Chi siamo noi, di fronte ai poveri?

abbepierrebisune-2388967-jpg_2058107

L’Abbé Pierre, fondatore di Emmaus, scrisse questa pagina nel 1995

Se l’incontro con volti di portoghesi, arabi, africani, asiatici o il mondo variopinto dei meticci non avviene negli alberghi di lusso, ma nelle vecchie stradine delle nostre città, nelle «pensioni» miserabili e sovraffollate e nelle bidonvilles, allora chi siamo? Siamo sinceri. In questo caso non vorremmo essere lì. Prescindendo da quei fanatici che sognano solo soprusi o brutalità, espulsioni o assassini – ma si tratta di persone che abitualmente non frequentano i luoghi di incontro – fra noi, «gente per bene» se così si può dire, si trovano tre tipi di persone. Ci sono anzitutto «coloro che ignorano».

Continua a leggere “Chi siamo noi, di fronte ai poveri?”

Annunci

Il cattivo funzionamento delle cose

2-Genn-Basil-the-Great-e1451687564266-550x400_c

Basilio di Cesarea (329-397) Omelia in tempo di fame e di siccità, in PG 31, 309ss:

“Quale dunque la causa di tutti questi disordini e di tutte questi rivolgimenti?… Forse dobbiamo addurre il motivo che manca chi abbia il governo dell’universo? Forse che Dio, il più grande dei creatori, si è dimenticato della storia?…

No: la causa del cattivo funzionamento delle cose è evidente e sta davanti ai nostri occhi: il fatto che noi riceviamo e non doniamo a nessuno.

Continua a leggere “Il cattivo funzionamento delle cose”

“L’avete fatto all’uomo, l’avete fatto a me…”

Non si può parlare di mistica, se si dimentica che l’uomo è sacro.
E che senza pudore, per omertà e paura, lo dissacriamo.

Non si può tacere, non si può dimenticare.
“L’avete fatto a me…”

Un antico concetto di cassa comune

QUINTO SETTIMIO TERTULLIANO

Tertulliano

 

(155ca-220ca) Apologia del cristianesimo, xxxix

“Presiedono le adunanze degli anziani di provate virtù, che tale onore non per denaro, ma per la pubblica testimonianza hanno acquisito, giacché nulla si può avere con denaro delle cose di Dio. E se anche vi è una specie di cassa comune, essa non è formata da versamenti obbligatori in denaro, quasi la religione fosse posta all’asta. Ciascuno versa un modesto obolo, una volta al mese o quando vuole, e solo se lo vuole e se lo può. Nessuno è costretto, ma contribuisce di propria spontanea volontà. Sono questi come dei depositi della pietà. Infatti, non vengono poi spesi in banchetti o bevute o sgradite bisbocce, ma per sfamare i poveri e dar loro sepoltura, per soccorrere i giovani e le giovani che non hanno mezzi di famiglia, ed anche i servitori divenuti vecchi, e così pure i naufraghi; e se qualcuno, solo a cagione della nostra religione, soffre nelle miniere, nelle isole o nelle prigioni, diviene il pupillo della religione che ha abbracciato (…)

Uniti così con lo spirito e con l’anima, non indugiamo a mettere in comune i nostri beni. Tutto è da noi messo in comune, fuorché le mogli.”

 

La vita coi più deboli

Jean Vanier

vanier

(1928-  ), La nostra vita insieme, di prossima uscita

La tenerezza è ciò che meglio descrive la vita all’Arca e a Fede e Luce. Sono una scuola di tenerezza. La tenerezza implica un profondo desiderio di evitare di ferire o di fare del male a una persona debole. La tenerezza è umile; è un ascolto, una forma di attenzione a quello che le persone dicono e principalmente a ciò che esprime il loro corpo, perché le persone deboli e povere spesso si esprimono con il loro corpo: i gesti, gli occhi, le lacrime. La tenerezza o la bontà è anche tocco: una maniera di toccare l’altro con rispetto e verità, un tocco che aiuta la persona a prendere coscienza del fatto che è amata e apprezzata, un tocco che offre sostegno e sicurezza. È ben diverso da un tocco possessivo che tende a svalutare l’altro, impedendogli di crescere verso la libertà. La tenerezza è il contrario dell’aggressività in parole o in gesti. La tenerezza chiede una grande forza interiore che permetta di offrire agli altri un amore vero. La tenerezza non vuol dire semplicemente «essere carini», perché quello può essere un modo per nascondere la paura dei conflitti; significa, invece, essere veri in ogni cosa. La tenerezza ci insegna a essere veri.

