Costantino e un mito lungo 2000 anni

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Mi permetto di segnalare agli amici che è in libreria (pubblicato da Villaggio Maori Edizioni) la mia “fatica” sulla ricostruzione del mito costantiniano (e sulle origini dello Stato Pontificio). Non mi dilungo oltre, spero solo di aver fatto un lavoro onesto nel superare un mito che, nonostante da secoli svelato, continua a essere presente nell’immaginario occidentale e cristiano: il mito di un imperatore che avrebbe liberato il cristianesimo e permesso di costruire un’Europa cristiana grazie al suo sogno di una croce trasformata da pacificatrice a vessillo bellico; alla sua conversione (in verità: eretica), alla sua “donazione” (decisamente falsa).

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Spero, per chi vorrà assumersene la fatica, possa essere una lettura non troppo pesante e almeno un poco rivelante. Di seguito un breve assaggio.

dal capitolo I Ponte Milvio. Dove il cristianesimo perse l’innocenza

Si accampano gli eserciti
È la fine di ottobre dell’anno 312 dell’era cristiana (benché questa datazione sia paradossale per il tempo di cui raccontiamo, essendo il cristianesimo ancora mal sopportato in gran parte dell’impero). Costantino è disceso dalla Britannia con il suo esercito e, passate le Alpi, ha sconfitto i fedeli di Massenzio già tre volte – a Susa, presso Torino e infine nei dintorni di Verona –, prima di avviarsi praticamente indisturbato alla volta di Roma. I militari al soldo del figlio di Costanzo sono accampati sulla via Flaminia, nel luogo detto Saxa Rubra, e tutto fa supporre un lungo assedio alla città eterna, dove Massenzio sembra deciso a rimanere, arroccato all’interno delle Mura Aureliane, per evitare lo scontro in campo aperto che, fino a quel momento, l’ha sempre visto sconfitto. Contro ogni logica, forse sperando di sorprendere i nemici, Massenzio improvvisamente decide per lo scontro frontale. Il 27 ottobre, con il suo esercito, esce incontro al nemico. Gli storici cristiani, Eusebio in primis, diranno che Dio stesso lo spinge fuori dalle mura, per risparmiare ai cittadini romani la violenza dello scontro e per liberare il suo protetto dall’inevitabile strage di innocenti dentro la cerchia delle mura: «Per evitare che [Costantino] fosse costretto a combattere contro i Romani per colpa di quel tiranno, Dio in persona trascinò costui come in ceppi fuori dalle porte». Comunque sia, per volontà propria o per progetto divino, uscendo dalle mura Massenzio avanza sulla riva destra del Tevere, oltrepassando con i suoi soldati il Ponte Milvio e fermando le schiere vicino a Malborghetto. In realtà, il Ponte Milvio neppure esiste più, poiché Massenzio l’ha fatto abbattere e, al suo posto, ha edificato un ponte di barche, per rendere oltremodo difficile l’avanzata delle truppe nemiche. Lo stratagemma gli si volgerà contro, impedendogli la fuga quando il suo esercito sarà ormai in rotta, e divenendo fatale a lui stesso.
Per l’esercito di Massenzio si parla di 170.000 fanti e 18.000 cavalieri, così almeno a dar retta allo storico Zosimo; secondo i Panegyrici Latini gli armati sono soltanto 100.000. Comunque sia, entrambi i testi indicano, ineluttabile, una sproporzione di forze: le truppe di Flavio Valerio Aurelio Costantino sono in numero ampiamente inferiore a quelle dell’avverso tiranno. Dev’essere così per gli eroi che piacciono al volgo: per l’inferiorità che li fa sempre secondi, essi somigliano ai deboli (a quello che vorremmo incarnare nel nostro sogno epico), quasi fraternamente. I buoni hanno la fragile forza dell’amor di patria, o della dignità, o dell’intelligenza. A posteriori, naturalmente. Il buono è Costantino. Il cattivo Massenzio. Così la storia li ha consegnati, rendendo omaggio, come è solita fare, al vincitore. La realtà, per sua natura, è più complessa, sfumata.

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