Pensare il futuro: ossia, educatori (educati) cercasi

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Pensando agli auguri di quest’anno per il Natale imminente, mi sono davvero chiesto che cosa avesse senso proporre. Si sentono continuamente, attorno, profeti e profezie di sventura, mentre dall’altro lato sembra che tutto sia sempre come prima.

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La cenere e il fuoco

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L’avvento di papa Francesco è stato salutato da (quasi) tutti come una ventata d’aria fresca. Ma occorre sempre vigilare, perché tornare all’aria stantia è cosa di un attimo. Basta chiudere le finestre, simulando un raffreddore o confondendo il fresco con il freddo. Fuor di metafora, le domande pressanti che hanno accompagnato (e probabilmente favorito) la conclusione del pontificato di Benedetto XVI non sono state risolte. E vanno necessariamente affrontate.

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“Io cerco Dio!”

Friedrich Nietzsche

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(1844-1900), La gaia scienza (1882) Libro terzo

La straordinaria pagina di Nietzsche sulla morte di Dio. Uno dei punti da cui, da allora, occorre passare per ogni riflessione sul divino e per il confronto con la laicità.

Non avete voi udito parlare di ‘quell’uomo folle, il quale in pieno giorno acce­se la sua lanterna, e corse intorno per il mercato, gridando senza mai cessare: “Io cerco Iddio! Io cerco Iddio!” – E poiché vi erano parecchi di coloro che non credono in Dio, egli suscitò fra loro una grande risata. S’è smarrito egli, Iddio, forse? – chiese uno. O è scappato, come un fanciullo? – domandò un altro. O si tiene egli nascosto? O ch’egli, forse, ci teme? Ovvero, è salito sulla nave? è emi­grato? – così gridavano essi, bofonchiando fra lo­ro.

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Chiamati da Dio? La faccenda seria della vocazione

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Concludevo, sabato scorso, con una riflessione sul senso di un presbiterato conferito a 25 anni, e sulle ipotetiche conseguenze di una revisione dello stesso.

Quella riflessione spinge, in realtà, ancora più a monte, all’idea stessa di «vocazione», non genericamente intesa, ma come “chiamata a un compito ministeriale”, “vocazione a un ministero”.

La “chiamata”, in senso generico, è normalmente intesa come un dono particolare, una grazia singolare, un appello rivolto direttamente da Dio a una donna, a un uomo. Dio chiama alcuni a svolgere compiti particolari per il bene del mondo e della Chiesa. Non ha fatto così anche Gesù con gli apostoli? Li ha chiamati a sé per un progetto preciso. Definita la questione, occorre però soffermarsi su una serie di problemi che essa inevitabilmente apre e che, se non ben intesi, portano a una confusione interiore che è tra le cause, secondo il mio parere, di molte delle drammatiche vicende legate al ministero in questi ultimi decenni.

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L’ossimoro: presbitero e giovane. E l’ipotesi seria di un diaconato (impermanente)

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Riprendo e cerco di concludere la riflessione iniziata ieri.

Come si può essere presbitero (ossia “anziano”) a 25 anni? Ma anche a 30? Come si può anche solo pensare di governare le coscienze altrui e le forme di vita altrui (poiché questo è il ministero pastorale nella sua essenza: governo delle strutture e dei cuori, nel senso migliore del termine, s’intende), quando si è appena all’inizio del lavoro di governo su di sé?

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Chiesa, contestazioni e “margine di fraternità”

Yves Congar

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(1904-1995), Vera e falsa riforma della Chiesa – postilla all’edizione del 1968, Milano, 1972, pagg. 437ss.

Una lucida riflessione (di 50 anni fa!) sul tema della gestione e delle conseguenze del Concilio e della contestazione alla e nella Chiesa. Un linguaggio alla ricerca dell’equilibrio “fraterno” nella dialettica tra fedeltà e trasformazione.

