Sulla stupidità

Una breve riflessione sul libro bonhoefferiano LA VITA RESPONSABILE, da me curato in occasione del 70° anniversario del martirio del teologo di Tegel (9 aprile scorso) e registrato per il  sito www.synesio.it su cui pure è stato pubblicato.

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La coscienza del non credente

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Sto scrivendo un po’ troppo su questo papa… Me lo ha detto qualche amico e me lo dico da solo. Ma è possibile evitarlo? In questi giorni, per esempio, come non riflettere su quella che ormai tutti chiamano “Lettera ai non credenti” (e già per questo titolo come si potrebbe non pensare al cardinal Martini, di cui abbiamo celebrato da poco la memoria, un anno dopo la sua morte)? Come non prendere in seria considerazione, per esempio, un’affermazione che in essa è contenuta: “Il peccato, anche per chi non ha la fede, c’è quando si va contro la coscienza.” Definizione non certo nuova nella morale cristiana, che conosce l’idea della “coscienza invincibilmente erronea” da lungo tempo. Eppure sembra così innovativo: si pecca quando non si aderisce al giudizio della propria coscienza; quando si vive contro coscienza (contro cultura, quindi, non contro natura: diciamocelo!) ossia, quando non si fa verità in noi stessi.

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Le armi e la fede

Thomas Müntzer

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(1467ca-1525) Discorso agli insorti di Allstedt, in J. Macek, La Riforma popolare, Firenze, 1973, pagg. 68s.

Le tensioni religiose misero a ferro e fuoco l’Europa post-medievale, mescolando processi di liberazione sociale e di affermazione della vera fede. Uno dei momenti più drammatici fu certamente quello della rivolta guidata da Thomas Müntzer, che fu ripresa anche dalla letteratura a noi contemporanea con le splendide pagine di apertura di “Q”.

Anzitutto il puro timore di Dio, cari fratelli. Quanto ancora dormirete? da quanto tempo avete cessato di professare la volontà di Dio in quanto, secondo voi, egli vi ha abbandonato? Ah! quante volte vi ho detto che così deve essere, che Iddio non può rivelarsi diversamente, dovete star quieti. Se non lo farete, il sacrificio, il vostro dolore straziante sarà stato vano. Voi dovete poi ritornare nuovamente nel dolore. Questo vi dico: se non volete soffrire per Dio, dovete essere martiri del diavolo.

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Fedeltà, mondanità e spiritualità: cosa pensa il nuovo papa

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Stavo per scrivere una riflessione, a caldo, su quel che il nuovo papa mi aveva “mosso” dentro, quando ho trovato questa sua intervista (è del 2007, la si può leggere integrale cliccando qui) e ho pensato che, prima di dire qualcosa, valesse la pena ascoltare il protagonista stesso di questa vicenda. E’ una breve lettura che mi ha sorpreso e per la quale garantisco che ne vale la pena.

«Il restare [fedeli alla tradizione], il rimanere fedeli implica un’uscita. Proprio se si rimane nel Signore si esce da sé stessi. Paradossalmente proprio perché si rimane, proprio se si è fedeli si cambia. Non si rimane fedeli, come i tradizionalisti o i fondamentalisti, alla lettera. La fedeltà è sempre un cambiamento, un fiorire, una crescita. Il Signore opera un cambiamento in colui che gli è fedele. È la dottrina cattolica. San Vincenzo di Lerins fa il paragone tra lo sviluppo biologico dell’uomo, tra l’uomo che cresce, e la Tradizione che, nel trasmettere da un’epoca all’altra il depositum fidei, cresce e si consolida con il passo del tempo… […]

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Il re e la coscienza

Thomas More

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(1478-1535), Lettera alla figlia Margaret, scritta dalla Torre ove era impri­gionato. Da Consigli per l’anima, Piemme, pag 180-181

Margaret, figlia mia, noi due abbiamo parlato di questa cosa più di due o tre volte […] e io ti ho anche risposto che i questa faccenda, se fosse possibile per me agire in modo da far contento il re, e insieme non of­fendere Dio, allora non c’è uomo che avrebbe pronunciato il giuramento più volentieri di quanto lo farei io, come colui che si considera profondamente legato alla Maestà del Re, più di chiun­que altro gli stia accanto, per la sua straordinaria generosità, in molti modi dimostrata e dichia­rata. Ma, stando alla mia coscienza, non posso assolutamente farlo e, per illuminare la mia coscienza sulla questione, non mi sono fermato alla superficie, ma per molti anni ho studiato e considerato con cognizione di causa e non ho potuto finora vedere o sentire, né penso che mai vedrò o sentirò, una cosa che potesse indurre la mia mente a pensare diversamente da come penso.

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L’ironia di Pascal e le pie insidie

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(1623-1662) Lettere provinciali (1656-1657), Milano, 1989, pagg. 106ss.

Quando il legame tra logica e religione produce… mostri.

