Brevi considerazioni sul capitolo 8 dell’Esortazione apostolica “Amoris Laetitia” di Papa Francesco

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di don Jean-Michel Gleize, sacerdote della Fraternità San Pio X, professore di ecclesiologia al Seminario di Écône. Una riflessione sul capitolo più problematico dell’Esortazione post-sinodale, da parte di un membro della Fraternità creata da monsignor Lefebvre per la salvaguardia della tradizione cattolica pre-Vaticano II. Credo sia interessante seguire il modo di argomentare di questo teologo che obbliga ad alcuni (per nulla banali) puntini sulle i. Di fatto cogliendo, a mio parere e al di là delle conclusioni, il problema centrale di tutta la questione del capitolo 8: come conservare la relazione tra dettato ecclesiale e giuridico e cammino spirituale personale?  come declinare legge e discernimento? come integrare nel concreto il percorso personale (relativo) e la definizione (assoluta) del Vangelo e della Tradizione? Il testo del teologo lefebvriano, durissimo contro papa Francesco, mostra una volta di più la necessità di una riflessione ulteriore sulle relazioni fra storia del dogma e attualità del percorso di fede personale (o, se volete, fra legge e coscienza del credente cristiano – che non è riducibile alla “coscienza tout court”, ma che è dicibile come “coscienza nel cammino di fede”). Riflessione che, a mio modesto parere, non è più demandabile. 

1- L’Esortazione apostolica colpisce per la sua ampiezza e la sua articolazione. Essa è divisa in nove capitoli e conta più di trecento paragrafi. Le questioni più sensibili sono trattate al Capitolo 8 (nn. 291 – 312) a partire dal n. 293. Dopo aver parlato del matrimonio e della famiglia cattolica, il documento tratta le “situazioni fragili”. Qui ci atterremo a questo passaggio così atteso. […]

2- L’esortazione evoca, prima di tutto, le unioni puramente civili ed il concubinato ai nn. 293-294: “La scelta del matrimonio civile o, in diversi casi, della semplice convivenza, molto spesso non è motivata da pregiudizi o resistenze nei confronti dell’unione sacramentale, ma da situazioni culturali o contingenti. In queste situazioni potranno essere valorizzati quei segni di amore che in qualche modo riflettono l’amore di Dio”. […] “Tutte queste situazioni vanno affrontate in maniera costruttiva, cercando di trasformarle in opportunità di cammino verso la pienezza del matrimonio e della famiglia alla luce del Vangelo. Si tratta di accoglierle e accompagnarle con pazienza e delicatezza. È quello che ha fatto Gesù con la samaritana (cfr Gv 4,1-26): rivolse una parola al suo desiderio di amore vero, per liberarla da tutto ciò che oscurava la sua vita e guidarla alla gioia piena del Vangelo”.

3- Il Papa afferma qui che le unioni ritenute fin qui illegittime sono dei “segni d’amore che, in un modo o nell’altro, riflettono l’amore di Dio” e che queste possono essere utilizzate come “occasioni di cammino verso la pienezza del matrimonio e della famiglia”. L’occasione di peccato non sarebbe più tale, allora, ma diventerebbe occasione di matrimonio? Curiosa teologia! Da dove viene e su quali giustificazioni dottrinali Francesco può basarla? Il documento introduce qui quello che egli chiama il principio della gradualità nella pastorale e che Giovanni Paolo II (nell’esortazione Familiaris Consortio del 1981, al n. 34) aveva indicato come una “legge di gradualità”:

“Non è una ‘gradualità della legge’, ma una gradualità nell’esercizio prudenziale degli atti liberi in soggetti che non sono in condizione di comprendere, di apprezzare o di praticare pienamente le esigenze oggettive della legge.” (n. 295).

4- Si gioca sulle parole: è vero che la prudenza dei pastori deve tener conto dello stato delle anime; questa prudenza può astenersi momentaneamente dal dire alle persone che vivono male, ma non può mai dir loro che vivono bene. Una cosa è non denunciare subito come tale uno stato di peccato e un’altra dire che ciò che è già male è un cammino verso il bene, o che ciò che è contrario alla carità è un segno d’amore. Che lo si voglia o no, la “legge della gradualità” causa qui la gradualità della legge e il relativismo morale.

