Ogni incontro con l’altro rischia di cambiarci

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Pierre-Françoise de Béthune, L’ospitalità, San Paolo, pp. 151-152

Chi sostiene che il dialogo interreligioso sia un rischio, ha perfettamente ragione. Ma si tratta di un rischio che, oggi, non ci si può esimere di correre.

Il dialogo interreligioso non è soltanto un dovere morale in favore della giustizia e della pace, ma è una via spirituale. Non è soltanto un’esigenza che viene ad aggiungersi a tanti altri obblighi, ma è un’opportunità, un’opportunità per la fede.

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Gli editti di re Asaoka

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Pierre-Françoise de Béthune, L’ospitalità, San Paolo, p. 129

Il re Asaoka (buddista indiano del III secolo a.C.) fece incidere degli Editti sulle colonne innalzate in tutte le Province del suo regno. Possiamo leggervi tra gli altri questo:

“La fede di tutti gli altri deve essere rispettata per l’una o l’altra ragione. Onorandoli, si esalta la propria fede e, nello stesso tempo, si rende servizio alla fede degli altri. […] Perché se un uomo esalta la sua fede e ne denigra un’altra, pensando di agire così con devozione e glorificare così la propria tradizione spirituale, in realtà gli fa torto. […] Il re desidera che gli uomini di tutte le tradizioni conoscano la fede degli altri e acquistino così una dottrina solida. […] Lo scopo di queste misure è la promozione della fede particolare di ciascuno e la glorificazione del Dharma” (Editto XII).

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Il Vangelo e le altre religioni

Pierre-François de Béthune

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L’ospitalità. La strada sacra delle religioni, San Paolo, 2012

Pierre-François de Béthune ha scritto uno splendido libro sul dialogo interreligioso (intrareligioso, lo chiamerebbe Panikkar). In una delle pagine più intense, commenta in questo modo il brano evangelico dell’invio dei discepoli in missione:

“Quando Gesù invia i suoi discepoli ad annunciare a loro volta il Regno che viene, ingiunge loro di presentarsi sprovvisti di tutto e nella necessità di essere accolti.

Se domanda loro di non prendere niente con sé, «né oro, né argento, né borsa per il cammino, né due tuniche, né sandali, né bastone», non è per invitare i missionari a essere distaccati; è perché si presentino dipendenti dalla buona volontà dei loro ospiti, perché siano costretti a domandare il vitto e l’alloggio. Ordina loro di entrare nella casa, di dire: Pace a questa casa. E: «Rimanete in quella casa mangiando e bevendo quello che vi sarà dato». E’ ugualmente prevista l’eventualità di una non accoglienza. Essa fa parte dell’esperienza, perché l’ospitalità non è un diritto per il discepolo, ma sempre l’oggetto di un’umile richiesta.

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