Un antico concetto di cassa comune

QUINTO SETTIMIO TERTULLIANO

Tertulliano

 

(155ca-220ca) Apologia del cristianesimo, xxxix

“Presiedono le adunanze degli anziani di provate virtù, che tale onore non per denaro, ma per la pubblica testimonianza hanno acquisito, giacché nulla si può avere con denaro delle cose di Dio. E se anche vi è una specie di cassa comune, essa non è formata da versamenti obbligatori in denaro, quasi la religione fosse posta all’asta. Ciascuno versa un modesto obolo, una volta al mese o quando vuole, e solo se lo vuole e se lo può. Nessuno è costretto, ma contribuisce di propria spontanea volontà. Sono questi come dei depositi della pietà. Infatti, non vengono poi spesi in banchetti o bevute o sgradite bisbocce, ma per sfamare i poveri e dar loro sepoltura, per soccorrere i giovani e le giovani che non hanno mezzi di famiglia, ed anche i servitori divenuti vecchi, e così pure i naufraghi; e se qualcuno, solo a cagione della nostra religione, soffre nelle miniere, nelle isole o nelle prigioni, diviene il pupillo della religione che ha abbracciato (…)

Uniti così con lo spirito e con l’anima, non indugiamo a mettere in comune i nostri beni. Tutto è da noi messo in comune, fuorché le mogli.”

 

Chi ha pianto oggi nel mondo?

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Senza aggiungere molte altre parole. Il discorso di papa Francesco a Lampedusa (qui per leggere tutto)

«Dov’è il tuo fratello?» Chi è il responsabile di questo sangue? Nella letteratura spagnola c’è una commedia di Lope de Vega che narra come gli abitanti della città di Fuente Ovejuna uccidono il Governatore perché è un tiranno, e lo fanno in modo che non si sappia chi ha compiuto l’esecuzione. E quando il giudice del re chiede: «Chi ha ucciso il Governatore?», tutti rispondono: «Fuente Ovejuna, Signore». Tutti e nessuno! Anche oggi questa domanda emerge con forza: Chi è il responsabile del sangue di questi fratelli e sorelle? Nessuno! Tutti noi rispondiamo così: non sono io, io non c’entro, saranno altri, non certo io. Ma Dio chiede a ciascuno di noi: «Dov’è il sangue del tuo fratello che grida fino a me?». Oggi nessuno nel mondo si sente responsabile di questo; abbiamo perso il senso della responsabilità fraterna; siamo caduti nell’atteggiamento ipocrita del sacerdote e del servitore dell’altare, di cui parlava Gesù nella parabola del Buon Samaritano: guardiamo il fratello mezzo morto sul ciglio della strada, forse pensiamo “poverino”, e continuiamo per la nostra strada, non è compito nostro; e con questo ci tranquillizziamo, ci sentiamo a posto. […] In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro!

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