Non mi importa di un ex monsignore, ma di un problema e di molti silenzi

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In diversi amici sono intervenuti, sia qui sul blog, che privatamente, per segnalarmi le loro posizioni sulla questione Charamsa. Mi sembra che tutte le posizioni prese e indicate siano non solo rispettabili, ma anche “sapienti”  (ho la fortuna di avere tanti amici che non ringrazio mai abbastanza per il dono della loro saggia vicinanza e soprattutto per la virtù della pazienza). La gran parte ha indicato come “fuori tempo”, come “scorretto”, “non utile” alla Chiesa, agli stessi omosessuali, e a una riflessione sulla sessualità e sulla famiglia l’intervento dell’ex prelato polacco.

Vorrei sottolineare, a seguito dei vari interventi, alcune piccole cose, che mi sembrano però da non dimenticare e che invece rischiano di passare in secondo piano:

  1. Personalmente non è che l’intervento di Charamsa in quanto tale mi abbia reso particolarmente felice (continuo a preferire una pagina di Simone Weil alle esternazioni di qualunque prelato): l’ho trovato, come molti, sopra le righe, confusionario, poco umile… ma mi è sembrato un’occasione! 
  2. E’ innegabile che abbia scoperchiato un pentolone che tutti conoscevano e tenevano (e tengono) ben chiuso (anzi che si tenta di richiudere molto in fretta): ci sono preti gay che vivono la loro sessualità di nascosto (come Charamsa fino a qualche giorno fa) e preti etero che fanno lo stesso. Trovo incredibile che di questo, che è uno dei veri problemi della Chiesa di oggi, non si voglia parlare. Charamsa (o chi per esso) è semplicemente un’occasione (non la migliore, non la peggiore: quella che ci è stata offerta), forse già perduta (l’ennesima).
  3. Mi sarebbe piaciuta una reazione più capace di leggere la complessità. Per esempio mi sarebbe piaciuto sentir dire: Charamsa ha sbagliato tempi e modi, ma ci sono questioni che non possiamo più demandare…; Charamsa ha sbagliato tempi e modi, ma in qualche maniera offre al sinodo dei vescovi una serie di domande che devono essere chiarite e affrontate…; invece ci si è fermati a: Charamsa ha sbagliato. Stop. E questa è l’ennesima dichiarazione che mi sembra confermi una paura “strutturale”.
  4. A chi dice che il tempismo e la modalità sono stati sbagliati (qualcuno ha persino detto che tutto è manovrato dai nemici gay di papa Francesco: mah!) chiedo un consiglio: qualcuno potrebbe suggerire un tempismo e una modalità che siano corretti? Ossia: in che modo un sacerdote che vive “male” il proprio celibato può rendere pubblica una discussione sul tema? Continuando a nascondere la propria fatica e il proprio peccato (tanto: occhio non vede, cuore non duole)? Creando un blog anonimo? Parlandone segretamente con le gerarchie? Lasciando il ministero senza creare clamori e problemi? La mia impressione è che su questi temi non c’è una maniera “giusta”: ci sono modi diversi, più o meno clamorosi. Ma alla fine, di qualunque maniera si faccia uso, la conclusione fino a oggi è tristemente sempre la medesima: accuse e/o silenzio. Al massimo una dichiarazione di compassione per il peccatore (di cui, personalmente, sono anche un po’ stufo). Percorsi di comprensione concreta che venga da un ascolto senza pregiudizi, di indicazioni per la definizione di una spiritualità, di vero ascolto “ecclesiale” (che abbia cioè anche carattere e ricaduta pubblica)… ne trovo pochissimi. Qualcuno può suggerirmene?

Chi ha pazienza si legga questi due interventi, di un teologo morale (Cozzoli su Avvenire) e del cardinal Ruini, Personalmente, non so se mi inquietano più loro o Charamsa (non è una battuta: non lo so davvero!):

http://www.avvenire.it/Commenti/Pagine/cozzoli-commento-caso-charamsa.aspx

http://www.corriere.it/cronache/15_ottobre_04/ruini-se-vanno-avanti-unioni-civili-proteste-non-mancheranno-c72265ae-6a6f-11e5-b2f1-e50684c95593.shtml

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5 thoughts on “Non mi importa di un ex monsignore, ma di un problema e di molti silenzi