Gli avvenimenti del maggio-giugno 1968, che hanno bloccato per due mesi le bozze della presente ristampa in fondo ad un sacco postale, ci spingono ad aggiungere alcune pagine alla conclusione… Alla situazione post-conciliare della chiesa, già difficile, quegli avvenimenti hanno aggiunto le incertezze di un clima rivoluzionario e di una contestazione universale e permanente. In un clima del genere, le cose ieri ancora solide e sicure appaiono di colpo superate o almeno prive di interesse.

Non è stato il Concilio a creare i nuovi problemi né la nuova disposizione d’animo. E’ ingiusto e anzi insulso attribuirgli le difficoltà che proviamo oggi, con un sentimento d’inquietudine e di pena, perfino nel dominio della fede.

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Il vero nome del “modernismo” doveva essere “arcaismo”

Ernesto Bonaiuti

(1881-1946), Il modernismo cattolico, Modena, 1943.

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Bonaiuti è certamente autore da rileggere e riscoprire, lontani dalle polemiche semplicistiche del suo tempo. La sua prospettiva è nuovamente interessante, oggi, ed è quella di un grande pensatore oltre che di un credente critico. Questa pagina ne è un esempio.

E’ col Concilio di Trento che la cristianità cattolica moderna ha preso risolutamente e funestamente congedo dalle forme mentali, dalla gerarchia dei valori, dalla raffigurazione della vita che avevano costituito in antico, prima la linfa della primitiva propaganda evangelica, poi la grande creazione sociale del Cristianesimo, il medioevo.

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Prete, ossia: la fatica di essere “sacro”

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Continuo nelle mie riflessioni sul prete, iniziate un paio di settimane fa. Ribadisco che sono pensieri che cerco di mettere in ordine, per fare chiarezza in me, innanzitutto e per favorire un dialogo.

Qualche giorno fa avevo distinto tre dinamiche per una riflessione sulla complessa sostenibilità della figura del prete oggi; indicavo quali punti da analizzare seriamente, per comprendere alcune derive: celibato, gestione del potere e relazione tra quotidianità e spiritualità.

I primi due temi mi sembrano (per quanto possa sembrare il contrario) meno essenziali. Nel terzo trovo qualcosa di decisivo, da subito. Un elemento centrale della spiritualità del prete è, infatti, la questione della sacralità. Tanto più decisiva, quanto più in gioco in un tempo in cui di spazio per il sacro sembra essercene sempre di meno.

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E se non fosse il celibato a fare problema?

Voglio continuare a riflettere, per quanto sia doloroso. Credo sia il tempo di farlo. Per me e per altri. Sperando che queste lente e faticose “confessioni” siano innanzitutto occasione per guardare onestamente dentro di me. Se poi serviranno ad altri, ancor meglio.

Ho, infatti, ascoltato e riflettuto con vari amici in questi giorni, a profondità che raramente capitano. Vien quasi voglia di dire che occorrerebbe più spesso avere giorni difficili (quelli davvero difficili, in cui tutto ciò che conta viene contemporaneamente messo in gioco; i giorni in cui le parole “sono pietre” e gli animi “si provano col fuoco”), se questo non significasse dolore, talvolta insopportabile, per pochi o molti (non importa mai il numero).

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In margine alla vicenda di don Alberto

A occhi aperti

Conosco e sono amico (abbiamo studiato teologia insieme) di don Alberto Barin da trent’anni circa. Da quando è stato nominato cappellano delle carceri di San Vittore sono stato un paio di volte a trovarlo e a chiacchierare con lui. Poi, come capita con gli amici, ci siamo persi di vista. Fino a ieri sera, quando la telefonata di un altro amico comune mi ha rivelato quel che stava accadendo: le accuse, l’arresto (qui per la notizia)… Qui non voglio in nessun modo prendere posizione su don Alberto e su quanto ha compiuto o meno, e vorrei evitare anche da parte di chi legge e volesse intervenire la classica presa di posizione su innocenza e/o colpevolezza: per questo esiste una magistratura che farà le sue indagini e, inoltre, non è questo il fine del presente blog.

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