Un paese lontano, oltre le stelle

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Henry Vaughan (1622-1695) fu poeta metafisico, una delle figure di mistico legate all’ambito protestante (non sempre “amico” della tradizione mistica: per chi vuole approfondire, vedi qui). Nell’attesa dell’incontro di papa Francesco in Svezia a fine mese, ecco un’altra pagina di approccio alla letteratura riformata.

Anima mia, c’è un paese
lontano oltre le stelle
dove si leva un’alata sentinella
perfettamente esperta delle guerre,
laggiù sopra il pericolo e il rumore
la dolce pace siede coronata di sorrisi,
e uno, nato in una mangiatoia
comanda le sue splendide schiere.
Egli è il tuo amico grazioso
e (oh,mia Anima svegliati!)
in puro amore discese
a morire quaggiù per la tua salvezza.
Se tu potessi giungere in quel luogo!
Laggiù cresce il fiore della pace,
la Rosa che non può appassire,
la tua forza, la tua quiete.
Lascia dunque le tue sciocche battaglie,
perché nessuno può offrirti sicurezza
se non chi non muta mai,
il tuo Dio, la tua vita, la tua Cura.

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Fede, amore e piacere

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Dal sermone Sulle buone opere (rintracciabile nel volume Opere, Utet, 2004), una pagina di Lutero sul tema della fede intesa come “relazione di amore”. Il 31 ottobre papa Francesco andrà in Svezia per celebrare in comunione con la Chiesa protestante l’inizio delle celebrazioni per i 500 anni della Riforma protestante. Un’occasione per rileggere o leggere per la prima volta qualche pagina della grande storia del protestantesimo, qui in Italia davvero poco conosciuta – e in molti ambiti ancora tristemente considerata “storia di un’eresia”.

Quando un uomo o una donna promette all’altro amore e piacere, e crede ciò fermamente, chi gli insegna il modo di comportarsi, che cosa deve fare o tralasciare, che cosa deve dire, tacere e pensare? La sola fiducia gli insegna tutto ciò, e più di quanto sia necessario. Egli non trova più differenza tra le azioni da compiere, e fa tanto volentieri ciò ch’è grande e durevole, come l’effimero e il poco, e opera con gioia, pace e sicurezza di cuore, ed è un compagno del tutto libero.

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Il tesoro di rabbi Eisik

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Uno dei racconti della tradizione ebraica, reso noto da Martin Buber nel suo libro Il cammino dell’uomo. Ci sono cose che cerchiamo lontano, ma lontane non sono…

Ai giovani che venivano da lui per la prima volta, Rabbi Bunam era solito raccontare la storia di Rabbi Eisik, figlio di Rabbi Jekel di Cracovia. Dopo anni e anni di dura miseria, che però non avevano scosso la sua fiducia in Dio, questi ricevette in sogno l’ordine di andare a Praga per cercare un tesoro sotto il ponte che conduce al palazzo reale. Quando il sogno si ripeté per la terza volta, Eisik si mise in cammino e raggiunse a piedi Praga. Ma il ponte era sorvegliato giorno e notte dalle sentinelle ed egli non ebbe il coraggio di scavare nel luogo indicato.

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Un derviscio e la retta pronuncia

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Una parabola sufi che elogia la vera (e umile) dedizione a Dio rispetto alla perfetta (e pedante) sapienza umana. Dedicata a tutti gli uomini e donne “religiosi” che si illudono che basti l’intelligenza per aver la chiave dello scrigno di Dio.

Un giorno un derviscio dalla mentalità convenzionale, prodotto di un’austera scuola religiosa, stava passeggiando lungo un corso d’acqua, completamente assorto in problemi teologici e morali, perché quella era la forma che l’insegnamento sufi aveva assunto nella comunità cui apparteneva. Per lui la religione emotiva corrispondeva alla ricerca della Verità Suprema.
All’improvviso il filo dei suoi pensieri fu interrotto da un forte grido: qualcuno stava ripetendo un’invocazione derviscia. “Non serve a niente”, si disse, “perché quell’uomo pronuncia male le sillabe. Anziché salmodiare YA HU, dice U YA HU …”.
Il derviscio ritenne allora che fosse suo dovere – lui che aveva studiato con tanto zelo – correggere quel poveretto che sicuramente non aveva avuto l’opportunità di essere guidato nel modo giusto, e che probabilmente faceva solo del suo meglio per entrare in armonia con l’idea sottesa nei suoni.
Noleggiata una barca, remò in direzione dell’isola donde sembrava provenire la voce.

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Chi siamo noi, di fronte ai poveri?

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L’Abbé Pierre, fondatore di Emmaus, scrisse questa pagina nel 1995

Se l’incontro con volti di portoghesi, arabi, africani, asiatici o il mondo variopinto dei meticci non avviene negli alberghi di lusso, ma nelle vecchie stradine delle nostre città, nelle «pensioni» miserabili e sovraffollate e nelle bidonvilles, allora chi siamo? Siamo sinceri. In questo caso non vorremmo essere lì. Prescindendo da quei fanatici che sognano solo soprusi o brutalità, espulsioni o assassini – ma si tratta di persone che abitualmente non frequentano i luoghi di incontro – fra noi, «gente per bene» se così si può dire, si trovano tre tipi di persone. Ci sono anzitutto «coloro che ignorano».

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Abbiamo ancora fame di Dio?

