La Chiesa, gli artisti e un grande dimenticato

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La scorsa settimana sono stato invitato a tenere una giornata di riflessione su Paolo VI e l’arte. E’ stata per me l’occasione per riprendere in mano un paio di discorsi di questa grande figura di pontefice che soffre di una damnatio memoriae a mio parere inspiegabile. Se la Chiesa di Francesco è possibile, è in gran parte conseguenza della Chiesa di Paolo VI e di Giovanni XXIII. E’ paradossale, infatti, che tutti i cosiddetti progressisti invochino il Concilio Vaticano II, ma non sappiano fare memoria delle due figure che l’hanno reso possibile (di Giovanni XXIII si fa memoria, ma riducendolo a un’anima semplice, a un papa-contadino – egli che fu ben altro!). Un passo verso il recupero di questa memoria lo ha fatto proprio l’attuale Papa, con il cardinalato offerto a Capovilla, che di Giovanni fu segretario e per Paolo VI perito conciliare. Ma torno a quest’ultimo e all’arte.

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Teologia e bellezza

Hans Urs von Balthasar

(1905-1988), Gloria. Un’estetica teologica, cit. in Ardusso-Ferretti-Pastore-Perone, La teologia contemporanea, Torino, 1980, pagg. 408ss.

Ripropongo qui una delle pagine più belle, profonde ed evocative della teologia balthasariana. In un tempo complesso come quello che viviamo, il richiamo alla bellezza come ultima parola del pensiero del mondo e prima parola del pensiero credente, recupera tutta la sua importanza.

La parola, con cui in questo primo volume incominciamo una serie di studi teologici, è una parola con cui il filosofo non incomincia, ma piuttosto finisce; è una parola che, nel concerto delle scienze esatte, non ha avuto voce e spazio garantito e sicuro e che, quando è scelta come tema, tra gli specialisti affaccendati in molteplici cure, sembra possa essere scelta solo da un ozioso amatore; una parola infine da cui, nel nostro tempo, tanto la religione che la teologia si sono distanziate e separate con una decisa linea di confine; brevemente, una parola tre volte inattuale, della quale non si può fare sfoggio e con cui si rischia di scomodare tutti. Tuttavia, se il filosofo non può incominciare con essa ma (sempre che non l’abbia perduta per strada) al massimo con essa terminare, non dovrà forse essere il cristiano, proprio per questo motivo, a poterla scegliere come sua prima parola? E dal momento che le scienze esatte (e anche la teologia, nella misura in cui si fa sempre più simile, metodologicamente, alle scienze esatte, e si nutre della loro atmosfera) non trovano più tempo per essa, allora non potrebbe forse essere questo il momento migliore per spezzare tale specie di esattezza, che è in grado di cogliere sempre soltanto un campo particolare della realtà, per ritornare a considerare la verità del tutto, la verità come qualità trascendentale dell’essere, che non è nulla di astratto, ma che è il legame vivente tra Dio e il mondo? E infine, poiché la religione del nostro tempo si è liberata di questa parola, non dovrebbe rimanere oziosa, nell’osservare una buona volta quale volto (se ha ancora un volto) possa mostrare una religione così spogliata.

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