Un bacio, un bastone

di don Davide Caldirola

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Durer, Adorazione dei Magi – Esposta in questi giorni al Museo Diocesano di Milano, Chiostri di Sant’Eustorgio

Come ogni anno approfitto della vena letteraria del caro amico don Davide Caldirola, per un augurio che combina bene fede e amicizia riconoscente.

Frenesia e confusione a Betlemme. Gente da tutte le parti, forestieri disorientati e sprovveduti, pellegrini con le gambe stanche e lo sguardo perduto in mezzo al traffico. Mai vista una roba del genere in quel villaggio da niente. Un’occasione d’oro per noi ladri, almeno sulla carta. Perché non era così semplice rubacchiare qualcosa ai poveri diavoli arrivati per il censimento: troppi soldati romani a controllare i vicoli e gli incroci, troppa concorrenza di borseggiatori più veloci della luce, tagliagole senza scrupoli, delinquenti di lungo corso. E io – a dire il vero – non sono mai stato bravo nemmeno a rubare: un mestiere che ho cominciato a fare quando ho capito che non valevo niente, non tenevo forza nelle braccia e mi vergognavo a vivere da mendicante.

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La Pasqua… non ce la raccontano giusta

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Una breve riflessione (come sempre acuta e arguta) sulla resurrezione da parte di don Davide Caldirola, che ringrazio per questo post, che trasformo anche nel mio augurio pasquale  per tutti coloro che con pazienza seguono questo blog da anni.

I pittori non ce la raccontano giusta. Non ce l’ho con loro, per carità, fanno il loro mestiere, e qualcuno lo fa talmente bene che ti strappa l’applauso, ti lascia a bocca aperta, incantato, o addirittura ti commuove fino alle lacrime. E per fare il loro mestiere inventano, meglio sarebbe dire interpretano la realtà a modo loro inseguendo un’idea, un particolare, una rivelazione, un sogno. Sta di fatto che – come dicevo all’inizio – non ce la raccontano giusta. Almeno per quel che riguarda la Pasqua di Gesù. Sono andato avanti per anni a credere che il Signore fosse davvero risorto così: un bell’uomo nerboruto che esce dal sepolcro con lo sguardo fiero e i muscoli in mostra, brandendo una bandiera bicolore che da piccolo pensavo fosse quella della Croce rossa, e più tardi quella del Comune di Milano o di un partito politico. Fino a che ho capito che le cose non sono capitate così. Niente muscoli, niente squilli di tromba, niente bandiere.

E se i pittori ci confondono – occorre dirlo – gli evangelisti non ci aiutano. Ci raccontano la Risurrezione in quattro versioni differenti. I particolari non coincidono, i personaggi si confondono (si capisce solo che ci sono un sacco di Marie), i luoghi e gli avvenimenti si mischiano come un mazzo di carte da scopone scientifico. Su una cosa però i Vangeli concordano, smentendo clamorosamente secoli e secoli di iconografia. La Risurrezione si fa strada piano, poco alla volta, nel cuore degli apostoli. Alla gioia si mescola il turbamento, l’incredulità alla fede, la paura al desiderio di esultare. Troppo bello per essere vero!

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Dio non butta via niente

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di Davide Caldirola

Stavo pensando a che postare per fare gli auguri a tutti, quando un caro amico (che è anche un delicato scrittore e che molti che seguono il blog conoscono bene) mi ha inviato questo suo testo. Ho pensato che non potevo fare di meglio che riportarlo. Auguri, dunque!

Bussò alla cella dell’abate Anselmo, una gelida mattina di dicembre, il giovane monaco Bastiano, un converso impacciato e zelante, noto per la sua devozione e per qualche scrupolo di troppo. “È permesso?”, chiese educatamente, inciampando nel gradino della soglia. “Ancora qui?”, fece di rimando l’abate, alzando lo sguardo dallo scrittoio sul quale giaceva aperto il libro del profeta Isaia. Non proprio incoraggiato dalla rude risposta del superiore, Bastiano balbettò generiche parole di scusa, e si affrettò a spiegare il motivo della visita. “Perdoni, reverendo padre, ma mi ritrovo in una grande angoscia. Siamo ormai prossimi alla festa della nascita di Cristo – pochi giorni soltanto – ma io non sento più il Natale. Mi pare di essere diventato un miscredente, un ateo, un senza Dio. Né le dolci parole dei salmi, né i canti melodiosi e le musiche, le luci e i presepi, e neppure le piccole e frequenti rinunce sembrano destare il mio spirito. Mi sento vuoto, distante, perduto”. L’abate Anselmo lo guardò al di sopra delle lenti da presbite, e senza prestargli molta attenzione gli rispose soltanto: “Sei stato troppo tempo chiuso in cella. Esci per strada, gira la città, e impara dalla vita. Poi torna da me, e racconta”.

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