In questo turbine della nostra storia, ha davvero senso parlare di pace? E in che modo, e a quale prezzo?

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Quattordici anni fa, il cardinale Martini scriveva un discorso, poco dopo gli eventi dell’11  settembre. Sembra che nulla sia cambiato, anzi, che la spirale innescata sia senza fine. Molte cose allora dette, restano una meditazione attualissima. (per il discorso intero, clicca qui).

[…]

I fatti li conosciamo: gravissimi attentati terroristici che rivelano una capacità inaudita di odio e fanatismo, che si serve di tecnologie raffinate e si nutre di forme finora inedite di fondamentalismo civile e religioso (pensiamo a tutti gli aspiranti suicidi). Agli attentati è seguita un’azione di caccia ai terroristi che è sfociata in una guerra in Afghanistan. In questi ultimi giorni, poi, si sono moltiplicati vergognosi attentati suicidi contro cittadini inermi in Israele, a cui hanno fatto seguito ritorsioni e azioni militari in Palestina, in luoghi dove ormai da anni c’è un crescendo di violenza di cui non si vede la fine.

1. Uno sguardo al vangelo (lc 13,1-5)

Questi fatti ci addolorano, ci interpellano, ci sconvolgono. Pensiamo con dolore agli innumerevoli morti, ai feriti che porteranno per tutta la vita il segno della tragedia, alle famiglie distrutte, ai milioni di profughi, al pianto dei bambini mutilati. Nascono molte domande, ipotesi, inquietudini. Domande di carattere umano e religioso e anche di carattere politico. Si vorrebbe capire, giudicare, vedere come agire per farla finita con il terrorismo, la paura, la guerra, come operare seriamente per una pace duratura.

Certamente la situazione è ancora troppo complessa e fluida per descriverla in maniera adeguata. Ogni giorno, poi, aggiunge la sua sorpresa, per lo più dolorosa. […] Perciò mi sono chiesto con insistenza e ho chiesto al Signore: in questo turbine della nostra storia, ha davvero senso parlare di pace? E in che modo, e a quale prezzo?

Parlando, leggendo e ascoltando molto, mi sono accorto di come anche i pareri siano tanto divergenti. Molteplici i punti di vista, gli angoli di visuale; fortissime le passioni, i coinvolgimenti emotivi; resistenti a sgretolarsi le precomprensioni, soprattutto quelle inconsce. Sembrerebbe più saggio attendere, pregare, e per intanto sanare e medicare in quanto si può le ferite, come in emergenza. […] Sono numerose le pagine bibliche evocate in questi mesi per cercare luce nella parola di Dio. Io vorrei partire dal passo evangelico di Luca (13,1-5): si tratta di due affermazioni o reazioni di Gesù, posto di fronte a gravi fatti di sangue di origine politica e a dolorose calamità naturali.

“In quello stesso tempo si presentarono a Gesù alcuni a riferirgli circa quei Galilei il cui sangue Pilato aveva mescolato con quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola Gesù rispose: Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quei diciotto sopra i quali rovinò la torre di Siloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”.

[…] Gesù si trova infatti di fronte a un groviglio di problemi etici, teologici e politici. […] Qui si tratta ugualmente di domande a trappola, ma a proposito di fatti ben più sconvolgenti. V’è in questione ciò che noi chiameremmo una “strage di Stato”, voluta dal rappresentante dell’imperatore e per di più perpetrata nel luogo sacro del tempio: quindi un massacro avvenuto probabilmente durante le festività pasquali, nel quale dovevano essere state trucidate molte persone, forse terroristi disposti al sacrificio supremo. Non sappiamo quanti fossero, ma è sufficiente ricordare che alcuni anni prima il predecessore di Pilato aveva ucciso in una sola occasione tremila ebrei.

