La liturgia e le distrazioni onorevoli

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Cristina Campo, Sotto falso nome, Adelphi, pp. 99-100

Raramente si trovano pagine come questa di Cristina Campo, che coniugano lo splendore dell’idea liturgica con la grazia della poesia umana ed evangelica. Un esercizio di cristianesimo (come direbbe Kierkegaard) da leggere, rileggere, imparare…. 

Liturgia – come poesia – è splendore gratuito, spreco delicato, più necessario dell’utile. Essa è regolata da armoniose forme e ritmi che, ispirati alla creazione, la superano nell’estasi. In realtà la poesia si è sempre posta come segno ideale la liturgia ed appare inevitabile che, declinando la poesia da visione a cronaca, anche la liturgia abbia a soffrirne offesa. Sempre il sacro sofferse della degradazione del profano.

La liturgia cristiana ha forse la sua radice nel vaso di nardo prezioso che Maria Maddalena versò sul capo e sui piedi del Redentore nella casa di Simone il Lebbroso, la sera precedente alla Cena. Sembra che il Maestro si innamorasse di quello spreco incantevole. Non soltanto lo oppose alteramente alla torva filantropia di Giuda che, molto tipicamente, ne reclamava il prezzo per i poveri: “Avrete sempre i poveri, ma non avrete sempre me” – parola terribile che mette in guardia l’uomo contro il pericolo delle distrazioni onorevoli: Dio non c’è sempre e non rimane a lungo e quando c’è non tollera altro pensiero, altra sollecitudine che Se stesso – ma addirittura replicò quel gesto la sera dopo, quando, precinto e inginocchiato, lavò con le Sue mani divine i piedi dei dodici Apostoli, allo stesso modo che Maddalena, scivolando tra il giaciglio e il muro, aveva lavato i Suoi. Dio, come osservò uno spirito contemplativo, si ispira volentieri a coloro che ispira.

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La prima distinzione giuridico-penale tra cattolici ed eretici (380 dC)

TEODOSIO I

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(347-395), imperatore (379-395) in Codice Teodosiano, xvi, i, 2 (408-450); xvi, v, 6

E’ nostro desiderio che tutte le nazioni soggette alla nostra clemenza e moderazione debbano continuare nella professione di quella religione che fu assegnata ai Romani dal divino apostolo Pietro come era stata conservata dalla tradizione di fede; e che ora è professata dal Pontefice Damaso e da Pietro, vescovo di Alessandria, un uomo di santità apostolica. Secondo l’insegnamento apostolico e la dottrina del Vangelo crediamo nell’unica divinità del Padre, il Figlio e lo Spirito Santo in uguale maestà e in santa Trinità. Noi autorizziamo i seguaci di questa legge ad assumere il titolo di cristiani cattolici; ma per quanto riguarda gli altri, poiché ai nostri occhi sono folli dalla mente malata, noi dichiariamo che essi devono essere bollati con il nome disonorevole di eretici ed essi non dovranno presumere di dare alle loro riunioni il nome di chiese. Essi soffriranno soprattutto il castigo della condanna divina e, in secondo luogo, la punizione che la nostra autorità deciderà di infliggere conformandosi alla volontà del cielo.”

Il “consiglio” di Francesco

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La fine della scorsa settimana, con un gesto che forse, a livello popolare, è passato un poco in secondo piano, papa Francesco ha cominciato a svolgere il suo compito di pastore nel concreto; gli si chiedevano atti di governo precisi e ha cominciato con l’offrirne uno, che non lascia dubbi sulle prospettive con le quali il vescovo di Roma condurrà il suo pontificato: l’elezione di un gruppo di ‘saggi’ come suo consiglio privato dice molto di quel che sarà.

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