Ho visto “Il caso Spotlight

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Riprendo qui, ampliandolo un poco, il mio intervento pubblicato sul portale http://www.synesio.it sul film che ricostruisce l’indagine giornalistica riguardante i 249 preti accusati di pedofilia a Boston.

Ho visto “Il caso Spotlight”. E ne ho dedotto: che non è un film sulla pedofilia dei preti; che non è un film morboso; che non è un film d’azione; che non è un film da grandi performances attoriali… Non è, insomma, un sacco di cose che temevo fosse.

Ma è qualcosa di molto più interessante: è un film su come si dovrebbero fare le indagini giornalistiche (con buona pace delle “Iene”); è un film onesto verso le paure che incombono sulle società (per quanto civili…), sulle cittadinanze chiuse e ristrette; è un film corale, in cui nessun attore sta sopra le righe, ma tutti sono necessari alla splendida riuscita.

Ed è un film, sì, anche sulla Chiesa: sulla Chiesa-società, sulla Chiesa trasformata in semplice “cittadinanza”, sulla Chiesa quando diventa “mondana”. E’, più  precisamente, un film su quello che la Chiesa non dovrebbe mai ridursi a essere: una realtà che esiste per difendere se stessa affinché possa fare il bene.

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La mistica del vivere insieme

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Posto una pagina che ha condiviso con me un sacerdote e amico, don Antonio Torresin, che riflette sulla necessità di riscoprire la forma “mistica” delle relazioni umane e cristiane. Mi sembra una delle strade necessarie e non più demandabili anche in una riflessione di Chiesa.

Papa Francesco ha scritto un capitolo particolarmente acuto nella enciclica Evangelii Gaudium sulle relazioni fraterne, che varrebbe la pena di riprendere. Lancia la «sfida di scoprire e trasmettere la “mistica” di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio».

La “mistica della fraternità” è il contrario di un’idealizzazione delle relazioni. Gli altri non sono perfetti, a volte sono addirittura fastidiosi, ma sono reali. Mi fa bene questa “mescolanza caotica” perché mi porta fuori da ogni isolamento e ogni idealizzazione. «Uscire da se stessi per unirsi altri fa bene, chiudersi in se stessi significa assaggiare l’amaro veleno dell’immanenza, e l’umanità avrà la peggio in ogni scelta egoistica che facciamo». D’altra parte l’incontro con il fratello, la sorella, l’amico, il compagno sono tutti destinati a diventare un duro banco di prova: toccarsi, appoggiarsi gli uni agli altri, sostenerci nel viaggio, sono anche sinonimi di ferirsi, sporcarsi, contaminarsi, affaticarsi. L’altro sarà sicuramente un peso.

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Il dolore delle chiusure

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Riporto qui l’articolo di un amico e autore, Enrico Impalà, pubblicato su http://www.synesio.it, al quale mi associo completamente, anche per una riflessione più globale: che cosa resterà della cultura e della libertà delle voci, quando alcune – di respiro internazionale – perdono persino la possibilità di pronunciarsi? Quello che qui di seguito è denunciato, purtroppo continua ad accadere, con la conseguenza di una perdita di contenuti e di possibilità di dialogo (si pensi alla chiusura di un’altra testata cristiana e dialogante: Il Regno). Ma forse, del dialogo pensante, ormai importa a pochi.  Eppure, ne sono certo, resisterà.

DARE VOCE

di Enrico Impalà

«Rammarico, dolore e sofferenza». Faccio mie le tre parole che Padre Giulio Albanese ha usato per descrivere il suo stato d’animo, dopo la chiusura della Missionary International Service News Agency (MISNA) l’agenzia di informazione da lui fondata nel 1997.

Come non condividere le sue parole? È una scelta fuori dal tempo e dalla storia, in contraddizione con l’inizio dell’Anno della misericordia e con la missione affidata a tutti noi da Papa Francesco: dare voce a chi non ha voce e raccontare le periferie del mondo. Una sfida culturale. E invece, proprio ora, mentre in regioni come la Repubblica Centrafricana, la Somalia, il Congo, succedono cose terribili, la MISNA viene chiusa.

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Dialogo, rispetto

Un breve video intenso, creato attorno a parole di papa Francesco: un esempio di cosa significa dialogo fra le religioni, rispetto dell’altro, ricerca della verità. Ma anche un esempio di comunicazione efficace del messaggio della fede e delle fedi, in mezzo a tante pseudoverità gridate. Mentre si avvicina la settimana per l’unità dei cristiani e per il dialogo interreligioso.