[…] Anche la seconda situazione narrata da Luca 13,1-5 richiama domande attuali. Essa riguarda una calamità naturale, la caduta di una torre a Gerusalemme che travolge diciotto persone (noi pensiamo agli incidenti e drammi di questi ultimi tempi: i disastri dei trafori del Monte Bianco e del Gottardo, il tragico incidente di Linate, gli incidenti aerei delle ultime settimane, le stragi per le fughe di gas…). Allora, come ora, tali incidenti suscitavano tante domande: si tratta di calamità inevitabili o sono frutto di negligenza, di errore umano o di incoscienza o di imprudenze inescusabili? Chi è colpevole? Chi doveva vigilare? Quale autorità ha omesso i dovuti controlli, ha sottovalutato gli appelli ecc.?

I due episodi sono proposti a Gesù perché prenda posizione. Molti aspettano, come ho sopra indicato, che egli si dichiari contro il tiranno Pilato; altri vorrebbero che criticasse i Galilei come terroristi insipienti. A proposito della caduta della torre ci si attende che denunci con parole di fuoco l’incuria dei governanti o al contrario rimproveri l’imprudenza colpevole della gente. Invece si verifica l’imprevisto. Gesù non prende posizione né pro, né contro nessuna delle persone coinvolte, non si esprime su chi degli immediati protagonisti sia da ritenersi colpevole. Proclama, è vero, un suo giudizio, che dovremo approfondire. Ma la sua voce sta al di sopra di tutti i temi sia pur gravi di politica corrente. Ciò può sorprendere, deludere e turbare. Vedremo che cosa voglia dire per l’oggi. […]

2. Le domande di oggi

Qualcosa di simile avviene oggi. Gli interrogativi sui fatti della storia e soprattutto su quelli drammatici dei nostri giorni sono tanti e comprensibilmente carichi di sofferte emozioni, di precomprensioni affettive e anche di pregiudizi. E non di rado si invocano da qualche autorità morale risposte immediate e chiarificatrici ( per lo più nell’attesa di essere confermati in ciò che ciascuno ha già giudicato dentro di sé!). Molte, in particolare, le interrogazioni gravi che si pone l’uomo della strada di fronte alle notizie e alle immagini televisive di questi mesi e di questi giorni.

La prima riguarda gli autori dei gesti di terrorismo, a partire dai più clamorosi e micidiali, specialmente quelli connessi col suicidio dell’attentatore, ed è la domanda sul perché. Perché un essere umano può giungere a tanta crudeltà e cecità? Ci si chiede in quali oscuri meandri della coscienza possano albergare tali sentimenti di odio, di fanatismo politico e religioso, quali risentimenti personali e sensi di umiliazione collettiva possano essere alla radice di simili folli decisioni. Nulla e nessuno potrà mai giustificare tali atti o dare loro una qualunque parvenza anche larvata di legittimazione. Ci dobbiamo però chiedere: noi tutti ci siamo davvero resi conto nel passato, rispetto ad altre persone e popoli, quanto grandi ed esplosivi potessero a poco a poco divenire i risentimenti e quanto nei nostri comportamenti potesse contribuire e contribuisse di fatto ad attizzare nel silenzio vampate di ribellione e di odio?

Non posso, a proposito della prima domanda, non sottolineare la tremenda responsabilità di chi, magari dotato di grandi mezzi di fortuna, ha imparato a sfruttare i risentimenti e li fornisce di strumenti di morte, finanziando, armando e organizzando i terroristi in ogni parte del mondo, forse pure vicino a noi. Anche per costoro non v’è nessuna ragione o benché minima legittimazione per il loro agire. Valgono piuttosto le parole di Gesù per chi sfrutta in tal modo la debolezza di persone semplici: “Sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da un asino, e fosse gettato negli abissi del mare!” (Mt 18,1). E non posso nemmeno dimenticare quanto Gesù diceva nel discorso della Montagna proibendo persino una parola offensiva perché contenente già i germi dell’odio e dell’omicidio (Mt 5,22: “Chi dice al fratello ‘pazzo’!, sarà sottoposto al fuoco della Geenna”). Chi di noi ha l’età per ricordare i primi tempi della contestazione (fine anni 60-inizio anni 70) sa che la noncuranza e la leggerezza, ostentata anche da chi avrebbe avuto la responsabilità di giudicare e di punire, rispetto ad atti minori di vandalismo e disprezzo del bene pubblico, ha aperto la via a gesti ben più gravi e mortiferi. Chi getta oggi il sasso e si sente impunito domani potrà buttare la bomba o impugnare la pistola. La “tolleranza zero” è, per ogni parola o gesto di odio, supportata da una regola evangelica.

