Finalmente si litiga!

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Non avrei mai pensato di poter giungere ad affermarlo: ma dopo decenni di un politically correct (nato dalla paura di cadere sotto il giudizio della Congregazione per la Dottrina della fede ma anche da una poca propensione dell’alto clero anche alla polemica costruttiva) ne sentivo un poco il bisogno: non tanto per rinfocolare astii che covavano sotto la cenere, ma per riassaporare il coraggio di un dibattito capace di dire il proprio pensiero fuori da una stantia “sindrome del pio volersi bene”. Alla lettera dei 4 cardinali, ha infatti risposto con una durezza inattesa anche il presidente della conferenza episcopale greca, monsignor Frankiskos Papamanolis. Ecco il testo, che non necessita di alcun commento.

Carissimi fratelli nell’episcopato,

la mia fede nel nostro Dio mi dice che egli non può non amarvi. Con la sincerità che esce dal mio cuore vi chiamo “fratelli carissimi”. Anche in Grecia è arrivato il documento che avete consegnato alla Congregazione per la dottrina della fede […].

Prima di pubblicare il documento e, più ancora, prima di redigerlo, dovevate presentarvi al santo padre Francesco e fare richiesta di cancellarvi dai componenti il Collegio cardinalizio.

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La prima distinzione giuridico-penale tra cattolici ed eretici (380 dC)

TEODOSIO I

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(347-395), imperatore (379-395) in Codice Teodosiano, xvi, i, 2 (408-450); xvi, v, 6

E’ nostro desiderio che tutte le nazioni soggette alla nostra clemenza e moderazione debbano continuare nella professione di quella religione che fu assegnata ai Romani dal divino apostolo Pietro come era stata conservata dalla tradizione di fede; e che ora è professata dal Pontefice Damaso e da Pietro, vescovo di Alessandria, un uomo di santità apostolica. Secondo l’insegnamento apostolico e la dottrina del Vangelo crediamo nell’unica divinità del Padre, il Figlio e lo Spirito Santo in uguale maestà e in santa Trinità. Noi autorizziamo i seguaci di questa legge ad assumere il titolo di cristiani cattolici; ma per quanto riguarda gli altri, poiché ai nostri occhi sono folli dalla mente malata, noi dichiariamo che essi devono essere bollati con il nome disonorevole di eretici ed essi non dovranno presumere di dare alle loro riunioni il nome di chiese. Essi soffriranno soprattutto il castigo della condanna divina e, in secondo luogo, la punizione che la nostra autorità deciderà di infliggere conformandosi alla volontà del cielo.”

Il dramma dell’apostasia silenziosa

Emmanuel Mounier

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(1905-1950), L’agonie du Christianisme, in Esprit, 1946, pp. 726-727, traduzione A. Prandi

Un  errore o un’eresia possono essere confutati, condannati, estirpati, ma non si confuta un dramma. Ebbene, la cristianità, così tranquilla alla superficie, è oggi in preda al più temibile dei drammi che mai abbia dovuto affrontare lungo la sua storia. Non si tratta di una minaccia di eresia, per la quale il cristianesimo non prova più sussulti di appassionato interesse. La vera minaccia è data da una certa apostasia silenziosa, a cui conducono da un lato l’atmosfera d’indifferenza che circonda il cristiano e dall’altro la sua stessa distrazione. Sono questi dei sintomi che non ingannano: la morte è vicina. Certo, non la morte del cristianesimo, ma la morte della cristianità occidentale, feudale e borghese. Domani apparirà alla luce una cristianità nuova o, se non domani, dopodomani, e sarà composta di nuovi elementi sociali […]. Ma occorre anche che non siamo noi a soffocare la nuova insieme al cadavere di quella vecchia.

L’uomo sa compiere il bene

Pelagio Britannico

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(360-420) Lettera a Demetriade

Una delle più belle pagine del grande avversario di Agostino nella diatriba sulla Grazia e la libertà.

«Pur avendolo creato debole e inerme esteriormente, Dio creò l’uomo forte interiormente, facendogli dono della ragione e della saggezza, e non volle che fosse un cieco esecutore della sua volontà, ma che fosse libero nel compiere il bene o il male. Se ci pensi bene, ti apparirà evidente come, proprio per questo, la condizione dell’uomo sia più alta e dignitosa, dove sembra e si crede invece più misera.

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La morte di fra Michele minorita

 

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(+ aprile 1389): la fine di un eretico

Uno dei più stimolanti e forti documenti sulla vita e la morte di un frate, Michele da Calci, arso vivo a Firenze per reato d’eresia. Il testo fu scritto da un contemporaneo e seguace di Michele: il linguaggio fresco e popolare rende perfettamente il clima dell’epoca e dei fatti e, insieme, il sottile confine che separa talvolta gli eretici dai santi. Qui riportiamo solo la parte riguardante la condanna e la morte.

