Dio e la prostituta

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Una pagina ancora oggi di straordinaria potenza evocativa dal Discorso a Eutropio di Giovanni Crisostomo (344?-407)

È proprio una prostituta che Dio desiderava? Sì, una prostituta: cioè la nostra natura!  […]

E cosa fa? Non le manda come ambasciatori uno dei suoi servi, non manda un Angelo dalla prostituta o un Arcangelo, non manda i Cherubini, né i serafini; ma Lui stesso, innamorato, la raggiunge.  Ha desiderato una prostituta e cosa fa? Non avendo potuto lei elevarsi, è stato Lui ad abbassarsi. Viene nella sua capanna. La vede ubriaca! E in che modo viene? Senza manifestare esplicitamente la Sua divinità, ma divenendo identico a lei, perché lei, vedendolo non si spaventi, non si agiti e non gli scappi.

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Contro Agostino

Pelagio britannico

Pelagius

(360-420) Lettera sulla castità, Morcelliana, pp. 133-137

Una pagina di grande lucidità, in cui Pelagio cerca di distinguere gli elementi che permettono una ‘vita buona’: il poterla agire (che appartiene, secondo lui, a dio solo), il volerla agire e l’agirla di fatto (che sono invece parte dell’umano e che consentono una scelta che si possa davvero dire libera).

 «Noi distinguiamo così questi tre fattori e li disponiamo come distribuiti in questo determinato ordine. Al primo posto mettiamo il potere, al secondo il volere, al terzo l’essere. Collochiamo il potere nella natura, il volere nell’arbitrio e l’essere nell’attività. Il primo, cioè il potere, appartiene propriamente a Dio che l’ha concesso alla sua creatura; gli altri due invece, il volere e l’essere, sono da riportarsi all’uomo, perché discendono dalla fonte dell’arbitrio.

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L’uomo sa compiere il bene

Pelagio Britannico

Pelagius

(360-420) Lettera a Demetriade

Una delle più belle pagine del grande avversario di Agostino nella diatriba sulla Grazia e la libertà.

«Pur avendolo creato debole e inerme esteriormente, Dio creò l’uomo forte interiormente, facendogli dono della ragione e della saggezza, e non volle che fosse un cieco esecutore della sua volontà, ma che fosse libero nel compiere il bene o il male. Se ci pensi bene, ti apparirà evidente come, proprio per questo, la condizione dell’uomo sia più alta e dignitosa, dove sembra e si crede invece più misera.

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Cosa non capiscono i filosofi del Dio cristiano

Blaise Pascal

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(1623-1662), Pensieri, in Antologia filosofica, Brescia 1982/5, pp. 195-199; 226-232.

Essi [i filosofi] bestemmiano ciò che non conoscono. […] Pigliano occasione per bestemmiar la religione cristiana, perché la conoscono male. Immaginano che essa consista semplicemente nell’adorazione di un Dio, considerato come grande e possente ed eterno; ciò che propriamente è il deismo, lontano dalla religione cristiana quasi quanto l’ateismo, che le è affatto contrario. Ne concludono che quella religione non è la vera, perché non vedono che tutte le cose concorrano allo stabilimento di quel punto, e Dio non si manifesta agli uomini con tutta l’evidenza di cui sarebbe capace.

Ma ne concludano quello che vogliono contro il deismo, non concluderanno però niente contro la religione cristiana, che consiste propriamente nel mistero del redentore, che unendo in sé le due nature, umana e divina, ha tratto gli uomini fuori dalla corruzione del peccato, per riconciliarli a Dio nella sua persona divina.

Essa insegna, dunque, agli uomini queste due verità insieme: che c’è un Dio di cui gli uomini sono capaci, e che c’è una corruzione nella natura, che li rende di ciò indegni. E’ ugualmente importante per gli uomini conoscere entrambi i punti; è ugualmente dannoso per l’uomo conoscere Dio, senza conoscere la sua miseria, e conoscere la sua miseria, senza conoscere il redentore che lo può guarire. Una sola di esse o genera la superbia dei filosofi, che hanno conosciuto Dio, ma non la loro miseria, o la disperazione degli atei, che conoscono la loro miseria senza redentore.

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Chiamati da Dio? La faccenda seria della vocazione

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Concludevo, sabato scorso, con una riflessione sul senso di un presbiterato conferito a 25 anni, e sulle ipotetiche conseguenze di una revisione dello stesso.

Quella riflessione spinge, in realtà, ancora più a monte, all’idea stessa di «vocazione», non genericamente intesa, ma come “chiamata a un compito ministeriale”, “vocazione a un ministero”.

La “chiamata”, in senso generico, è normalmente intesa come un dono particolare, una grazia singolare, un appello rivolto direttamente da Dio a una donna, a un uomo. Dio chiama alcuni a svolgere compiti particolari per il bene del mondo e della Chiesa. Non ha fatto così anche Gesù con gli apostoli? Li ha chiamati a sé per un progetto preciso. Definita la questione, occorre però soffermarsi su una serie di problemi che essa inevitabilmente apre e che, se non ben intesi, portano a una confusione interiore che è tra le cause, secondo il mio parere, di molte delle drammatiche vicende legate al ministero in questi ultimi decenni.