Oltre alla domanda di un giudizio umano e morale severo su ogni anche piccola radice di disprezzo e di odio – da qualunque parte provenga e contro chiunque si eserciti, per smascherarla e in quanto possibile per esorcizzarla e disarmarla – emerge con insistenza nel cuore della gente anche una seconda domanda, di natura piuttosto politica e militare: il tipo di operazioni che si vanno facendo contro il terrorismo sarà efficace? Servirà davvero a scoraggiare i terroristi, a chiudere gli episodi macabri degli uomini-bomba, a creare le condizioni per un superamento delle cause di tante inquietudini? Ben pochi di noi hanno risposte certe e articolate a tutte queste questioni, anche per la loro complessità e gli scenari e episodi diversi e mutevoli a cui esse si riferiscono. Ciò non toglie che esse gravino pesantemente sulle coscienze di tutti, in particolare di coloro che sono più direttamente responsabili di programmare le operazioni contro il terrorismo, di determinare le misure politiche, economiche, giudiziarie, culturali che si ritengono necessarie. Soltanto loro conoscono da vicino le circostanze e l’efficacia, positiva e negativa, dei bombardamenti e di altre azioni di guerra, dato che gli stessi mass media non sembrano aver un accesso se non limitato alle fonti dirette dei dati e delle strategie militari. Anche a tale domanda non osiamo dare qui una risposta; però è connessa strettamente con la seguente.

La terza domanda è di tipo etico: ciò che si è fatto e si sta facendo contro il terrorismo specialmente a livello bellico rimane nei limiti della legittima difesa, o presenta la figura, almeno in alcuni casi, della ritorsione, dell’eccesso di violenza, della vendetta? È chiaro che il diritto di legittima difesa non si può negare a nessuno, neppure in nome di un principio evangelico. Occorre tuttavia una continua vigilanza, un costante dominio su di sé e delle passioni individuali e collettive per far sì che nella necessaria azione di prevenzione e di giustizia non si insinui la voluttà della rivalsa e la dismisura della vendetta. Si era avuta l’impressione che questi principi di cautela fossero presenti nei primi giorni della reazione ai terribili attentati dell’11 settembre. Ma ora a che punto siamo? Non hanno forse l’ansia di vittoria e il dinamismo della violenza preso la mano diminuendo la soglia di vigilanza sulle azioni di guerra che potrebbero essere non strettamente necessarie rispetto agli obiettivi originari e soprattutto colpire popolazioni inermi? È qui che il principio della legittima difesa viene messo gravemente in questione, poiché non si può impunemente andare oltre senza creare più odi e conflitti di quanto non si pretenda risolverne. Sembra questo in particolare il caso, è doloroso dirlo, di quanto continua ad accadere in maniera crescente in Medio Oriente. Da una parte un terrorismo folle e suicida contro cittadini pacifici, fra cui tanti bambini, un terrorismo che non conduce a nulla e che suscita un crescendo di ira, indignazione e orrore. Dall’altra atti di rappresaglia, difficilmente definibili ancora come operazioni di legittima difesa, che colpiscono popolazioni inermi, e anche qui tanti bambini. Vi si aggiungono in più vere e proprie azioni belliche, di fronte alle quali perfino l’osservatore più imparziale e sinceramente desideroso e convinto del bisogno di una piena sicurezza per il paese che così agisce, non riesce a cogliere quale sia la strategia della pace e della sicurezza che pure è sempre nel desiderio di tutto quel popolo la cui sopravvivenza è essenziale per il futuro della pace nella regione e nel mondo intero.