5- In seguito, il documento parla di ciò che chiama “situazioni irregolari”, cioè la situazione dei peccatori pubblici in generale, specialmente i divorziati risposati, pubblici adulteri. Il principio è sempre lo stesso:

“sono da evitare giudizi che non tengono conto della complessità delle diverse situazioni” (n. 296); “il discernimento dei Pastori deve sempre farsi distinguendo adeguatamente con uno sguardo che discerna bene le situazioni. Sappiamo che non esistono semplici ricette” (n. 298); “Se si tiene conto dell’innumerevole varietà di situazioni concrete, come quelle che abbiamo sopra menzionato, è comprensibile che non ci si dovesse aspettare dal Sinodo o da questa Esortazione una nuova normativa generale di tipo canonico, applicabile a tutti i casi. E’ possibile soltanto un nuovo incoraggiamento ad un responsabile discernimento personale e pastorale dei casi particolari, che dovrebbe riconoscere che, poiché il grado di responsabilità non è uguale in tutti i casi, le conseguenze o gli effetti di una norma non necessariamente devono essere sempre gli stessi” (n. 300)

6- Se è vero che la prudenza può dare delle soluzioni diverse in funzione delle circostanze, queste soluzioni derivano tutte da uno stesso principio. In questo senso, le conseguenze della norma sono sempre le stesse, precisamente perché derivano tutte dalla stessa norma. Se, per esempio, dobbiamo santificare il giorno di Signore (è il terzo comandamento del Decalogo), l’applicazione di questa norma avrà l’effetto di santificarlo, in un modo o in un altro. Quello che può cambiare, eventualmente, è il modo nel quale si vanno a compiere, in questo giorno, gli atti richiesti dalla virtù di religione: come regola generale, sarà l’atto di assistere alla Santa Messa; in un caso eccezionale, nel quale questa assistenza è impossibile o molto difficile, saranno delle preghiere più prolungate. Tuttavia, in ogni caso, l’esercizio della virtù di religione si impone necessariamente. L’osservanza del terzo comandamento resterà, a tal riguardo, sempre la stessa. Analogamente, la situazione oggettiva dei divorziati risposati è quella di un peccato pubblico di adulterio. Questa situazione richiede, da parte di ogni cristiano, una riprovazione pubblica, in un modo o in un altro. Quale che sia il modo pubblico di riprovare, la riprovazione pubblica si impone.

7- Questo non è, evidentemente, il punto di vista adottato dal Papa. È sufficiente, per rendersene conto, leggere quanto segue:

“È meschino soffermarsi a considerare solo se l’agire di una persona risponda o meno a una legge o a una norma generale, perché questo non basta a discernere e ad assicurare una piena fedeltà a Dio nell’esistenza concreta di un essere umano” (n. 304).

8- Allora, ogni sacerdote che esercita il ministero della confessione e che giudica per mezzo di esso la conformità delle azioni dei suoi penitenti a fronte della legge di Dio cadrebbe nella meschineria? Allora, chiunque compirà il suo esame di coscienza in vista di fare una buona confessione dovrà incorrere nella riprovazione di Papa Francesco? Se ciò può non bastare, resta comunque sempre necessario. E spesso, anzi, è abbastanza. La Santa Scrittura non ci insegna che questa legge di Dio è “santa ed immacolata”, che “converte le anime” e che “dona la saggezza ai piccoli” (Sal. 18,8)?

9- Inoltre, il seguito dello stesso n. 304 mette in evidenza il sofisma che è il fondamento di tutta questa pastorale rinnovata:

“È vero che le norme generali presentano un bene che non si deve mai disattendere né trascurare, ma nella loro formulazione non possono abbracciare assolutamente tutte le situazioni particolari. Nello stesso tempo occorre dire che, proprio per questa ragione, ciò che fa parte di un discernimento pratico davanti ad una situazione particolare non può essere elevato al livello di una norma. Questo non solo darebbe luogo a una casuistica insopportabile, ma metterebbe a rischio i valori che si devono custodire con speciale attenzione” (n. 304)

