Ci possono essere cattolici che non sono cristiani?

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Non esistono solo (e sembrava cosa scontata) i cristiani non cattolici. Esistono anche i cattolici che non sono cristiani. Il fatto mi si è rivelato come lampo luminosissimo, ieri mattina presto, tra la veglia e il sonno, come una rivelazione.

La tradizione spirituale e teologica cattolica ha, forse, per troppo tempo dovuto affrontare il primo caso (eretici, scismatici, atei devoti, sedicenti credenti…): nei confronti di costoro si è affannata a definire i paletti entro i quali si poteva aver salvezza e fuori dai quali nient’altro che dannazione (salvo poi spostare pali e riadattare staccionate, quando l’evidenza della vita interiore di alcuni confutava l’asserto teologico); dicevo: forse per troppo tempo il cattolicesimo si è dovuto preoccupare di definire i confini della propria ortodossia, giungendo a scordare un altro limite, forse anche più decisivo, che oggi emerge drammaticamente e con crescente violenza: non il confine entro il quale ci si può ancora dire cattolici, ma quello entro il quale ci si può ancora, onestamente, considerare cristiani.

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Il re e la coscienza

Thomas More

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(1478-1535), Lettera alla figlia Margaret, scritta dalla Torre ove era impri­gionato. Da Consigli per l’anima, Piemme, pag 180-181

Margaret, figlia mia, noi due abbiamo parlato di questa cosa più di due o tre volte […] e io ti ho anche risposto che i questa faccenda, se fosse possibile per me agire in modo da far contento il re, e insieme non of­fendere Dio, allora non c’è uomo che avrebbe pronunciato il giuramento più volentieri di quanto lo farei io, come colui che si considera profondamente legato alla Maestà del Re, più di chiun­que altro gli stia accanto, per la sua straordinaria generosità, in molti modi dimostrata e dichia­rata. Ma, stando alla mia coscienza, non posso assolutamente farlo e, per illuminare la mia coscienza sulla questione, non mi sono fermato alla superficie, ma per molti anni ho studiato e considerato con cognizione di causa e non ho potuto finora vedere o sentire, né penso che mai vedrò o sentirò, una cosa che potesse indurre la mia mente a pensare diversamente da come penso.

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La polemica di Giannone sul rapporto tra regno dei cieli e Regno sulla terra

Pietro Giannone

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(1676-1748), Vita scritta da lui medesimo

La polemica cosiddetta “anticurialista” poneva l’accento sulla distanza netta esistente tra le strutture statali e quelle ecclesiastiche, accentuando la necessità di mantenere estranea la compagine ecclesiale dalla laicità dello Stato. Si percepisce nel testo di Giannone (una delle grandi figure di pensatore dell’illuministo napoletano) la difficile accoglienza non tanto del messaggio cristiano, ma della sua “mediazione” politica. La domanda di fondo sulla funzione del potere ecclesiale non ha perso nulla della sua forza.

Adunque, seriamente riflettendo sopra il libro degli Evangeli e gli Atti di San Luca, e spezialmente l’Epistole di san Paolo, che avea sempre nelle mani, compresi che l’immutazione dell’uomo dallo stato di natura in quello di grazia, consisteva l’avere Iddio, per infinita sua bontà e beneficenza, mandato il suo Verbo nel mondo, ad assumere carne umana nell’utero della Vergine ebrea, che lo concepì senza ministero d’uomo terreno, ma di spirito divino, affinché questo Messo, uomo insieme a Dio, conversando fra gli uomini, gli fosse di lume e scorta, additandogli la vera e sicura strada, onde da terreni e mortali, potessero rendersi immortali e celesti.

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Rileggendo il Sillabo degli errori (1864)

in Acta Sanctae Sedis, 3 (1867), 168

Di alcuni testi resta, spesso, solo l’immagine nella memoria. Il rischio è che questa immagine, col tempo, perda colore. Rileggerli, almeno in parte, serve a ricordare da dove veniamo quando dibattiamo di alcune questioni.

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1. Panteismo, Naturalismo e Razionalismo assoluto

[E’ un errore…] ‘Ritenere che non esista altro divino Potere, Essere Supremo, Saggezza e Provvidenza distinti dall’Universo… che le profezie e i miracoli narrati nelle Sacre Scritture siano fantasia dei poeti…’

2. Razionalismo moderato

[E’ un errore…] ‘Ritenere che la chiesa dovrebbe tollerare gli errori di filosofia lasciando alla filosofia la preoccupazione delle proprie correzioni. Che i decreti della diocesi apostolica e delle congregazioni romane ostacolino il libero progresso delle scienze. Che il metodo e i principi con i quali gli anziani Dottori della scolastica hanno coltivato lo studio della teologia non siano più adatti alle richieste dei tempi…’

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La dottrina dell’infallibilità nasconde una carenza di fede?

Hans Küng

(1928- ), L’infallibilità, Milano, 1977, pagg. 126ss.

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A distanza di 45 anni è sempre interessante rileggere parte del testo con cui Hans Küng criticò il dogma dell’infallibilità. Le tesi di Kueng vennero allora liquidate insieme a colui che le aveva formulate, e non si sono ancora dati, a oggi, avanzamenti significativi. La questione rimane una spina nella carne della Chiesa ancora ai nostri giorni.

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Da una parte, le promesse fatte alla chiesa esigono riconoscimento! Non lo può contestare nessun cristiano credente che fondi la sua fede sul Nuovo Testamento. …

Dall’altra, gli errori fatti nella chiesa esigono riconoscimento! Non lo può disconoscere nessun uomo che fondi il suo pensiero su una visione critica della realtà.

