spirituale è la parola di Dio, il corpo di Cristo senza il quale l’anima non può vivere. Si riferisce a questo pane ciò che Cristo diceva ai suoi discepoli: Chiunque mangerà di questo pane vivrà in eterno.

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Preti, storie, comunità

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La riflessione sul ruolo (sostenibile) del presbitero nella comunità non può evitare di fare i conti con il secondo polo della questione in gioco, la comunità appunto.

Paradossalmente, quando si parla di presbiterato, i punti centrali del discorso ruotano quasi completamente attorno alla figura del prete; nelle precedenti riflessioni anch’io ho fatto la medesima cosa, riflettendo su alcuni elementi quali: formazione, vocazione, ministero, spiritualità. Della comunità, anche nelle mie riflessioni, finora non c’era (quasi) traccia. Ma poiché il ministero, la vocazione, la spiritualità del presbitero (diocesano) si danno esattamente “in vista della” comunità (un presbiterio senza comunità sarebbe un controsenso), l’assenza di riflessione su quest’ultima è grave e, spesso, apre uno scenario drammatico.

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Cristianesimo, politica e bandiere

Pietro Scoppola

(1926-2007) Dal neoguelfismo alla Democrazia Cristiana, Roma, 1957.

Sembra scritta oggi, ed è, invece, una pagina di oltre cinquant’anni fa. Non finisce di stupirmi la nostra lentezza (e non solo in questo caso) nel comprendere quel che abbiamo sotto gli occhi…. 

Abbiamo visto in questi dieci anni di rinata vita democratica tutte le forze cattoliche, da quelle per loro natura chiamate ad operare sul terreno politico, a quelle invece istituzionalmente orientate verso un’azione di formazione o di apostolato religioso, schierarsi in prima linea sul fronte della politica, impegnarsi a fondo nelle competizioni elettorali; e con le organizzazioni cattoliche è il clero stesso ad impegnarsi in favore del partito dei cattolici e contro i suoi avversari.

Esigenza certo imposta dall’asprezza della lotta, dalla forza degli avversari, dalla incalcolabile importanza dei valori in gioco, ma che comporta pure, necessariamente, dei grossi pericoli sui quali il cattolico, prima di ogni altro, è chiamato a meditare.

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Cosa resta di una politica cristiana (3)

Giuseppe Toniolo

(1845-1918) Democrazia Cristiana. Concetti e indirizzi, i, in Opera omnia, iii, ii, Città del Vaticano, 1949: programma sociale della democrazia cristiana (1899).

Una pagina che è straordinaria lezione (dimenticata?) di modernità cristiana e coscienza civile

1. Noi vogliamo l’organizzazione graduale della società in associazioni professionali corporative autonome, generali ed ufficiali. Tutti i cittadini appartenenti alla stessa professione o a gruppi di professioni analoghe si riuniscano insieme, conservando individualmente la loro funzione economica… per trattare insieme e regolare i rapporti reciproci e tutelare gli interessi comuni. Perciò chiediamo allo Stato e a tutti gli enti pubblici minori che favoriscano in tutti i modi questa tendenza all’organizzazione corporativa, specialmente lasciando piena libertà e dando il riconoscimento giuridico alle unioni professionali che sotto l’azione dell’iniziativa privata verranno formandosi.

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Gli Istituti secolari: una soluzione?

Giuseppe Lazzati

Parliamo degli Istituti laicali, per i quali il problema di fondo resta quello della loro collocazione: sono o non sono laici i membri di tali istituti? Non vorremmo fermarci alla risposta negativa di coloro che vedono nella condizione coniugale, in atto o in potenza, cioè in quanto non esclusa definitivamente per un atto di volontà comunque formulato, il segno decisivo della condizione laicale, nel sacramento del matrimonio il sacramento della laicità, così che quanti per atto anche solo implicito della loro volontà si decidono per il celibato con ciò stesso si escludono dal numero dei laici.

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Laicale, mondano e secolare (una distinzione dimenticata)

Giuseppe Lazzati

Consacrazione e secolarità: i termini “mundus” e “saeculum”.

Da Archivum. Documenti per una storia della Chiesa, Casale Monferrato, 2001

Equivocità del termine “mundus”. – E’ nota la equivocità del termine “mundus” nel latino cristiano a partire da quello biblico e neotestamentario. Tale equivocità risulta in modo particolare nel linguaggio giovanneo che di un significato fornisce anche la definizione, il contenuto, dando così la possibilità di precisare esattamente l’altro. Il significato primo è quello più comune e corrispondente all’uso corrente del nostro vocabolo mondo: il mondo inteso come insieme delle realtà create, di ciò che in esse è e vive. In questo senso la parola è usata nelle espressioni di Giovanni… che è inutile riportare…

Il secondo significato è peggiorativo ed è quello definito da Giovanni nella prima lettera (2, 15)… Qui il mondo è preso sì come realtà creata con tutto quello che abbraccia, ma in quanto veduta, giudicata, usata secondo la visione che deriva dalla triplice concupiscenza cioè contro il disegno di Dio…

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Ripensare ai laici (nel tempo secolare)

Yves Congar.

I ministeri e la comunione

(1904-1995), Ministeri e comunione ecclesiale, Bologna, 1973, passim: per una teologia del laicato.

Congar con un giovane Ratzinger al tempo del Concilio Vaticano II

Nonostante interessanti tentativi di rinnovamento… la chiesa era presentata, verso il 1930…, come una società organizzata, costituentesi per l’esercizio dei poteri di cui erano investiti il papa, i vescovi e i sacerdoti. L’ecclesiologia consisteva quasi esclusivamente in un trattato di diritto pubblico. Io ho creato, per caratterizzarla, la parola “gerarcologia”, che da allora è stata spesso ripresa. Ciò non poteva attirare gli uomini! Invece la tradizione cattolica, quella della Scrittura, dei padri e della liturgia, ci presentava un’idea della chiesa molto più ampia, viva e religiosa. La mia intenzione… fu di recuperare, per l’ecclesiologia, l’ispirazione e le fonti di una tradizione più antica e più profonda

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