10- Come sempre, il sofisma riposa su di una confusione e, per confutarlo, è sufficiente richiamare una distinzione fondamentale. È vero che la legge umana (civile o ecclesiastica) non può prevedere tutto, che non può “abbracciare assolutamente tutte le situazioni particolari” e che ci sono dei casi in cui si è obbligati a risalire al principio primo di questa legge umana (che è la legge divina) […] D’altronde, a livello della legge divina, ci si trova di fronte all’opera di un legislatore sommamente buono ed infallibile, onnipotente ed onniveggente. L’opera del legislatore divino ha previsto tutto, assolutamente tutto, e la preveggenza infallibile di Dio abbraccia nell’assoluto tutte le situazioni particolari. Ciò equivale a dire che la legge naturale e la legge rivelata del Vangelo, nei principi che enunciano, non potranno ammettere dispensa o appello. Ora, la necessità e l’indissolubilità del matrimonio costituiscono, l’una e l’altra, l’oggetto di questa legge divina. Qui, con la morale matrimoniale, siamo sul piano di una legge divina (naturale o rivelata). Questa legge porta su dei principi assoluti che non possono dare alcuna eccezione: il legislatore, che è Dio, ha previsto tutto e nessuna situazione concreta ha potuto scappare alla sua preveggenza. Come insegna il Concilio di Trento, Dio dona sempre all’uomo i mezzi di mettere in pratica i suoi comandamenti. “Perché Dio non comanda cose impossibili, ma, nel comandare, ti invita a fare ciò che puoi e a chiedere ciò che non puoi, ed Egli ti aiuta perché tu lo possa”. Di fronte ad una situazione particolare, il discernimento pratico del pastore deve conformare, presto o tardi, gli atti del suo gregge alla norma di questo diritto divino, naturale o rivelato. E lo può perché, giustamente, la grazia di Dio è sufficiente ed efficace. È quello che la Chiesa ha sempre detto e fatto, ed è quello che l’Esortazione di Francesco – precisamente qui, in questo passaggio – cerca di negare implicitamente, giocando sulle parole ed introducendo la confusione. L’espressione magica di una “casuistica insopportabile” è, a tal riguardo, una retorica che si esercita a detrimento della salvezza delle anime.

11- Il discorso del Papa è qui di una gravità senza pari, perché, nella pratica che autorizza in nome di uno “sguardo differenziato”, infligge un colpo mortale alla stessa legge divina. Attuata in tutti i punti segnalati più sopra, questa Esortazione pastorale non sarà né più né meno, nei fatti, che un’esortazione al peccato, cioè uno scandalo, e dopo aver ricordato in teoria, nei primi capitoli (ai nn. 52, 62, 83, 123), l’insegnamento costante della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio e sull’efficacia della grazia soprannaturale, finisce per favorirne la negazione nella pratica. E non ci vengano a dire che il Papa afferma (al n. 299) che bisogna “evitare lo scandalo”, perché è innegabile che, autorizzando tali confusioni, le sue parole non l’eviteranno proprio.

12- Il seguito sgorga dalla stessa sorgente, purtroppo. Dopo aver così reso possibile la relativizzazione pratica di principi della morale cattolica, non resta altro che tirarne le conseguenze a beneficio dei pubblici peccatori. La soluzione è presto trovata per dare libero corso alle rivendicazioni libertarie.

13- La norma ultima non è più la legge:

“Pertanto, un Pastore non può sentirsi soddisfatto solo applicando leggi morali a coloro che vivono in situazioni ‘irregolari’, come se fossero pietre che si lanciano contro la vita delle persone” (n. 305)

14- Capirete l’allusione: far applicare la legge sarà lapidare l’adultera e contraddire la misericordia del Buon Pastore. Eppure, Egli dice alla poveretta: “Va’ e non peccare più”. E cos’è precisamente il peccato se non tutto ciò che si può dire o fare contro la legge di Dio? La retorica del Papa troverà qui i suoi limiti. Però, il seguito è più grave, perché introduce in un documento pontificio il principio protestante del libero esame:

“In questa medesima linea si è pronunciata la Commissione Teologica Internazionale: «La legge naturale non può dunque essere presentata come un insieme già costituito di regole che si impongono a priori al soggetto morale, ma è una fonte di ispirazione oggettiva per il suo processo, eminentemente personale, di presa di decisione»” (n. 305)

15- La legge naturale, dunque, non è più una legge che enuncia un comando obbligatorio. Essa si trova sminuita a livello di un semplice consiglio, di uno stimolo o di una raccomandazione. Una fonte di ispirazione. Ritroviamo qui la proposizione condannata dal Papa S. Pio X nel decreto Lamentabili: “La verità non è più immutabile che l’uomo stesso, perché essa si sviluppa con lui, in lui e per mezzo di lui” (DS 3458).

16- Ne non c’è più legge, non c’è più peccato o, piuttosto, il peccato diventa indiscernibile in foro esterno e nessuna autorità nella Chiesa né, perfino, nessuno nella società può giudicare. Dio solo giudica. Chi siamo noi per giudicare?…Ecco proprio l’espressione emblematica di Francesco:

“Per questo non è più possibile dire che tutti coloro che si trovano in qualche situazione cosiddetta ‘irregolare’ vivano in stato di peccato mortale, privi della grazia santificante”. (n. 301)

17- A rigor di logica, si potrebbe ammettere che “non è possibile negare che tutti coloro che si trovano in qualche situazione cosiddetta ‘irregolare’ vivano in stato di peccato mortale e non siano privi della grazia santificante”. Tuttavia, non si può accettare il discorso del Papa. Significa che è impossibile considerare le unioni illegittime come peccato o occasione di peccato.
Non si deve più presumere che i divorziati risposati e i concubini siano dei pubblici peccatori. È proprio questo: chi siamo noi per giudicare?…È la confusione morale più completa: confusione tra bene e male a livello dei comportamenti pubblici.

