Pastori con l’odore delle pecore

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Dopo le prime uscite (preoccupato io stesso dal mio improvviso entusiasmo per questo pastore) cercavo di mantenermi un dubbio: non è che questa semplicità sia solo una facciata, un’immediatezza di comunicazione che nasconde una pochezza di contenuto? Sapevo che era più una mia paura, quasi una difesa di fronte al mio entusiasmo riguardo a un uomo che è venuto incontro sorridendo al mondo (anche della fede) ormai intristito. Bene, dopo l’omelia che Francesco ha pronunciato ieri durante la Messa crismale, mi sono tolto anche quest’ultimo dubbio. Questo vescovo di Roma è tutt’altro che superficie, immagine: è carne e sangue. Una amica ieri sera al telefono mi ha detto: E’ un uomo che emoziona. Vero. Ma comincio a convincermi che emoziona perché è, davvero, un uomo. E l’umanità è quel che conta, soprattutto quando si parla di Dio. Il resto è (inutile) teologia.

Per chi volesse leggersi le parti più intense dell’omelia di ieri, ne riporto qui di seguito un ampio stralcio.

«Il buon sacerdote si riconosce da come viene unto il suo popolo; questa è una prova chiara. Quando la nostra gente viene unta con olio di gioia lo si nota: per esempio, quando esce dalla Messa con il volto di chi ha ricevuto una buona notizia. La nostra gente gradisce il Vangelo predicato con l’unzione, gradisce quando il Vangelo che predichiamo giunge alla sua vita quotidiana, quando scende come l’olio di Aronne fino ai bordi della realtà, quando illumina le situazioni limite, “le periferie” dove il popolo fedele è più esposto all’invasione di quanti vogliono saccheggiare la sua fede.

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Fedeltà, mondanità e spiritualità: cosa pensa il nuovo papa

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Stavo per scrivere una riflessione, a caldo, su quel che il nuovo papa mi aveva “mosso” dentro, quando ho trovato questa sua intervista (è del 2007, la si può leggere integrale cliccando qui) e ho pensato che, prima di dire qualcosa, valesse la pena ascoltare il protagonista stesso di questa vicenda. E’ una breve lettura che mi ha sorpreso e per la quale garantisco che ne vale la pena.

«Il restare [fedeli alla tradizione], il rimanere fedeli implica un’uscita. Proprio se si rimane nel Signore si esce da sé stessi. Paradossalmente proprio perché si rimane, proprio se si è fedeli si cambia. Non si rimane fedeli, come i tradizionalisti o i fondamentalisti, alla lettera. La fedeltà è sempre un cambiamento, un fiorire, una crescita. Il Signore opera un cambiamento in colui che gli è fedele. È la dottrina cattolica. San Vincenzo di Lerins fa il paragone tra lo sviluppo biologico dell’uomo, tra l’uomo che cresce, e la Tradizione che, nel trasmettere da un’epoca all’altra il depositum fidei, cresce e si consolida con il passo del tempo… […]

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Comunione e solitudine di un pontefice

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La questione della solitudine dell’annuncio e della comunione è il tema che più di ogni altro ha provocato commenti, su questo blog e anche attraverso telefonate, chiacchierate e mail personali. Chi mi dava ragione e chi mi ricordava che la solitudine è un elemento che fa parte dell’umanità di ogni uomo, di ogni anziano e, soprattutto, del ruolo del pontefice. «Pietro è solo, è sempre stato solo, fin dal momento in cui Gesù chiede a lui e a lui solo: Pietro mi ami più di costoro?»

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Servire i poveri è servire Dio

Vincent des Pauls

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(1581-1660) Lettere e conferenze spirituali, passim: come servire i poveri.

Non dobbiamo regolare il nostro atteggiamento verso i poveri da ciò che appare esternamente in essi e neppure in base alle loro qualità interiori. Dobbiamo piuttosto considerarli al lume della fede. Il Figlio di Dio, ha voluto essere povero, ed essere rappresentato dai poveri. Nella sua passione non aveva quasi la figura di uomo; appariva un folle davanti ai gentili, una pietra di scandalo per i Giudei; eppure egli si qualifica l’evangelizzatore dei poveri: “Mi ha mandato ad annunciare ai poveri un lieto messaggio” (Lc 4, 18). Dobbiamo entrare in questi sentimenti e fare ciò che Gesù ha fatto: curare i poveri, consolarli, soccorrerli, raccomandarli.

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Chiesa e ricchezza

Bartolomé de Carranza

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(1503-1576), Catechismo cristiano, ii, passim, in J.I.G. Faus, Vicari di Cristo, Bologna. 1995, pagg. 324s.

“Che Dio… non protesti contro di noi…: “Perché lasciate morire i poveri di fame, e intanto spendete grandi ricchezze per edificare templi e imponenti sepolcri per la vostra memoria? Voi adornate con oro e argento involucri e lapidi, che null’altro ricoprono se non corpi morti e di null’altro parlano se non delle vanità in cui viveste, e intanto non vi curate di soccorrere quegli involucri che per davvero rappresentano Dio e racchiudono in sé lo Spirito Santo, di cui sono tempio. E infine, malgrado non perdiate mai la messa e la recita dei vespri, continuo a non vedere alcun cambiamento nei vostri costumi, né alcuna misericordia nelle vostre opere.” […]

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Il Vangelo e le altre religioni

Pierre-François de Béthune

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L’ospitalità. La strada sacra delle religioni, San Paolo, 2012

Pierre-François de Béthune ha scritto uno splendido libro sul dialogo interreligioso (intrareligioso, lo chiamerebbe Panikkar). In una delle pagine più intense, commenta in questo modo il brano evangelico dell’invio dei discepoli in missione:

“Quando Gesù invia i suoi discepoli ad annunciare a loro volta il Regno che viene, ingiunge loro di presentarsi sprovvisti di tutto e nella necessità di essere accolti.