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Preti, deserti e tentazioni

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La confusione tra sacerdozio (ministeriale) e presbiterato; l’accumulo di ministeri e di carismi ecclesiali nella medesima persona del prete; l’esercizio di un potere “assoluto” sia nel campo temporale che in quello spirituale sono certamente tre delle piaghe del ministero del prete oggi. Ve ne sono certamente altre, e vi sarà (nelle cose umane il forse è sempre da tener presente) tempo per riflettere.

Ma mi sembrava necessario partire da queste prime, per non dimenticare le radici e non fingere che “tutto va bene”, una volta di più. Nella scorsa settimana ancora, sui giornali campeggiavano le notizie della condanna (questa volta anche ecclesiale) nei confronti di don Mauro Inzoli (altra figura la cui situazione è paradossale: fondatore del Banco Alimentare e ora “dimesso dallo stato clericale”) e di due anziani sacerdoti di Verona (il tragico caso degli abusi nel collegio per sordomuti…: ancora una volta, situazioni di carità che si trasformano in abusi di potere…). Personalmente, in questi giorni, sto ricevendo anche notizie tristissime che non appaiono sui giornali, per la fortuna e la serenità delle persone stesse coinvolte e delle famiglie. Né, per me, è di grande consolazione quel che molti sottolineano, ossia che con Benedetto XVI questi casi vengono, finalmente, stigmatizzati anche in ambito cattolico. Non mi consola, perché non affronta il problema: semplicemente, e in modo diverso, lo nega in quanto problema ecclesiale, riducendolo alla colpa di alcuni.

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La dottrina dell’infallibilità nasconde una carenza di fede?

Hans Küng

(1928- ), L’infallibilità, Milano, 1977, pagg. 126ss.

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A distanza di 45 anni è sempre interessante rileggere parte del testo con cui Hans Küng criticò il dogma dell’infallibilità. Le tesi di Kueng vennero allora liquidate insieme a colui che le aveva formulate, e non si sono ancora dati, a oggi, avanzamenti significativi. La questione rimane una spina nella carne della Chiesa ancora ai nostri giorni.

L’aporia

Da una parte, le promesse fatte alla chiesa esigono riconoscimento! Non lo può contestare nessun cristiano credente che fondi la sua fede sul Nuovo Testamento. …

Dall’altra, gli errori fatti nella chiesa esigono riconoscimento! Non lo può disconoscere nessun uomo che fondi il suo pensiero su una visione critica della realtà.

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Prete, ossia: la fatica di essere “sacro”

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Continuo nelle mie riflessioni sul prete, iniziate un paio di settimane fa. Ribadisco che sono pensieri che cerco di mettere in ordine, per fare chiarezza in me, innanzitutto e per favorire un dialogo.

Qualche giorno fa avevo distinto tre dinamiche per una riflessione sulla complessa sostenibilità della figura del prete oggi; indicavo quali punti da analizzare seriamente, per comprendere alcune derive: celibato, gestione del potere e relazione tra quotidianità e spiritualità.

I primi due temi mi sembrano (per quanto possa sembrare il contrario) meno essenziali. Nel terzo trovo qualcosa di decisivo, da subito. Un elemento centrale della spiritualità del prete è, infatti, la questione della sacralità. Tanto più decisiva, quanto più in gioco in un tempo in cui di spazio per il sacro sembra essercene sempre di meno.

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Il deserto e l’anima

Charles de Foucauld

(1858-1916) Lettera a Padre Girolamo. Da Barrat D.E.R., Charles de Foucauld e la fraternità, Paoline, Milano 1991.

Bisogna passare attraverso il deserto e dimorarvici, per ricevere la grazia di Dio: è là che ci si svuota, che si scaccia da noi tutto ciò che non è Dio, e che si vuota completamente questa piccola casa della nostra anima per lasciare tutto il posto a Dio solo. Gli ebrei sono passati per il deserto; Mosè vi è vissuto prima di ricevere la sua missione; san Paolo, san Giovanni Crisostomo si sono anch’essi preparati nel deserto… E’ indispensabile… E’ un tempo di grazia, è un periodo attraverso il quale deve necessariamente passare ogni anima che vuol portare frutti le sono necessari questi silenzi, questi raccoglimenti, questi oblii di tutto il creato in mezzo ai quali Dio stabilisce il suo regno e forma in essa lo spirito interiore. la vita intima con Dio, la conversazione dell’anima con Dio nella fede, nella speranza e nella carità. Più tardi, l’anima produrrà frutti esattamente nella misura in cui si sarà formato in essa l’uomo interiore. Se questa vita interiore è nulla, per quanto zelo si possa avere, buone intenzioni e molto lavoro, i frutti saranno nulli: è una sorgente che vorrebbe dare la santità agli altri, ma non può perché non la possiede: si dà solo quello che si ha.

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Le forme dell’amore

Simone Weil (1909-1943)

Solo Dio, presente in noi, può realmente pensare la qualità umana negli sventurati, guardarli con uno sguardo veramente diverso da quello con cui si guardano gli oggetti, ascoltare veramente la loro voce come si ascolta una parola. Essi si accorgono allora di avere una voce; altrimenti non potrebbero neppure rendersene conto.

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