Effetto Francesco: il culto e la personalità

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L’effetto “papa Francesco” non accenna a diminuire, dopo circa un semestre di governo ecclesiale. Dire che questo è un bene appare persino banale: la freschezza, immediatezza, capacità comunicativa da un lato; l’attenzione ai poveri e ai deboli, la critica a un governo ecclesiale “marcio” e a un potere dei potenti più marcio ancora, dall’altro: sono i due elementi che piacciono a tutti, quasi senza eccezione. E ci mancherebbe! Ma dietro a queste evidenti emergenze del papato attuale, serpeggia un rischio che, Francesco stesso, ha perfettamente mostrato di comprendere quando ha detto a chiare lettere: Bisogna dire viva Gesù e non viva il Papa!

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Chi ha pianto oggi nel mondo?

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Senza aggiungere molte altre parole. Il discorso di papa Francesco a Lampedusa (qui per leggere tutto)

«Dov’è il tuo fratello?» Chi è il responsabile di questo sangue? Nella letteratura spagnola c’è una commedia di Lope de Vega che narra come gli abitanti della città di Fuente Ovejuna uccidono il Governatore perché è un tiranno, e lo fanno in modo che non si sappia chi ha compiuto l’esecuzione. E quando il giudice del re chiede: «Chi ha ucciso il Governatore?», tutti rispondono: «Fuente Ovejuna, Signore». Tutti e nessuno! Anche oggi questa domanda emerge con forza: Chi è il responsabile del sangue di questi fratelli e sorelle? Nessuno! Tutti noi rispondiamo così: non sono io, io non c’entro, saranno altri, non certo io. Ma Dio chiede a ciascuno di noi: «Dov’è il sangue del tuo fratello che grida fino a me?». Oggi nessuno nel mondo si sente responsabile di questo; abbiamo perso il senso della responsabilità fraterna; siamo caduti nell’atteggiamento ipocrita del sacerdote e del servitore dell’altare, di cui parlava Gesù nella parabola del Buon Samaritano: guardiamo il fratello mezzo morto sul ciglio della strada, forse pensiamo “poverino”, e continuiamo per la nostra strada, non è compito nostro; e con questo ci tranquillizziamo, ci sentiamo a posto. […] In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro!

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La moda e il cadavere

Hans Holbein, Il Cristo nella tomba (1521)
Hans Holbein, Il Cristo nella tomba (1521)

Nelle cose di fede, diffidare delle mode. Mi piacerebbe riuscire a fare di questo asserto un punto di non ritorno delle mie riflessioni (come sempre, innanzitutto per me stesso). Il testo di Schillebeeckx riportato un paio di giorni orsono mi ha obbligato a ripensare proprio a questo tema: quanto del pensiero cristiano (tradizionale o innovativo che sia) dipende dalle mode, dalle ideologie dominanti (siano di destra o di sinistra, chissenefrega) o, ancor peggio: dall’ottusità di chi “ha un solo pensiero” e dal bisogno di riconoscibilità di chi “ha bisogno di lodi” (e pensa non in vista della verità, ma del successo personale)?

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Per non dimenticare da dove veniamo

Edward Schillebeeckx

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(1914- ), Gesù. La storia di un vivente, Brescia, 1976, passim

 

Finché non prenderemo sul serio questa dinamica, sarà difficile tradurre il vangelo nella storia: finché l’emancipazione di sé, la propria individualità, il valore assoluto dato all’identita e singolarità (tutte cose buone, naturalmente…) non saranno ristabilite nella loro giusta posizione di fronte all’assoluto, non saremo “imitatori di Cristo”.

L’effetto sconvolgente della prassi di vita e del messaggio di Gesù e del suo fallimento storico sta – nella nostra situazione moderna – nel fatto che l’idea attuale di emancipazione totale mediante liberazione di sé è messa in discussione da Gesù. La sua morte per esecuzione non fece vacillare la sua certezza della ventura sovranità di Dio, pur sempre intenta all’umanità: faccia a faccia con la sua morte imminente, egli continuò a offrire salvezza da parte di Dio….