Se domanda loro di non prendere niente con sé, «né oro, né argento, né borsa per il cammino, né due tuniche, né sandali, né bastone», non è per invitare i missionari a essere distaccati; è perché si presentino dipendenti dalla buona volontà dei loro ospiti, perché siano costretti a domandare il vitto e l’alloggio. Ordina loro di entrare nella casa, di dire: Pace a questa casa. E: «Rimanete in quella casa mangiando e bevendo quello che vi sarà dato». E’ ugualmente prevista l’eventualità di una non accoglienza. Essa fa parte dell’esperienza, perché l’ospitalità non è un diritto per il discepolo, ma sempre l’oggetto di un’umile richiesta.

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Perché è propria dei cristiani la tolleranza

John Locke

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(1632-1704), Lettera sulla tolleranza (1689)

Un estratto dalla splendida “Lettera sulla tolleranza” del filosofo inglese.

“Poiché chiedete, illustre amico, la mia opinione in tema di reciproca tolleranza fra cristiani, risponderò senz’altro che nella tolleranza io vedo il più importante segno distintivo della vera chiesa. Ché, per quanto taluni vadano vantando antichità di luoghi e di nomi o pompa di culto; altri la riforma operata nella propria disciplina; tutti, l’ortodossia della loro fede, poiché ortodosso è ognuno ai propri occhi: queste cose, e le altre del genere, son molto più segni della brama di potenza degli uomini e del loro desiderio di dominare gli uni sugli altri, che non della chiesa di Cristo. E chi anche tutto ciò possieda, e tuttavia manchi di carità, di pietà e di universale benevolenza verso il genere umano, non esclusi coloro che non professano la fede di Cristo, non v’è dubbio che sia ben lungi dall’essere un vero cristiano.

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Confessioni, coraggio, delusioni e silenzi

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Propongo oggi la mia “riflessione del venerdì”. Il giorno di ritardo è dovuto a un’esperienza cui sono stato chiamato a partecipare ieri e che mi ha lasciato un profondo senso di rispetto e stima: ero moderatore alla testimonianza di un testimone di giustizia nei processi contro la mafia presso un liceo. Alla presenza di oltre 300 giovani, una donna che ha fatto condannare decine di mafiosi raccontava la propria vita (testimonianza che il giornalista Umberto Lucentini ha raccolto nel bellissimo libro MALEDETTA MAFIA) e spiegava le ragioni per cui una bella signora quarantenne, madre di una giovane donna (che oggi ha 24 anni) decide di vivere la propria esistenza sotto scorta e nel totale nascondimento, allo scopo di portare un secchio al mare della libertà civile e della decenza sociale.

Al di là della storia personale di Anna, per me è stato inevitabile un parallelo con un’altra esperienza vissuta una decina di giorni fa: l’incontro con un gruppo di amici preti, e la riflessione conseguente su alcune dinamiche della vita presbiterale oggi. Un incontro che è stato profondo, ricco, pieno di umanità e di capacità di toccare temi delicati, sia personali che di socialità ecclesiale.

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Preti, storie, comunità

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La riflessione sul ruolo (sostenibile) del presbitero nella comunità non può evitare di fare i conti con il secondo polo della questione in gioco, la comunità appunto.

Paradossalmente, quando si parla di presbiterato, i punti centrali del discorso ruotano quasi completamente attorno alla figura del prete; nelle precedenti riflessioni anch’io ho fatto la medesima cosa, riflettendo su alcuni elementi quali: formazione, vocazione, ministero, spiritualità. Della comunità, anche nelle mie riflessioni, finora non c’era (quasi) traccia. Ma poiché il ministero, la vocazione, la spiritualità del presbitero (diocesano) si danno esattamente “in vista della” comunità (un presbiterio senza comunità sarebbe un controsenso), l’assenza di riflessione su quest’ultima è grave e, spesso, apre uno scenario drammatico.

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Beatitudine della povertà, tragedia della miseria

Jean-Baptiste Hénry Lacordaire

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(1802-1861), Discorso del 1847 alla Conferenza di S. Vincenzo de’ Paoli

Una splendida pagina di Lacordaire. Nemmeno troppo distante da quel che oggi si potrebbe dire sull’argomento.

“”Beato l’uomo che ha intelligenza del debole e del povero” (Sal 41, 2). Nel brano che ho scelto la Scrittura non dice: beato chi ha cura del povero, ma, più profondamente, beato chi ha intelligenza del povero. Ciò presuppone che la povertà sia, in qualche modo, un mistero, del quale esista una scienza che il mondo non conosce perfettamente, perché, se la conoscesse, il salmista non chiamerebbe “beato” l’uomo che ha intelligenza del povero. C’è una conoscenza della povertà che soltanto possiede solo la Chiesa, cui Dio ha mostrato tutti i suoi segreti (…). Esiste poi un livello seguente alla povertà, che è la miseria.

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