[…] Sollevando interrogativi come quelli espressi sopra non ho voluto tanto esprimere giudizi definitivi quanto aiutare me e voi a riflettere seriamente e soprattutto stimolare i competenti e i responsabili a pesare ogni loro opinione e azione su una bilancia di rigorosa giustizia e di rispetto dei diritti umani di ognuno. Tali responsabili veramente competenti non sono probabilmente molti. Certamente assai meno di quanto non si pensi o non appaia dal numero e dalla molteplicità delle opinioni che vengono formulate, spesso con tanta sicurezza. Sono pochi infatti a conoscere a fondo tutti i dati disponibili sui terroristi, i loro progetti, le loro risorse; poche le notizie che realmente filtrano sugli atti di guerra e le loro conseguenze, la natura delle resistenze e gli ambiti delle strategie. Le autorità politiche e militari responsabili – me ne rendo conto – pagano qui una misura ardua di solitudine a fronte di decisioni che coinvolgono la vita di milioni di persone.

Perciò è tanto più prezioso il controllo democratico stabile e metodico esercitato dai Parlamenti e da una opinione pubblica intelligente e non faziosa, correttamente informata prima sul varo e poi sulla conduzione degli eventuali interventi.

3. L’atteggiamento di Gesù

A questo punto ci impressiona e ci scuote ancora di più l’atteggiamento di Gesù nel brano di Luca, da cui siamo partiti e al quale ora vorrei ritornare. C’è infatti un’ulteriore domanda oltre a quelle richiamate a proposito dei fatti attuali di terrorismo e di guerra. È una domanda molto semplice, di natura evangelica. Suona così: che cosa ci direbbe oggi Gesù su quanto abbiamo evocato fin qui? Che cosa ci suggerirebbe nello spirito del Discorso della Montagna, nel quadro delle beatitudini dei misericordiosi e degli operatori di pace?

Nella pagina di Luca 13,1-5 Gesù non entra in nessuno dei problemi che hanno in mente i suoi interlocutori e che riguardavano l’attribuzione delle colpevolezze per gravi fatti di sangue, la ricerca di capri espiatori. Superando ogni giudizio morale categoriale sulle azioni di singoli o di gruppi, Gesù rimanda alla radice profonda di tutti questi mali, cioè alla peccaminosità di tutti, alla connivenza interiore di ciascuno con la violenza e il male, ripetendo per ben due volte: “se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”. Egli invita a cercare in ciascuno di noi i segni della nostra complicità con l’ingiustizia. Ammonisce a non limitarsi a sradicarla qui o là, ma a cambiare scala di valori, a cambiare vita.

Ciò in un primo momento ci sorprende. Ci appare una fuga dal presente, un volare troppo alto di fronte a eventi che richiedono con urgenza decisioni e giudizi. Ci sembra un generalizzare un problema che rischia di confondere torti e ragioni, carnefici e vittime, tutti accomunati sotto un unico denominatore.

Ma Gesù non intende per nulla togliere a ciascuno la sua concreta responsabilità. Ognuno è responsabile delle proprie azioni e ne porta le conseguenze. Per questo Gesù disse a Pietro che tentava di difenderlo con la forza quando vennero per arrestarlo: “Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che metteranno mano alla spada periranno di spada” (Mt 26,52). Egli sa che ciascuno deve prendere le sue decisioni morali di fronte alle singole situazioni. Gli importa però assai di più segnalare che gli sforzi umani di distruggere il male con la forza delle armi non avranno mai un effetto duraturo se non si prenderà seriamente coscienza di come le cause profonde del male stanno dentro, nel cuore e nella vita di ogni persona, etnia, gruppo, nazione, istituzione che è connivente con l’ingiustizia. Se non si mette mano a questi ambiti più profondi mutando la nostra scala di valori, tra breve ci ritroveremo di fronte a quei mali che abbiamo cercato con ogni sforzo esteriore di eliminare.

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