Un derviscio e la retta pronuncia

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Una parabola sufi che elogia la vera (e umile) dedizione a Dio rispetto alla perfetta (e pedante) sapienza umana. Dedicata a tutti gli uomini e donne “religiosi” che si illudono che basti l’intelligenza per aver la chiave dello scrigno di Dio.

Un giorno un derviscio dalla mentalità convenzionale, prodotto di un’austera scuola religiosa, stava passeggiando lungo un corso d’acqua, completamente assorto in problemi teologici e morali, perché quella era la forma che l’insegnamento sufi aveva assunto nella comunità cui apparteneva. Per lui la religione emotiva corrispondeva alla ricerca della Verità Suprema.
All’improvviso il filo dei suoi pensieri fu interrotto da un forte grido: qualcuno stava ripetendo un’invocazione derviscia. “Non serve a niente”, si disse, “perché quell’uomo pronuncia male le sillabe. Anziché salmodiare YA HU, dice U YA HU …”.
Il derviscio ritenne allora che fosse suo dovere – lui che aveva studiato con tanto zelo – correggere quel poveretto che sicuramente non aveva avuto l’opportunità di essere guidato nel modo giusto, e che probabilmente faceva solo del suo meglio per entrare in armonia con l’idea sottesa nei suoni.
Noleggiata una barca, remò in direzione dell’isola donde sembrava provenire la voce.

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I martiri di Tibhirine

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Un’intervista (clicca qui) alla traduttrice Cristiana Santambrogio e a me, andata in onda ieri a Radio Vaticana, in occasione del ventennale dell’uccisione di Christan de Chergé e dei suoi compagni monaci a Tibhirine (immortalati nel film “Uomini di Dio”) e della pubblicazione di alcune pagine di Christian a commento del vangelo.

La forza di sentirsi minoranza (qui per l’intero articolo della giornalista Antonella Palermo)

Cristiana Santambrogio ha tradotto i testi di De Chergé con un fervore tutto speciale considerata la lunga esperienza di vita condotta in un monastero francese dove aveva avuto la possibilità di nutrirsi abbondantemente degli spunti di meditazioni offerte da questi monaci. …

La solitudine va immersa nella realtà“, precisa a questo riguardo Natale Benazzi, editor del libro. Bisogna continuamente essere in gioco con il mondo in cui si vive. E ancora la citazione di padre Christian: “Occorrono ancora deserti per le persone spossate”.

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Islam: sufismo via di dialogo con i cristiani

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Riporto una pagina e l’audio (clicca qui) dell’intervista a Radio Vaticana di padre Alberto Fabio Ambrosio, domenicano, amico e grande conoscitore del mondo islamico (avendo vissuto e operato per anni a Istanbul). 

Mi sto andando convincendo – afferma lo studioso domenicano – che il sufismo è a duplice titolo anche uno strumento di dialogo.

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L’Ospite inatteso

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Jalal Ad-Din Rumi (1207-1273)

Totalmente inatteso il mio ospite giunse.
“Chi e'”,chiese il mio cuore.
“La faccia della luna”, disse la mia anima.
Quando entro’ in casa
Tutti corremmo in strada, folli in cerca della luna.
“Sono qui”,lui ci chiamo’ dall’interno,
ma noi cercavamo fuori, ignari del suo richiamo.
Il nostro usignolo canta ebbro in giardino,
noi tubiamo come colombe:”Dove, dove, dove?”.
Si raduno’ una folla:”Dov’e’ il ladro?”.

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Un salmo dall’Islam

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Ahmad Ibn ‘Aṭa’ Allāh (1250ca-1306)

1. Mio Dio, io povero nella mia ricchezza, come potrei non essere povero nella mia povertà? Mio Dio, io ignorante nella mia scienza, come potrei non essere ignorante nella mia ignoranza?

2. Mio Dio, il variare del Tuo governo e la rapidità dell’esecuzione delle Tue decisioni impediscono ai servi che Ti conoscono di riposarsi sul dono o di disperare di Te nella prova.

3. Mio Dio, da me ciò che si lega alla mia ignominia, e da Te ciò che si lega alla tua generosità. Mio Dio, Tu Ti sei qualificato nei miei confronti con la grazia e la misericordia prima della mia debolezza. Mi priverai forse di entrambe dopo la mia debolezza?

4. Mio Dio, se appaiono le opere buone che provengono da me, è per la Tua grazia e Te ne sono obbligato. Se appaiono le opere cattive che provengono da me, è per la Tua giustizia, e Tu possiedi l’argomento contro di me!

5. Mio Dio, come potresti rendermi responsabile di me stesso, se Tu Ti sei assunto la responsabilità di me? Come potrei essere oppresso se Tu sei il mio protettore, o deluso se Tu sei pieno di sollecitudine per me?

6. Ecco, io ricorro a Te, mediante il bisogno che ho di Te. Ma come ricorrere a Te mediante ciò che è impossibile giunga fino a Te? O come lamentarmi con Te del mio stato, se non Ti è nascosto? O come esporti il mio discorso, se proviene da Te verso di Te? O come sarebbero deluse le mie speranze, se tendono a Te? O come non migliorerebbero i miei stati, se sussistono per mezzo Tuo e in ordine a Te?