  1. In effetti la prima vittima di tutta questa operazione “Charamsa” è la complessità del problema. Sono finite nel calderone tante questioni (tutte risolte con “è solo un provocatore che ha sbagliato tempi e modi”): la legittimazione delle coppie gay, la sessualità dei gay, l’omosessualità dei preti, il celibato (e l’astinenza sessuale) obbligatori. Se vogliamo trovare un bandolo alla matassa io lo cercherei nella selezione e formazione che avviene nei seminari. Charamsa era uno dei tanti brillanti studenti di teologia e vorrei scommetterci che i superiori del Seminario – nella migliore delle ipotesi – lo hanno incoraggiato a continuare, a reprimere la propria sessualità pur di non perdere un prete e un promettente teologo. La sua carriera lo dimostra. Questo ragionamento vale per quei giovani che si dimostrano brillanti nello studio, capaci e originali, di qualità e magari anche di fede, di buona fede ma che non hanno risolto una questione fondamentale circa la loro sessualità. Certamente il celibato può essere vissuto fedelmente ed eroicamente come tanti riescono. Ma tutti questi “episodi” possono indicare alla chiesa che la vocazione (cioè dono di Dio) al sacerdozio potrebbe anche non essere corredata dalla vocazione al celibato: Che se non fosse vocazione anch’esso sarebbe solo eroica disumanità (in questo, Charamsa, ha ragionissimo). Forse la Chiesa latina potrebbe anche rivedere la scelta di ordinare solo persone con la vocazione celibataria. Oppure ordinare preti solo quando può essere verificata e maturata anche la vocazione al celibato (cosa che a poco più di 20 anni è rischioso affermare!). Sulle unioni gay e sulla sessualità in genere, temo che la Chiesa sia un po’ ferma con la riflessione, per paura. E questa paura, temo, ha origini profonde. Alcune di queste sono da rintracciarsi nella formazione della “classe dirigente” ecclesiastica.

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  2. Per essere seria, dato che ti ho inviato una dichiarazione di un prete conosciuto, mi sono presa il tempo di leggere attentamente anche i due sopra che suggerisci tu. Non ho dubbi sulla risposta da dare; continua ad inquietarmi Charamsa.

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    1. cara Cristina, ho letto con attenzione anche quello che mi hai inviato per mail e mi sento di condividere molto di quel che viene detto, da te e dal sacerdote di cui mi hai allegato un testo. ho trovato anche e finalmente dei begli interventi, uno su tutti quello di monsignor Casale, che posterò a breve. sul fatto che io temevo non si sarebbe fatto nulla di significativo, resto ancora dubbioso: è vero che si è creato un certo dibattito, ma mi sembra ancora che in genere si siano create le due solite parti: una che attacca la Chiesa istituzione, e una che la difende con argomenti classici. Quel che mi sembra continui a mancare è una domanda (o una serie di domande) prospettiche: che Chiesa sarà di fronte al tema del celibato? che formazione ci sarà nei seminari? che ascolto e che risposte alle nuove domande sul genere? che riflessioni nelle comunità sul valore della sessualità? ecc.
      Se temo il silenzio, forse temo anche di più le chiacchiere inutili che confondono e risultano silenzi assordanti…

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  3. Natale, forse il segno di un nuovo che sta arrivando o magari c’è già ma è da valorizzare in pieno è proprio in quegli interventi sorpresa di cui ti dicevo; persone laiche, anzi atee, idealmente appartenenti alla prima delle due fazioni, che avrei immaginato giù a dar legnate e invece si son rivelate capaci di osservazioni misurate e obiettive, alla fine molto più vicine a quelle di don Maurizio di quanto non lo siano altre di ambito più strettamente ecclesiale. Anche questo è un segno che dovrebbe far riflettere. E farci chiedere; quanto siamo sereni e obiettivi e saldi noi credenti, quando ci imbattiamo in casi di questa portata? Eppure anche dalla nostra serenità e obiettività passa la possibilità di trovare soluzioni. Forse il giudizio equilibrato e privo di livore di questi nostri fratelli laici ci indica che c’è, nella dottrina della Chiesa sul celibato, qualcosa sicuramente da modificare ( per me potrebbe diventare facoltativo, ma è una mia opinione…) ma anche molto da tenere. E poi, detto tra noi, c’era il modo di portare avanti la cosa, pur senza la sfida mediatica…se non ce l’ha uno che ha le mani in pasta al Sant’Uffizio chi mai può avercela?? Alle tante domande che giustamente ti fai, forse molto ingenuamente penso che la risposta stia qui: tanto Vangelo, ovunque, nelle comunità e ancor più nei seminari. Masticare, sempre, dalla mattina alla sera, in dosi massicce il pane di vita, amare questo pane, averne fame, sarà l’unico modo di farsi venire idee, soluzioni, risposte che per ogni problema, sessualità compresa, saranno solo di vita.

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