CONTARE TUTTI, CONTARE SEMPRE

 

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Riprendo dal sito www.synesio.it questo mio breve intervento… 

Tutti parlano, in questi giorni, dell’unica cosa che sembra contare: la questione della guerra con Isis. E in effetti, la faccenda conta, conta molto. Conta il numero dei morti di Parigi, ma conta anche quelli di un aereo russo fatto precipitare; conta il numero dei civili uccisi a Raqqa, ma anche quello dei libanesi innocenti; conta il numero delle vittime curde, e anche quello dei morti nigeriani; e poi conta il numero dei morti in Iraq e quelli delle manifestazioni in Egitto dopo la caduta di Mubarak; e poi conta il numero dei morti palestinesi e di quelli israeliti; e poi… e poi… Non contano solo coloro che vogliono farci contare.

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Là dove i Giusti si scambiano i loro messaggi

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1 SETTEMBRE 1939 di Wystan Hugh AUDEN (1907-1973)

Una delle cose più belle che ho trovato navigando in questi giorni, postate come riflessione sugli eventi di Parigi. Troppo dimentichiamo i luoghi profondi dove giungono talvolta i poeti…

Siedo in una delle bettole
della Cinquantaduesima strada
incerto e spaventato
vedendo scadere le astute speranze
d’un decennio basso e disonesto:
onde di rabbia e di paura
circolano per le luminose
e oscurate contrade della terra,
ossessionando le nostre vite private;
l’indicibile odore della morte
offende la notte di settembre.

Le ricerche degli esperti possono
riesumare intera l’offesa
che da Lutero ad oggi
ha fatto impazzire una cultura,
scoprire quello che successe a Linz,
quale immensa illusione ha creato
un dio psicopatico:
io e il pubblico sappiamo
quel che i bambini imparano a scuola,
coloro a cui male è fatto,
male faranno in cambio.

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La pietra e la fionda

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Salvatore Quasimodo, 1946

Me l’ha ricordata un amico, la ripropongo qui. In questi giorni di riflessioni convulse. Perché la violenza, Caino, è sempre violenza. Sempre.

Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
Quando il fratello disse all’altro fratello:
«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
Salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

In questo turbine della nostra storia, ha davvero senso parlare di pace? E in che modo, e a quale prezzo?

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Quattordici anni fa, il cardinale Martini scriveva un discorso, poco dopo gli eventi dell’11  settembre. Sembra che nulla sia cambiato, anzi, che la spirale innescata sia senza fine. Molte cose allora dette, restano una meditazione attualissima. (per il discorso intero, clicca qui).

[…]

I fatti li conosciamo: gravissimi attentati terroristici che rivelano una capacità inaudita di odio e fanatismo, che si serve di tecnologie raffinate e si nutre di forme finora inedite di fondamentalismo civile e religioso (pensiamo a tutti gli aspiranti suicidi). Agli attentati è seguita un’azione di caccia ai terroristi che è sfociata in una guerra in Afghanistan. In questi ultimi giorni, poi, si sono moltiplicati vergognosi attentati suicidi contro cittadini inermi in Israele, a cui hanno fatto seguito ritorsioni e azioni militari in Palestina, in luoghi dove ormai da anni c’è un crescendo di violenza di cui non si vede la fine.

1. Uno sguardo al vangelo (lc 13,1-5)

Questi fatti ci addolorano, ci interpellano, ci sconvolgono. Pensiamo con dolore agli innumerevoli morti, ai feriti che porteranno per tutta la vita il segno della tragedia, alle famiglie distrutte, ai milioni di profughi, al pianto dei bambini mutilati. Nascono molte domande, ipotesi, inquietudini. Domande di carattere umano e religioso e anche di carattere politico. Si vorrebbe capire, giudicare, vedere come agire per farla finita con il terrorismo, la paura, la guerra, come operare seriamente per una pace duratura.

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Francesco, Martini e i non credenti

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L’editore Bompiani, in collaborazione con la Fondazione Carlo Maria Martini, ha cominciato la pubblicazione dell’opera omnia dell’indimenticato cardinale milanese. Il primo volume, presentato il 20 ottobre scorso, raccoglie gli scritti delle Cattedre dei non credenti. La prefazione ha una firma illustre: quella di papa Bergoglio di cui riportiamo una pagina intensa, fraterna e che illumina entrambe le figure dei gesuiti e molto di quanto sta accadendo oggi nella Chiesa.

Per chi volesse leggere l’intero intervento, cliccare qui.

«L’ eredità che ci ha lasciato il cardinale Martini è un dono prezioso. La sua vita, le sue opere e le sue parole hanno infuso speranza e sostenuto molte persone nel loro cammino di ricerca. Quanti di noi in Argentina, alla «fine del mondo» abbiamo fatto gli Esercizi spirituali a partire dai suoi testi! Uomini e donne di fedi diverse, non solo in ambito cristiano, hanno trovato e continuano a trovare incoraggiamento e luce nelle sue riflessioni. Abbiamo quindi la responsabilità di valorizzare questo patrimonio, così che possa ancora oggi alimentare percorsi di crescita e suscitare una autentica passione per la cura del mondo. In questa prospettiva desidero mettere in evidenza tre aspetti che ritengo particolarmente rilevanti della figura del cardinale.

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