Un bacio, un bastone

di don Davide Caldirola

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Durer, Adorazione dei Magi – Esposta in questi giorni al Museo Diocesano di Milano, Chiostri di Sant’Eustorgio

Come ogni anno approfitto della vena letteraria del caro amico don Davide Caldirola, per un augurio che combina bene fede e amicizia riconoscente.

Frenesia e confusione a Betlemme. Gente da tutte le parti, forestieri disorientati e sprovveduti, pellegrini con le gambe stanche e lo sguardo perduto in mezzo al traffico. Mai vista una roba del genere in quel villaggio da niente. Un’occasione d’oro per noi ladri, almeno sulla carta. Perché non era così semplice rubacchiare qualcosa ai poveri diavoli arrivati per il censimento: troppi soldati romani a controllare i vicoli e gli incroci, troppa concorrenza di borseggiatori più veloci della luce, tagliagole senza scrupoli, delinquenti di lungo corso. E io – a dire il vero – non sono mai stato bravo nemmeno a rubare: un mestiere che ho cominciato a fare quando ho capito che non valevo niente, non tenevo forza nelle braccia e mi vergognavo a vivere da mendicante.

Brutta notte. Ed era andata anche peggio quando ero entrato di soppiatto in una locanda per arraffare alla svelta le prime cose che avrei trovato: una fetta di pane, un pezzo di formaggio, un mantello incustodito sulla panca. Era bastato un attimo all’albergatore per scoprirmi e per cacciarmi con un sacco di legnate. Così ero scappato via nel buio imprecando e bestemmiando, ed ero arrivato per caso alla stalla. Piangevo di rabbia e di dolore, avevo freddo, la testa girava come una trottola impazzita, arrancavo e zoppicavo per le botte subite. Altro che notte di grandi affari. Ero soltanto un poveraccio senza un riparo, senza un tetto e un letto, con lo stomaco che brontolava per il digiuno.

La stalla – strano a dirsi – sembrava viva e animata; c’era un gran via vai di pastori, una luce bizzarra sopra il tetto di paglia. Mi sembrava perfino di sentir cantare – sarà stata la fame – e il dolore delle bastonate mi faceva vedere le stelle, una mi sembrava lunga e luminosa, mai visto niente del genere in tanti anni passati all’aperto. Mi sono nascosto, in questo almeno me la cavo, e ho atteso che tutti se ne andassero.

Finalmente c’era silenzio, e nell’oscurità vedevo brillare una luce all’interno della stalla. Scaldato dal fiato di due bestie c’era un bambino piccolissimo; con lui un uomo silenzioso nella penombra e una ragazza che sorrideva cantando una ninnananna. Tutto intorno era pieno di regali, chissà perché i pastori avevano portato così tanta roba a quei tre poveretti. Era la mia occasione, un colpo sicuro, senza rischi. Potevo arraffare in un attimo un buon bottino e dileguarmi nell’oscurità, non mi avrebbero visto, non mi avrebbero sentito, non si sarebbero neppure accorti, presi com’erano dal guardare il neonato. Ma è bastato un rumore, un passo falso. La ragazza ha sollevato gli occhi, e anziché spaventarsi ha sorriso; l’uomo mi è venuto incontro a braccia aperte; il bambino ha continuato a dormire, come se niente fosse.

Lì per lì ho pensato di scappare, ma qualcosa mi ha trattenuto. E non so perché mi sono avvicinato piano alla mangiatoia dove giaceva il Bambino, mi sono chinato su di lui, e gli ho dato un bacio. Erano anni che non baciavo qualcuno, che nessuno mi baciava. Anni passati senza affetto, senza amore, buttati via a inseguire la fortuna, a imbrogliare la gente, a vivere come un randagio. E in un momento capivo che avevo soltanto desiderio di un bacio, di scoprirmi di nuovo – così com’ero – bisognoso e capace di tenerezza, di un gesto innocente di bene.

Ho fatto due passi indietro. La Madre mi ha sorriso di nuovo, l’uomo silenzioso mi ha fatto un cenno come per dirmi “scegli pure, prendi tutto ciò che vuoi, quello che è nostro è tuo”. Mi sono guardato intorno, e ho visto un bastone da viaggio appoggiato in un angolo; l’ho preso, e sono partito. Perché proprio il bastone? Perché non mi sono portato via un agnellino, o una manciata di denaro, o una coperta, un cappello, un paio di sandali? Forse perché avvertivo l’urgenza di appoggiarmi a qualcosa, a qualcuno. Avevo viaggiato per troppo tempo pensando di farcela da solo, di non avere bisogno di niente e di nessuno, e scoprivo finalmente l’umiltà di chi impara a chiedere aiuto.

È andata così. E ancora oggi, tanto tempo dopo, non mi so spiegare bene cosa sia successo davvero in quella notte. Mi tengo cari, come tesori preziosi, il ricordo di un bacio, e un bastone. Cose che sembrano valere poco o nulla o che possono cambiare una vita. Dipende.

Da quella notte non ho più rubato.

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