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Il vero nome del “modernismo” doveva essere “arcaismo”

Ernesto Bonaiuti

(1881-1946), Il modernismo cattolico, Modena, 1943.

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Bonaiuti è certamente autore da rileggere e riscoprire, lontani dalle polemiche semplicistiche del suo tempo. La sua prospettiva è nuovamente interessante, oggi, ed è quella di un grande pensatore oltre che di un credente critico. Questa pagina ne è un esempio.

E’ col Concilio di Trento che la cristianità cattolica moderna ha preso risolutamente e funestamente congedo dalle forme mentali, dalla gerarchia dei valori, dalla raffigurazione della vita che avevano costituito in antico, prima la linfa della primitiva propaganda evangelica, poi la grande creazione sociale del Cristianesimo, il medioevo.

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L’aborto, l’Irlanda e qualche cosa sulla libertà di coscienza

La questione della morte di Savita Halappanavar (la donna indiana morta pochi giorni or sono per setticemia in seguito alla negazione da parte di medici cattolici irlandesi dell’aborto terapeutico) riapre un drammatico problema sia in seno alla comunità civile che nell’ambito cattolico.

Credo che occorra porre alcuni punti di riferimento precisi e obiettivi di fronte al duro dibattico che è subentrato e che, come spesso capita alla nostra liquidissima società, nel giro di pochi giorni si è già spento, mentre, mi sembra, è uno dei veri e seri temi del dibattito tra religione e laicità.

Cerco di portare un breve contributo, molto “immediato” e poco riflesso ancora, tanto per provare a porre qualche punto fermo.

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Il deserto e l’anima

Charles de Foucauld

(1858-1916) Lettera a Padre Girolamo. Da Barrat D.E.R., Charles de Foucauld e la fraternità, Paoline, Milano 1991.

Bisogna passare attraverso il deserto e dimorarvici, per ricevere la grazia di Dio: è là che ci si svuota, che si scaccia da noi tutto ciò che non è Dio, e che si vuota completamente questa piccola casa della nostra anima per lasciare tutto il posto a Dio solo. Gli ebrei sono passati per il deserto; Mosè vi è vissuto prima di ricevere la sua missione; san Paolo, san Giovanni Crisostomo si sono anch’essi preparati nel deserto… E’ indispensabile… E’ un tempo di grazia, è un periodo attraverso il quale deve necessariamente passare ogni anima che vuol portare frutti le sono necessari questi silenzi, questi raccoglimenti, questi oblii di tutto il creato in mezzo ai quali Dio stabilisce il suo regno e forma in essa lo spirito interiore. la vita intima con Dio, la conversazione dell’anima con Dio nella fede, nella speranza e nella carità. Più tardi, l’anima produrrà frutti esattamente nella misura in cui si sarà formato in essa l’uomo interiore. Se questa vita interiore è nulla, per quanto zelo si possa avere, buone intenzioni e molto lavoro, i frutti saranno nulli: è una sorgente che vorrebbe dare la santità agli altri, ma non può perché non la possiede: si dà solo quello che si ha.

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C’è del marcio in Vaticano?

Inevitabile accennare al “processo del secolo” (naturalmente la frase è ironica e il sottoscritto ribadisce di non amare particolarmente questo genere di polemiche: per cui non ci tornerò sopra ulteriormente, è una promessa!), di cui si sono occupati quasi tutti i vari blog cattolici e anticattolici in questi ultimi giorni. Tra i vari interventi sulla questione “corvo” e “corvi”, quello di Jacopo Scaramuzzi mi sembra particolarmente interessante, per il tentativo di mostrare la complessità della questione in gioco. Al di là di facili assoluzioni o di semplificazioni accusatorie.

“Lo dico subito: non penso che quello sulla fuga di documenti riservati della Santa Sede sia stato un “processo farsa”. Un dibattimento è stato celebrato, la stampa ha potuto assistere e raccontare liberamente la vicenda giudiziaria, l’opinione pubblica è stata informata. […] Il processo Vatileaks si è concluso – con l’incarcerazione del maggiordomo del Papa Paolo Gabriele, condannato a 18 anni per furto delle carte riservate, e la condanna a quattro mesi, scontata a due e sospesa per le attenuanti generiche, di Claudio Sciarpelletti, tecnico informatico della segreteria di Stato reo di favoreggiamento, ossia di avere intralciato le indagini degli inquirenti vaticani – tra molte incongruenze, questioni aperte, zone opache. Che ora, a bocce ferme e proprio in nome della trasparenza, è il momento di provare ad elencare. … Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/blogs/papale-papale/le-dieci-incongruenze-del-processo-vatileaks#ixzz2C65JRgQp

Chiesa perseguitata o Chiesa compromessa?

Helder Camara

(1909-1999) Da Vita e Pensiero, xliv, giugno 1981

La riflessione di monsignor Camara (chi avrà la pazienza di leggere l’intero testo qui riproposto – giuro che ne vale la pena, parola per parola! – non resterà deluso), è una straordinaria rilettura e riproposizione di uno dei temi centrali oggi per i cristiani (ma vale, mi sembra, per qualunque fede). Esiste una terza via tra compromissione e persecuzione? O è necessario scegliere, sempre e ovunque?

La “scoperta” del continente latino-americano

Il continente latino-americano non era vuoto. Milioni di indigeni lo abitavano, con le loro culture, i loro sistemi di vita e di convivenza, aveva le sue fedi, la sua economia. Quando, partendo dalla penisola iberica, giunsero gli “scopritori”. L’uomo bianco, civilizzato e cristiano, considerò come inesistente, inespressivo e senza valore tutto il passato degli indigeni. Fu la “scoperta” e solo da allora i popoli e le terre cominciarono a esistere.

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