 

“(…) Letta che fu la confessione, e ‘l capitano si tornò dentro, non dando sentenzia come è usanza agli altri; e niuno ordine si tenne a lui che s’usasse di tenere agli altri che vanno alla giustizia. Tornato che fu il capitano dentro, la famiglia1 con grande impeto lo trassono fuori della porta del capitano. E rimase tutto solo tra’ mascalzoni, scalzo, con una gonnelluccia in dosso, parte de’ bottoni isfibbiati. E andava col passo larghetto e col capo chinato, dicendo d’ufficio, che veramente parea uno dei’ martiri. E tanto popolo v’era che appena si potea vedere. E a tutti increscendone, diceano: – Deh, non voler morire! – ; ed esso rispondea: – Io voglio morir per Cristo – . E dicendogli: – Oh, tu non muori per Cristo -, e esso dicea: – Per la verità -. E a cui gli dicea: – Oh, tu non credi in Dio -, ed esso rispondea: – Io credo in Dio e nella Santa Vergine Maria e nella santa Chiesa -. E alcuno gli dicea: – Sciagurato, tu hai il diavolo a dosso che ti tira -; ed e’ rispondea: – Idio me ne guardi -. E così andando, rispondea di rado, e non rispondea se non alle cose che gli pareano di necessità, e rade volte alzando gli occhi altrui. (…)

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Commento valdese al Padre nostro

 

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Da R. Nelli, Scrittori anticonformisti del medioevo provenzale, II, Milano, 1996, pagg. 36ss.

Dacci oggi il nostro pane quotidiano”

Possiamo intendere due tipi di pane: pane corporeo e pane spirituale. Con il pane corporeo si intende il cibo e il vestito, e le cose necessarie al corpo, senza le quali non possiamo vivere naturalmente. Il pane spirituale è la parola di Dio, il corpo di Cristo senza il quale l’anima non può vivere. Si riferisce a questo pane ciò che Cristo diceva ai suoi discepoli: Chiunque mangerà di questo pane vivrà in eterno.

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Preghiera catara

 

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dal Registro d’Inquisizione di J. Fournier, da La cena segreta. Trattati e rituali catari, a cura di F. Zambon, Milano 1997, pp. 405-406.

 

“Padre santo, Dio legittimo degli spiriti buoni, che non hai mai ingannato né mentito né errato, né esitato per paura della morte a discendere nel mondo del Dio straniero – perché noi non siamo del mondo né il mondo è nostro– concedi a noi di conoscere ciò che tu conosci e di amare ciò che tu ami.Farisei ingannatori, che state alla porta del regno e impedite di entrare a coloro che lo vorrebbero, mentre voi non volete!

 

Per questo prego il Padre santo degli spiriti buoni, che ha il potere di salvare le anime, e fa germogliare e fiorire per gli spiriti buoni, e per causa dei buoni dà vita ai malvagi e lo farà finché essi vadano nel mondo dei buoni.

 

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La dignità dell’eretico

Poggio Bracciolini

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(1380-1459) Lettera su Girolamo da Praga, in E. Garin, Il Rinascimento italiano, Milano, 1941

Poggio Bracciolini descrive in questa lettera la figura di Girolamo da Praga, che la Chiesa aveva condannato come eretico. Appare chiaramente lo spirito di tolleranza rinascimentale, che aiuta a vedere, anche ad occhi cattolici come quelli di Poggio, la figura dell’uomo e dei suoi valori in modo decisamente nuovo: Bracciolini non esalta l’eretico, ma l’uomo tout court, recuperando quell’antico e mai sopito simbolo di humanitas, dalla quale riemerge la dimensione prettamente umana del martirio (si noti, peraltro, il riferimento a Socrate e a Scevola, e l’assenza del riferimento ai martiri cristiani).

“Pochi giorni dopo il mio ritorno a Costanza si cominciò a discutere pubblicamente la causa di Gerolamo da Praga, che dicono eretico. Ho deciso di riferirtene, sia per la gravità dell’avvenimento, sia, soprattutto, per l’eloquenza e la dottrina dell’uomo. Confesso di non avere mai visto nessuno che, specialmente in una causa capitale, si avvicinasse di più all’eloquenza di quegli antichi che tanto ammiriamo. Era mirabile cosa a vedersi con quali accenti, con quale eloquenza, con quali argomenti, con quale aspetto, con qual viso, con qual fiducia, rispondeva agli avversari ed infine perorava la sua causa; tanto che è da rimpiangere che un ingegno così nobile ed eccellente si volgesse all’eresia, se è poi vero quello di cui l’accusano (…)

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