Le parole sono pietre

evangelii gaudium

E’ la settimana dell’esortazione apostolica di papa Francesco ed è inevitabile parlarne. Innanzitutto è il primo ampio documento completamente di suo pugno (l’enciclica precedente era “a metà” con papa Ratzinger) e quindi era attesa, giustamente, come una sorta di documento programmatico. Da questo punto di vista non ha deluso. I temi trattati e accennati, anche spradicamente, in questi mesi ci sono tutti, legati da un filo rosso che, se non è soprendente, dimostra una coerenza che va al di là di ogni discorso banale: il profondo legame che il papa sente tra il tema della gioia e quello della carità. Due argomenti di cui ultimamente la nostra società sembra davvero povera e verso i quali appare debole e irrisolta. Più la gioia, paradossalmente, che la carità: ci sono sempre più volti cupi e sempre più “coltivazioni di rancore, rabbia, violenza”. Ma non volevo parlare di questo.

Continua a leggere “Le parole sono pietre”

Il linguaggio della fede appartiene a chi soffre

J.B. Metz

metz2

Dov’è finito Dio e dove l’uomo?, in Capacità di futuro, Queriniana, pagg. 140-141

[Riguardo al linguaggio religioso] il cristianesimo suggerisce un cambiamento nella questione di partenza. Per il cristianesimo, l’interrogativo di partenza non è “chi parla?”, ma “chi soffre?” Così si interroga la religione, quando si interroga sui soggetti. E anche circa il linguaggio dell’uomo, poiché per essa il linguaggio, il logos, non appartiene in primo luogo a chi pensa, ma a chi soffre.

Continua a leggere “Il linguaggio della fede appartiene a chi soffre”

I conventi vuoti sono per la carne di Cristo

Un importante intervento sulle scelte di Chiesa è stato proposto da papa Francesco nel suo incontro di ieri al Centro Astalli di Roma, centro dei Gesuiti per l’accoglienza dei rifugiati. Vale davvero la pena leggerlo e meditarlo.

Servire. Che cosa significa? Servire significa accogliere la persona che arriva, con attenzione; significa chinarsi su chi ha bisogno e tendergli la mano, senza calcoli, senza timore, con tenerezza e comprensione, come Gesù si è chinato a lavare i piedi agli Apostoli. Servire significa lavorare a fianco dei più bisognosi, stabilire con loro prima di tutto relazioni umane, di vicinanza, legami di solidarietà. Solidarietà, questa parola che fa paura per il mondo più sviluppato. Cercano di non dirla. E’ quasi una parolaccia per loro. Ma è la nostra parola! Servire significa riconoscere e accogliere le domande di giustizia, di speranza, e cercare insieme delle strade, dei percorsi concreti di liberazione.

Continua a leggere “I conventi vuoti sono per la carne di Cristo”

Giuda, il capitalismo tra i Dodici

Georges Bernanos

bernanos

cf. Diario di un curato di campagna, Mondadori, pagg. 55-56

Perché quest’olio profumato non si è venduto per trecento danari per poi darli ai poveri? […] Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me. (Gv 12,5.7-8)

È la parola più triste dell’Evangelo, la più carica di tristezza. Prima di tutto, è rivolta a Giuda. Giuda! San Luca ci riferisce che teneva i conti e che la sua contabilità non era pulitissima; e sia pure! Ma infine era il banchiere dei Dodici; e chi ha mai visto in regola la contabilità d’una banca? È probabile che gravasse un po’ sulla provvigione, come tutti. A giudicare dalla sua ultima operazione, non sarebbe stato un brillante commesso d’agente di cambio, Giuda.

Continua a leggere “Giuda, il capitalismo tra i Dodici”

Chi ha pianto oggi nel mondo?

alba-a-lampedusa1-300x223

Senza aggiungere molte altre parole. Il discorso di papa Francesco a Lampedusa (qui per leggere tutto)

«Dov’è il tuo fratello?» Chi è il responsabile di questo sangue? Nella letteratura spagnola c’è una commedia di Lope de Vega che narra come gli abitanti della città di Fuente Ovejuna uccidono il Governatore perché è un tiranno, e lo fanno in modo che non si sappia chi ha compiuto l’esecuzione. E quando il giudice del re chiede: «Chi ha ucciso il Governatore?», tutti rispondono: «Fuente Ovejuna, Signore». Tutti e nessuno! Anche oggi questa domanda emerge con forza: Chi è il responsabile del sangue di questi fratelli e sorelle? Nessuno! Tutti noi rispondiamo così: non sono io, io non c’entro, saranno altri, non certo io. Ma Dio chiede a ciascuno di noi: «Dov’è il sangue del tuo fratello che grida fino a me?». Oggi nessuno nel mondo si sente responsabile di questo; abbiamo perso il senso della responsabilità fraterna; siamo caduti nell’atteggiamento ipocrita del sacerdote e del servitore dell’altare, di cui parlava Gesù nella parabola del Buon Samaritano: guardiamo il fratello mezzo morto sul ciglio della strada, forse pensiamo “poverino”, e continuiamo per la nostra strada, non è compito nostro; e con questo ci tranquillizziamo, ci sentiamo a posto. […] In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro!

Continua a leggere “Chi ha pianto oggi nel mondo?”