Teologia della storia

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Agostino d’Ippona, (354-430) La città di Dio, xiv, 28; xv, 1.4; xviii, 49. Da M. Simonetti, Letteratura cristiana antica, iii, pagg. 473ss.

La pagina di teologia della storia secondo Agostino: un’interpretazione che probabilmente sentiamo molto lontana dal nostro gusto moderno, ma sulla quale si fondò un intero mondo, quello medievale, con la distinzione tra “gloria umana” e “gloria celeste”. Ma siamo davvero sicuri di non avere  più bisogno  di questa, forse elementare, ma certamente chiara visione?

Due amori dunque diedero origine a due città, alla terrena l’amor di sé fino all’indifferenza per Iddio, alla celeste l’amore a Dio fino all’indifferenza per sé. Inoltre quella si gloria in sé, questa nel Signore. Quella infatti esige la gloria dagli uomini, per questa la più grande gloria è Dio testimone della coscienza. Quella leva in alto la testa nella sua gloria, questa dice a Dio: Tu sei la mia gloria anche perché levi in alto la mia testa. In quella domina la passione del dominio nei suoi capi e nei popoli che assoggetta, in questa si scambiano servizi nella carità i capi col deliberare e i sudditi con l’obbedire. […]

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Il carisma del vescovo Ambrogio

AURELIO AGOSTINO

AGOSTINO

(354-430) Confessioni, vi, iii, 3-4

 “(…) lo stesso Ambrogio era per me un uomo qualsiasi, fortunato secondo l’opinione comune, perché onorato da tanti notabili: soltanto il suo celibato mi sembrava faticoso. Della speranza che coltivava, delle lotte che sosteneva contro tentazioni forti quanto lui, delle consolazioni nelle avversità, della sapida gioia che provava nel ruminare nella bocca del suo cuore il tuo pane, non avevo nessuna comprensione. Ed egli ignorava le mie tempeste ed il pericolo da cui rischiavo di restare intrappolato.

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SOFRONIO EUSEBIO GEROLAMO (SAN GEROLAMO)

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(347ca-420ca) Ep. Xxii

Il famoso brano in cui Gerolamo si accusa di essere ancora più amante di Cicerone che di Cristo.

“Ti voglio narrare la storia della mia infelicità.

Era da molti anni che avevo eliminato casa, genitori, sorella, parenti e, ciò che è più difficile, la consuetudine a lauti pranzi, a causa del regno dei cieli, e me ne ero andato a Gerusalemme, per militare (in Cristo). Ma non avevo saputo staccarmi dalla biblioteca che avevo messa insieme con gran fatica e passione a Roma. Così, io, misero, digiunavo per andare a leggere Cicerone! Dopo molte notti di veglia, dopo aver versato lacrime che il ricordo dei miei peccati trascorsi faceva sorgere dal più profondo del mio cuore, prendevo tra le mani Plauto! Se talvolta, chino su me stesso, cominciavo a leggere un profeta, lo stile disadorno mi inorridiva; e poiché, con i miei ciechi occhi, non vedevo la luce, non davo la colpa ai miei occhi, ma al sole.

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Contro Agostino

Pelagio britannico

Pelagius

(360-420) Lettera sulla castità, Morcelliana, pp. 133-137

Una pagina di grande lucidità, in cui Pelagio cerca di distinguere gli elementi che permettono una ‘vita buona’: il poterla agire (che appartiene, secondo lui, a dio solo), il volerla agire e l’agirla di fatto (che sono invece parte dell’umano e che consentono una scelta che si possa davvero dire libera).

 «Noi distinguiamo così questi tre fattori e li disponiamo come distribuiti in questo determinato ordine. Al primo posto mettiamo il potere, al secondo il volere, al terzo l’essere. Collochiamo il potere nella natura, il volere nell’arbitrio e l’essere nell’attività. Il primo, cioè il potere, appartiene propriamente a Dio che l’ha concesso alla sua creatura; gli altri due invece, il volere e l’essere, sono da riportarsi all’uomo, perché discendono dalla fonte dell’arbitrio.