CONTARE TUTTI, CONTARE SEMPRE

 

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Riprendo dal sito www.synesio.it questo mio breve intervento… 

Tutti parlano, in questi giorni, dell’unica cosa che sembra contare: la questione della guerra con Isis. E in effetti, la faccenda conta, conta molto. Conta il numero dei morti di Parigi, ma conta anche quelli di un aereo russo fatto precipitare; conta il numero dei civili uccisi a Raqqa, ma anche quello dei libanesi innocenti; conta il numero delle vittime curde, e anche quello dei morti nigeriani; e poi conta il numero dei morti in Iraq e quelli delle manifestazioni in Egitto dopo la caduta di Mubarak; e poi conta il numero dei morti palestinesi e di quelli israeliti; e poi… e poi… Non contano solo coloro che vogliono farci contare.

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Là dove i Giusti si scambiano i loro messaggi

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1 SETTEMBRE 1939 di Wystan Hugh AUDEN (1907-1973)

Una delle cose più belle che ho trovato navigando in questi giorni, postate come riflessione sugli eventi di Parigi. Troppo dimentichiamo i luoghi profondi dove giungono talvolta i poeti…

Siedo in una delle bettole
della Cinquantaduesima strada
incerto e spaventato
vedendo scadere le astute speranze
d’un decennio basso e disonesto:
onde di rabbia e di paura
circolano per le luminose
e oscurate contrade della terra,
ossessionando le nostre vite private;
l’indicibile odore della morte
offende la notte di settembre.

Le ricerche degli esperti possono
riesumare intera l’offesa
che da Lutero ad oggi
ha fatto impazzire una cultura,
scoprire quello che successe a Linz,
quale immensa illusione ha creato
un dio psicopatico:
io e il pubblico sappiamo
quel che i bambini imparano a scuola,
coloro a cui male è fatto,
male faranno in cambio.

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In questo turbine della nostra storia, ha davvero senso parlare di pace? E in che modo, e a quale prezzo?

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Quattordici anni fa, il cardinale Martini scriveva un discorso, poco dopo gli eventi dell’11  settembre. Sembra che nulla sia cambiato, anzi, che la spirale innescata sia senza fine. Molte cose allora dette, restano una meditazione attualissima. (per il discorso intero, clicca qui).

[…]

I fatti li conosciamo: gravissimi attentati terroristici che rivelano una capacità inaudita di odio e fanatismo, che si serve di tecnologie raffinate e si nutre di forme finora inedite di fondamentalismo civile e religioso (pensiamo a tutti gli aspiranti suicidi). Agli attentati è seguita un’azione di caccia ai terroristi che è sfociata in una guerra in Afghanistan. In questi ultimi giorni, poi, si sono moltiplicati vergognosi attentati suicidi contro cittadini inermi in Israele, a cui hanno fatto seguito ritorsioni e azioni militari in Palestina, in luoghi dove ormai da anni c’è un crescendo di violenza di cui non si vede la fine.

1. Uno sguardo al vangelo (lc 13,1-5)

Questi fatti ci addolorano, ci interpellano, ci sconvolgono. Pensiamo con dolore agli innumerevoli morti, ai feriti che porteranno per tutta la vita il segno della tragedia, alle famiglie distrutte, ai milioni di profughi, al pianto dei bambini mutilati. Nascono molte domande, ipotesi, inquietudini. Domande di carattere umano e religioso e anche di carattere politico. Si vorrebbe capire, giudicare, vedere come agire per farla finita con il terrorismo, la paura, la guerra, come operare seriamente per una pace duratura.

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La religione, tra amore e ragione

GIALAL AL-DIN RUMI

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L’amore è sconsiderato, non così la ragione.
La ragione cerca il proprio vantaggio.
L’amore è impetuoso, brucia sé stesso, indomito.
Pure in mezzo al dolore,
l’amore avanza come una macina;
dura la sua superficie, procede diritto.
Morto all’egoismo,
rischia tutto senza chiedere niente.
Può giocarsi e perdere ogni dono elargito da Dio.
Senza motivo, Dio ci diede l’essere,
senza motivo rendiglielo.
Mettere in gioco se stessi e perdersi
è al di là di qualcunque religione.
La religione cerca grazie e favori,
ma coloro che li rischiano e li perdono
sono i favoriti di Dio:
non mettono Dio alla prova
né bussano alla porta di guadagno e perdita.

Enzo Bianchi e qualche affermazione che fa discutere

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Un’intervista fatta da Silvia Ronchey al Priore di Bose e pubblicata da La Repubblica (a tema islam, persecuzioni, ruolo delle donne, dialogo interreligioso, accoglienza o rifiuto dello straniero…) sta facendo discutere non poco, riaprendo l’annoso dibattito sulle “due anime” del cattolicesimo attuale (quella della conservazione e quella dell’apertura). Eccone uno stralcio. Per l’intervista completa clicca qui.

Ronchey: I popoli sono in marcia e un’ibridazione, che la si voglia o no, dovrà avvenire, perché questa è la storia. Il che pone anche specifici problemi sociali come quello del ruolo della donna: l’islam impone il velo, ma non trovi che anche nella chiesa cristiana ci sia un ritardo?

Bianchi: «Si dice sbrigativamente che certi musulmani siano ancora nel medioevo. Ma il velo completo per le suore di clausura è stato abolito solo nel 1982. È molto recente la presa di coscienza della pari dignità della donna e dell’uomo nel cristianesimo, che non ha ancora nemmeno il linguaggio per esprimerla.

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