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Una pagina provocatoria di Jean Paul (Johann Paul Richter – 1763-1825), autore a cavallo tra due secoli che mutarono la riflessione su Dio e sulla fede. Una pagina che obbliga a riflettere sulla “fame di Dio” nella nostra epoca: chi di noi si sveglia ancora ringraziando di avere un Dio cui far riferimento? Chi di noi ancora teme di perderlo?…

«In una sera d’estate me ne stavo disteso su un monte in faccia al sole, finché mi colse il sonno. Ed ecco che sognai di svegliarmi in un campo di morti. Tutte le ombre erano disposte intorno all’altare e a tutte, invece del cuore, tremava e pulsava il petto. Ed ecco che precipitò sull’altare una nobile figura atteggiata a un dolore senza fine. E tutti i morti gettarono un grido: “Cristo, Cristo, esiste un Dio?”. L’ombra di ogni defunto fu scossa da un sussulto e a cagione di quel tremito l’uno si trovò disgiunto dall’altro. Cristo parlò: “Andai per i monti, entrai nei soli e nelle vie lattee, percorsi i deserti del cielo, ma non esiste alcun Dio. Scesi nell’abisso, scrutai nella voragine e gridai: ‘Padre dove sei?’. Ma udii solo l’eterna procella che nessuno governa e lo sfavillante arcobaleno di esseri che stava lassù senza un sole che lo avesse creato… tutto, tutto era un grande vuoto”.

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Settembre, andiamo…

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Lo so che una citazione di D’Annunzio, in un blog di spiritualità, sembra centrare poco, ma tant’è: una licenza poetica ogni tanto ce la possiamo permettere. Soprattutto dopo un po’ di silenzio (e anche questo, mica sempre è negativo! Qualche volta bisogna fermarsi a pensare prima di scrivere…). Ma siamo pronti a ripartire: andiamo, dunque, in questi giorni che sono profondamente simili a quelli che affrontavamo prima della lunga sosta estiva: terrorismo, saluti a qualche “grande vecchio” che ci ha lasciato, migrazioni, povertà dentro e fuori il nostro paese e dentro e fuori le nostre chiese…

In tutto questo, vi invito a leggervi quel che le agenzie di stampa riferiscono riguardo a una lettera del vescovo siriano Hindo a Obama (clicca qui).

Ma, in mezzo a tutta questa fatica, l’unica cosa certa è che la speranza non viene meno, insieme al lavoro per il bene – quello interiore, innanzitutto, che è la base per quello comune. Lavorare su se stessi, infatti, è quel che ci permette di fare comunione con gli altri.

Volevo fare, infine, un semplice invito: ho risistemato buona parte del blog non solo esteticamente (spero la nuova veste piaccia), ma soprattutto rivedendo i contenuti di link, cui sono state aggiunte nuove realtà e da cui purtroppo ne sono state tolte alcune, anche storiche, che non esistono più. Invito i curiosi a dare un’occhiata soprattutto alle voci dell’informazione cattolica, che sono davvero variegate e ricche.

Buon settembre e buon anno lavorativo e scolastico a tutti.

Tra Apollo, Cristo e Mitra…

Mentre ringrazio Italia Medievale e il Museo Archeologico di Milano, che hanno ospitato la presentazione del mio libro, posto questo video che Maurizio Calì e i suoi collaboratori hanno girato durante l’incontro.

Responsabilità

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Un giovane Lévinas con la moglie e la figlia

Emanuel Lévinas (1906-1995) testo tratto da un’intervista (per l’integrale, clicca qui)

La responsabilità di cui parlo è assai più paradossale. Il punto su cui insisto è che quando si è responsabili, si risponde sempre di un altro uomo. Noi, certo, possiamo ignorarlo, ma in realtà siamo responsabili anche di ciò che è successo poco fa a colui che è passato vicino a noi. Questa è la responsabilità. Noi siamo responsabili, come se fossimo colpevoli di fronte a tutti gli altri. Cito, a questo proposito, ancora una volta, il “versetto” – perché nei grandi scrittori le proposizioni sono dei versetti e di conseguenza i versetti sono assai spesso le proposizioni dei grandi autori – la frase di Dostojevskij: “Siamo tutti colpevoli – non responsabili, colpevoli – di tutto verso tutti ed io più di tutti gli altri”. Questo “io più che tutti gli altri” è la famosa non reciprocità delle coscienze. Non arrivo mai a sottrarmi a questa posizione di “io più responsabile di tutti”.

 

Cristo e/o Costantino

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Mi permetto di invitare chi potrà e vorrà alla presentazione del mio libro sull’imperatore Costantino e sulla svolta che produsse nella comprensione del cristianesimo (che ha ancora ricadute sull’oggi). E  qui di seguito un breve brano dal libro.

«Siamo figli di una cultura che fa coprire braccia e gambe nude nelle cattedrali, ma che non ha alcuna vergogna a unire croce e guerre, nell’immaginario e, non ne dubitiamo, nel sogno di molti. Un doloroso esempio di questa confusione che ci portiamo appresso nelle cose di Chiesa? È persino troppo facile: il momento che più incisivo resta nella memoria dell’ultimo secolo cristiano non è il Concilio Vaticano II (la maggioranza di coloro che si dicono credenti probabilmente neppure sa quando venne celebrato, o quali documenti vi furono prodotti, e quali scelte straordinariamente innovative che dovrebbero fare da guida per ciascuno), ma il funerale di Giovanni Paolo II. Ebbene, chi avesse posato attentamente il proprio sguardo su quell’evento, non avrebbe evitato di notare come le prime file della celebrazione fossero occupate dai potenti del mondo. Molti di loro erano donne e uomini dalle mani sporche di sangue. Lo si tacque, allora, e non lo si dice volentieri oggi.

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