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I due testi più antichi sul celibato dei preti

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I due seguenti sono tra i più vecchi testi di tipo giuridico, a noi giunti, sull’obbligo del celibato per vescovi, preti e diaconi. Il primo è certamente il canone più antico che conosciamo. Il secondo, il più antico testo di un papa sull’argomento. La ragione del celibato è qui, chiaramente, legata alla purità rituale nell’ambito della sessualità, e non ad argomenti quali la dedizione totale alla Chiesa e al ministero (argomento più legato alla tradizione dei testi di san Paolo) o alla forma imitativa del celibato di Cristo.

 

1. Sinodo di Elvira (300ca) cann. 27.33

“Can. 27 – Il vescovo, o qualunque altro chierico, tenga presso di sé soltanto una sorella o una figlia vergine consacrata a Dio; è stato stabilito che non tenga presso di sé un’estranea.

Can. 33 – E’ stato stabilito per i vescovi, i presbiteri e i diaconi, come per tutti i chierici che hanno un ministero: si astengano dalle proprie mogli e non generino figli: chiunque lo avrà fatto sia allontanato dallo stato clericale.”

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La morte di Ipazia

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Damascio, Vita di Isidoro, citato in Fozio, Bibliotheca

La  fine di Ipazia è uno dei moniti a ogni religione che rischia di trasformarsi in assolutismo ideologico.

«Ipazia nacque ad Alessandria dove fu allevata e istruita. Poiché aveva più intelligenza del padre, non fu soddisfatta dalla sua conoscenza delle scienze matematiche e volle dedicarsi anche allo studio della filosofia. La donna era solita indossare il mantello del filosofo e andare nel centro della città. Commentava pubblicamente Platone, Aristotele, o i lavori di qualche altro filosofo per tutti coloro che desiderassero ascoltarla.

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Come nasce un pericoloso proselitismo

AGOSTINO D’IPPONA

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(354-430) Epistola 185, xix, xxi, xxiii (417)

Talvolta la logica è pericolosa, quando applicata a questioni “celesti”. E’ il caso di questo testo di Agostino, esemplare tra molti (si pensi al tema della “guerra giusta”, sempre da lui argomentato): il principio analogico, che fa corrispondere il “metodo” della politica terrena a quello di una presunta politica divina, ha prodotto e produce aberrazioni “perfettamente giustificabili”. La “vigilanza” che il vangelo chiede, va probabilmente anche in questa direzione… Nel medioevo, la conseguenza di questo testo (e di altri simili) fu la drammatica stagione della caccia agli eretici e alle streghe…

Orbene, in qual modo i sovrani possono servire Dio col timore se non col proibire e punire con religiosa severità i reati commessi contro i suoi comandamenti? Infatti un re serve Dio in due modi diversi: in quanto uomo lo serve vivendo fedelmente, in quanto invece è anche re lo serve promulgando e facendo osservare con opportuno rigore leggi che prescrivono dà che è giusto e proibisce il contrario. […]

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Quando il cristianesimo divenne religione di Stato

teodosio I

teodosio

(347-395) imperatore (379-395)

Nell’arco di pochi decenni, da religione perseguitata, il cristianesimo divenne religione di Stato. Ecco i due testi che sancirono questa trasformazione. Nel primo testo, ecco anche apparire la definizione precisa della distinzione tra cattolici ed eretici; definizione “politica” prima che “credente”. Nel secondo testo, si riporta un brano datato 391 e raccolto nel Codice di Teodosio II: in esso si sancisce che chi non è cristiano cattolico, è da considerarsi fuori legge. Le premesse per la drammatica stagione del cristianesimo persecutore sono poste.

1. Editto di Tessalonica (380)

“Vogliamo che tutti i popoli a noi soggetti seguano la religione che l’apostolo Pietro ha insegnato ai Romani e che da quel tempo colà continua e che ora insegnano il pontefice Damaso e Pietro, vescovo di Alessandria, cioè che, secondo la disciplina apostolica e la dottrina evangelica, si creda nell’unica divinità del Padre, del Figlio e dello Spirito santo in tre persone uguali. Chi segue questa norma sarà chiamato cristiano cattolico, gli altri invece saranno stolti eretici, né le loro riunioni potranno essere considerate come vere chiese; essi incorreranno nei castighi divini e anche in quelle punizioni che noi riterremo di infliggere loro.”

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