Io sono “fragilità in cammino”

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Una prima riflessione sull’Esortazione Apostolica mi preme, a partire da un passo preciso del documento di papa Francesco. Il passo è quello sul discernimento (parola tanto abusata, ma che resta necessaria) delle coscienze. Per chi voglia leggere il testo papale, mi riferisco ai numeri dal 299 al 306).

Una frase di papa Francesco mi colpisce: «Bisogna incoraggiare la maturazione di una coscienza illuminata…».

Detto in altri termini: tutti (non solo i cristiani) viviamo (o dobbiamo vivere, siamo chiamati a vivere) in tensione tra ciò che siamo concretamente oggi, con la nostra storia personale, faticosa e ferita, con i fallimenti accumulati nonostante tentiamo di “far bene” e ciò che vorremmo essere: felici, realizzati, integrati, capaci di amore…

La distanza tra ciò che siamo e ciò che siamo chiamati a essere, tra realtà ferita e desiderio di pienezza, è esattamente quel che ci mantiene in tensione, quel che ci permette di continuare a crescere, a voler essere “migliori”. Noi siamo, nel nostro cuore, “grano buono e zizzania” e nessuno deve permettersi di forzarci a estirpare la zizzania dal cuore (affinché non si perda, non si strappi anche il grano…). Chi ci ama, invece, deve accompagnarci nella nostra consapevolezza, che è lenta, faticosa, piena di ricadute: poiché questa “crescita nella consapevolezza” è il cammino (l’unico possibile) che è concesso al nostro cuore fragile. Siamo peccatori, sì. Ma siamo peccatori in cammino verso il bene.

Io sono così. Io sono questo. E questo sono i preti che faticano e falliscono (ma ce ne sono che non faticano e, oso dire, ce ne sono che non “falliscono”?); questo sono gli sposi: sia coloro che resistono nella fatica, sia coloro che cedono alle ferite e per le ferite, pur non arrendendosi alla sfiducia nei confronti dell’amore. Poiché come diceva anni fa un amico teologo: non sempre perdere un amore significa perdere l’amore.

Questo, che tutti noi siamo, la Chiesa non può dimenticarlo quando riflette sui sacramenti e sull’appartenenza, pena il perdere se stessa e ciascuno di noi. E forse, il motivo per cui papa Francesco è tanto ascoltato, è esattamente perché ricorda senza mai sosta, che anche lui è “grano buono e zizzania”, che anche lui stesso è un peccatore, “una coscienza illuminata che ancora sta maturando…”

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