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Non prevalebunt, non prevarranno

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Ieri, pranzando con amici, e commentando l’ennesimo caso di “malachiesa” che vedeva coinvolto un prelato romano nelle dinamiche infinite che l’avidità propone, qualcuno mi consigliava di aprire un “foglio” in più nel mio blog in cui raccogliere quotidianamente le tristi vicende per le quali, citando il profeta, “il nome di Dio è maledetto tra i popoli per causa nostra”… Dei titoli per una tale rubrica, a un certo punto è emerso quello che apre questo post: Non prevalebunt. Non prevarranno. Chi? E su cosa?

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Cosa succede alla Chiesa?

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Ripropongo un testo del gesuita Medard Kehl, di quasi vent’anni fa. L’avevo messo in apertura del mio libro “La Chiesa non risponde”, ho l’impressione che non abbiamo fatto molti passi in avanti.

[…] in Germania, nell’autunno del 1995, si giunse a un ‘appello del popolo di Dio’ […]. Per due mesi nelle chiese e nei centri parrocchiali, per le strade e nelle pubbliche piazze, vennero raccolte delle firme con le quali si prendeva posizione a favore dei seguenti cinque obiettivi: edificazione di una chiesa fraterna; piena uguaglianza dei diritti per le donne; scelta libera fra la forma di vita celibataria e non celibataria; valorizzazione positiva della sessualità; lieta novella anziché annuncio che minaccia. […]

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Il divorzio e la comunione (3)

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Diverse reazioni a quanto scritto la scorsa settimana sono andate nella direzione di distinguere quel che importa davvero ai protagonisti della situazione di divorzio rispetto a quel che importa, invece, alla Chiesa. La sovrastruttura di teorie, dogmi, dichiarazioni, pretese evangeliche ecc. sembra essere troppo lontana ormai dall’esperienza personale delle crisi coniugali e delle conseguenze. D’altro canto, in diversi hanno accennato nelle loro risposte (sia sul blog che a voce) al fatto che la partecipazione all’Eucaristia debba essere una questione di coscienza e non determinata da regole sovraimposte.

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Il divorzio e la comunione (2)

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Prima di cominciare, ringrazio chi ha scritto su questo argomento la settimana scorsa, in risposta al mio post. Sono state indicazioni molto utili anche per me, mi hanno aiutato a cogliere ulteriormente quanto questo tema sia decisivo per il presente e il futuro della Chiesa in quanto comunione e comunità. Credo, anzi, che all’interno della questione “eucaristia o meno ai divorziati risposati” siano presenti tutti i grandi temi sui quali la Chiesa deve oggi riflettere necessariamente. Provo a elencare le questioni in gioco (e sicuramente ne dimenticherò qualcuna). I poli in gioco, occorre ricordarlo, sono due: matrimonio ed eucaristia.

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Il “consiglio” di Francesco

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La fine della scorsa settimana, con un gesto che forse, a livello popolare, è passato un poco in secondo piano, papa Francesco ha cominciato a svolgere il suo compito di pastore nel concreto; gli si chiedevano atti di governo precisi e ha cominciato con l’offrirne uno, che non lascia dubbi sulle prospettive con le quali il vescovo di Roma condurrà il suo pontificato: l’elezione di un gruppo di ‘saggi’ come suo consiglio privato dice molto di quel che sarà.

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Ci possono essere cattolici che non sono cristiani?

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Non esistono solo (e sembrava cosa scontata) i cristiani non cattolici. Esistono anche i cattolici che non sono cristiani. Il fatto mi si è rivelato come lampo luminosissimo, ieri mattina presto, tra la veglia e il sonno, come una rivelazione.

La tradizione spirituale e teologica cattolica ha, forse, per troppo tempo dovuto affrontare il primo caso (eretici, scismatici, atei devoti, sedicenti credenti…): nei confronti di costoro si è affannata a definire i paletti entro i quali si poteva aver salvezza e fuori dai quali nient’altro che dannazione (salvo poi spostare pali e riadattare staccionate, quando l’evidenza della vita interiore di alcuni confutava l’asserto teologico); dicevo: forse per troppo tempo il cattolicesimo si è dovuto preoccupare di definire i confini della propria ortodossia, giungendo a scordare un altro limite, forse anche più decisivo, che oggi emerge drammaticamente e con crescente violenza: non il confine entro il quale ci si può ancora dire cattolici, ma quello entro il quale ci si può ancora, onestamente, considerare cristiani.

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