La paura che il libro scompaia…

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Mi prendo un momento romantico e, diciamo così, laterale ai soliti argomenti. Lavorando nell’editoria, e in un settore particolare, quale l’editoria religiosa, mi capita spesso di confrontarmi con amici sul futuro del libro e sulla (eventuale) nostalgia che la sua scomparsa porterebbe a quei molti che gli sono (soprav)vissuti fedeli. Chi mi conosce sa quanto io ami i libri (e di quanti ne sia fornita la mia biblioteca) e quanto la mia personale sussistenza sia legata al futuro dei libri. Eppure, l’idea che un giorno non ci saranno più (o, più semplicemente, che non saranno più di carta, che saranno “altro” da quel che abbiamo conosciuto) non mi provoca particolari angosce, né mi conduce a elaborare lutti.

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In margine alla Fiera del Libro

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Un piccolo pensiero a margine della Fiera del Libro di Torino, che ho visitato ieri (un poco in fretta, tra qualche appuntamento con autori e qualche incontro con altri editor ed editori). La sensazione della crisi del libro si respira non tanto per le presenze di visitatori, che in fondo erano anche numerose, e anche di ragazzi e di giovani, ma per la qualità dei prodotti. Da tempo l’impressione, condivisa da molti che lavorano nel settore, è che pur di vendere qualche “maledetto libro in più” si faccia di tutto, adattando la merce libraria (perché di questo si tratta) alle più tristi e intristite leggi del mercato. In realtà, anche questa affermazione puzza di retorica, perché viene subito da chiedersi: potrebbe essere altrimenti? Ossia: si potrebbe fare editoria (che, in fondo, non è altro che produzione e vendita di libri) senza rispettare la legge della domanda e dell’offerta?

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