[Il buon Padre] mi disse: Ascoltate ancora questo passo del nostro Padre Gaspa Hurtado…: “Un beneficiario può, senza alcun peccato mortale, desiderare la morte di colui che ha una rendita sul suo beneficio; e un figlio quella di suo padre, e rallegrarsi quando essa giunge, purché sia soltanto per il bene che a lui deriva, e non già per un odio personale.”

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Dove sono i maestri?

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La riflessione sul presbiterato sconfina, inevitabilmente, in quella sulla vita spirituale, o sulla vita interiore, se si preferisce; o, ancora, semplicemente sulla vita, che è quanto ci interessa, nel suo complesso, senza troppe distinzioni.

E uno dei grandi temi della vita è quello della sua formazione, iniziazione, educazione. Per accedere a una vita interiore e spirituale “sostenibile” (non legata a mode o nella mani di manipolatori) abbiamo bisogno di maestri. Tutte le tradizioni spirituali lo sanno. La vita interiore non si improvvisa, pena danni a sé e agli altri. Ne parlavo in quetso blog qualche settimana fa, ponendo sul piatto la questione dei formatori e della formazione nei seminari, ma la faccenda riguarda tutti coloro che non si accontentano del cibo e del vestito, per dirla chiosando il vangelo.

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Voltaire, la religione, la tolleranza del diverso

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(1694-1778), Trattato sulla tolleranza

Una pagina profonda, che ogni fondamentalista di ogni religione dovrebbe ancora oggi rileggere, conclusa con una preghiera che ancora oggi ha la sua forza.

“Non abbisogna una grande arte, né un linguaggio forbito, per provare che i cristiani debbano tollerarsi vicendevolmente. E aggiungo: tutti gli uomini sono da considerarsi nostri fratelli. Come? mio fratello il turco? mio fratello il cinese? l’ebreo? il siamese? Sì senz’altro. Non siamo forse figli dello stesso padre e creature dello stesso Dio? […]

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Il messaggio dell’imperatore

Franz Kafka

(1883-1924), Da Tutti i racconti, Milano, 1982.

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Che Kafka vada recuperato come una delle più straordinarie figure della spiritualità a cavallo tra XIX e XX secolo è cosa ormai appurata, per chi ne conosce gli scritti un po’ oltre le mode. Mi permetto un suggerimento, per chi non conoscesse il lato mistico dello scrittore praghese: la lettura di quello straordinario diario interiore che sono i “Quaderni in ottavo” (reperibili in Italia in edizione Oscar o per i tipi di SE).

Qui presento un racconto breve, che ha in sé il sapore dell’assoluto: attesa, ricerca, ineffabile.

L’imperatore – così dice la leggenda – ha inviato a te, singolo, miserabile suddito, ombra minuscola fuggita via nelle più remote lontananze dall’abbagliante sole imperiale, a te, proprio a te ha inviato un messaggio dal suo letto di morte.

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Più grande è chi lotta col più grande

Soeren Kierkegaard

Kierkegaard

(1813-1854), Timore e tremore, in Opere, 1972, Firenze, pagg. 45ss.

Se non ci fosse nell’uomo una coscienza eterna, se al fondo di tutto non ci fosse che una forza selvaggia ribollente la quale, torcendosi in oscure passioni, tutto produce, sia ciò ch’è grande come ciò ch’è insignificante; se sotto ogni cosa si nascondesse un vuoto senza fondo, mai colmo, che altro sarebbe la vita se non disperazione? Se questa fosse la situazione, se non ci fosse nessun sacro vincolo che unisse l’umanità, se le generazioni si susseguissero l’una dopo l’altra come le foglie dei boschi, se una generazione succedesse all’altra come nel bosco il canto degli uccelli; se l’umanità attraversasse il mondo come la nave attraversa il mare, come il vento il deserto, come un’azione vuota e sterile; se un oblio eterno, sempre famelico, spiasse la sua preda e non ci fosse forza alcuna per strapparnelo – come la vita non sarebbe allora vuota e sconsolata!

[…] Nessuno che sia stato grande nel mondo, sarà dimenticato; ma ognuno è stato grande a suo modo, ed egli amò ciascuno secondo la sua grandezza. Poiché colui che ha amato se stesso, è diventato grande con se stesso. E colui che ha amato gli altri uomini è diventato grande con la sua dedizione. Ma colui che ha amato Dio è diventato più grande di tutti. Ognuno deve essere ricordato, ma ciascuno è diventato grande in rapporto alla sua attesa. Uno è diventato grande con l’attendere il possibile; un altro coll’attendere l’eterno; ma colui che attese l’impossibile, divenne il più grande di tutti. Ognuno dev’essere ricordato. Ma ognuno è stato grande in rapporto alla grandezza contro cui combatté. Poiché colui che combatté contro il mondo, divenne grande vincendo il mondo, e colui che combatté contro se stesso divenne più grande vincendo se stesso, ma colui che combatté con Dio divenne più grande di tutti. Così si è combattuto sulla terra: c’era chi ha vinto tutti con la sua forza e c’era chi ha vinto Dio con la sua impotenza.