18- Se la norma ultima non è più la legge di Dio, è la coscienza dell’uomo che la rimpiazza:

“La coscienza delle persone dev’essere meglio coinvolta nella prassi della Chiesa in alcune situazioni che non realizzano oggettivamente la nostra concezione del matrimonio. […] Questa coscienza può riconoscere non solo che una situazione non risponde obiettivamente alla proposta generale del Vangelo; può anche riconoscere con sincerità e onestà ciò che per il momento è la risposta generosa che si può offrire a Dio, e scoprire con una certa sicurezza morale che quella è la donazione che Dio stesso sta richiedendo in mezzo alla complessità concreta dei limiti, benché non sia ancora pienamente l’ideale oggettivo. In ogni caso, ricordiamo che questo discernimento è dinamico e deve restare sempre aperto a nuove tappe di crescita e a nuove decisioni che permettano di realizzare l’ideale in modo più pieno”. (n. 303)

19- Il matrimonio cristiano resta, può darsi, un ideale agli occhi della Chiesa; ma quello che conta è l’idea che la coscienza di ciascuno si fa di tale ideale. Ciò che è buono non è ciò che è oggettivamente buono, è ciò che la coscienza considera come buono. Anche supponendo che la coscienza delle persone sposate è più illuminata di quella degli altri e si dona un ideale migliore, è la coscienza che fa l’ideale. La differenza tra l’ideale delle persone sposate e l’ideale delle altre è una differenza di grado, una differenza di più o meno grande pienezza. Siamo in pieno soggettivismo e, dunque, anche in pieno relativismo. Il relativismo deriva dal soggettivismo: la morale della situazione, che è una morale relativista, deriva da una morale della coscienza ed è la nuova morale di Francesco.

20- Una delle conseguenze possibili era grandemente attesa. Eccola alla fine:

“Accolgo le considerazioni di molti Padri sinodali, i quali hanno voluto affermare che i battezzati che sono divorziati e risposati civilmente devono essere più integrati nelle comunità cristiane nei diversi modi possibili, evitando ogni occasione di scandalo” (n. 299)

21- “Nei diversi modi possibili”: perché, dunque, non ammettendoli alla comunione eucaristica? Se non è più possibile dire che i divorziati risposati vivono in una situazione di peccato mortale (n. 301), in cosa il fatto di donar loro la comunione rappresenterebbe un’occasione di scandalo? E, d’ora in poi, perché rifiutar loro la santa comunione? L’Esortazione Amoris Laetitia va nettamente in questa direzione. Facendo ciò, rappresenta come tale un’occasione di rovina spirituale per tutta la Chiesa, cioè ciò che i teologi designano in senso stretto come uno “scandalo”. E questo scandalo deriva esso stesso da una relativizzazione pratica della verità della Fede cattolica, riguardo la necessità e l’indissolubilità del matrimonio sacramentale.

don Jean-Michel Gleize, 16 aprile 2016

Fonte: La Porte Latine, 16 aprile 2016

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2 thoughts on “Brevi considerazioni sul capitolo 8 dell’Esortazione apostolica “Amoris Laetitia” di Papa Francesco

  1. Verissimo, per nulla banali i puntini sulle i. Concordo in pieno con ciò che dici nella presentazione del pezzo, in particolare sulla necessità di cambiare il discorso sulla coscienza personale, tanto di moda, in un più stringente ” coscienza nel cammino di fede”. Ed è proprio qui, ahimè, che mi cade l’asino perché una coscienza diventa matura in quel modo lì solo se è sapientemente accompagnata, se ha la fortuna di trovare chi accetta di fare la fatica umile e santa di camminare insieme ( anche Francesco insiste molto su questo aspetto mi pare quando parla di preti). Perché il famoso “non si nasce tutti imparati” credo alluda a abbracci la stragrande maggioranza di cattolici, che non hanno avuto la fortuna di formarsi una coscienza grazie a studi teologici o di spiritualità, ma che possono fare dei cammini luminosi di fede e di vita se accompagnati da pastori in gamba. Ecco, sono arrivata all’asino.

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