Ecclesiouting!

KRZYSZTOF-CHARAMSA-MONSIGNORE-GAY

L’outing che non mi aspettavo, ma che desideravo da tempo (e che mi spinge a scrivere di getto, cosa che non faccio mai…); un outing di coraggio non solo sociale e personale, ma anche ecclesiale: perché il personaggio di cui si parla (e si parlerà a lungo) non è “solo” un sacerdote, ma è un sacerdote di spicco; e lo è nell’ambiente teologico; e lo è nell’ambiente Vaticano; e lo è proprio come membro della Congregazione per la Dottrina della Fede…

Possiamo dire che l’inquisitore è nudo? che è nuda, finalmente, l’inquisizione?

So di usare un paradosso, probabilmente estemporaneo e fastidioso: ma che questo atto di coraggio venga da uno degli ambienti che tutti giudicano più chiuso (spesso senza nemmeno conoscerlo), vale doppio.  E’ un punto di non ritorno. E spero che molti altri preti prendano spunto da questo gesto e dichiarino quel che stanno vivendo. Una vita nella menzogna, una vita che nasconde gli affetti (e non li elabora, e non ne fa verità) non serve a nulla, se non a macerare se stessi, le proprie compagne, la stessa Chiesa.

Con un’attenzione, però: che il coraggio non si trasformi in moda, perché altrimenti sarebbe l’ennesima vittoria “del mondo” sulla comunione. L’outing nella Chiesa non deve adattarsi all’outing mondano: deve trovare sue forme. Non ho ancora letto completamente l’intervista a monsignor Charamsa: spero vada nella direzione di una “confessione” capace di mettere a tema una vita spirituale, che è quel che davvero manca alla riflessione odierna su gender, omosessualità e, anche, vita celibataria e non.

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7 thoughts on “Ecclesiouting!

  1. Un gesto molto significativo commentato con “l’astinenza sessuale obbligatoria è disumana” che provoca una discussione anche a livello teologico (dato che chi ha pronunciato la frase è un pezzo da 90 della Dottrina della Fede).

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  2. Confesso e non nego che mi rimane qualche perplessità sulla forma che segue quest’outing: l’esposizione, la conferenza stampa, foto e tv con accanto il compagno, plurime interviste… E la forma non è mai insostanziale. Insomma mi sembra manchi un poco il “peso” e la fatica di un cambiamento cui si è esposto. Non ci sono solo i ritardi e le chiusure della Chiesa; c’è anche la sua storia personale, in cui non è stato costretto a subire: ha fatto delle scelte. Le ha fatte a suo tempo chiedendo di essere prete, le ha fatte dando spazio a quell’amore in cui si riconosce, le sta facendo ora lasciando il ministero come è inevitabile (anche se nella conferenza stampa sembra quasi essere stupito della rimozione dai suoi incarichi…). Con tutto il rispetto per il suo coraggio, mi sarei aspettato meno spettacolarizzazione e un maggior senso della “tragicità” di questo passaggio, dove non ci sono solo le “colpe” della Chiesa. Forse in questo senso – a mio parere – il momento non è il più opportuno, soprattutto per questa “forma”, e può anche risultare una “pressione indebita”.
    Altro, sì, è ragionare sulla questione che solleva…

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  3. A me non dispiace questa ostentazione di serenità (anche se preferisco profili più discreti). Ma siamo in una società dell’immagine e dello scoop… E certe cose passano solo così. Ma siamo anche di fronte ad una Chiesa che è capace di digerire di tutto e di tirare avanti come se niente fosse… Il problema è sempre il solito: un prete che si sposa, uno che si professa gay, l’altro che è sospettato di pedofilia (casi diversi, ovviamente) sono sempre e solo dei casi isolati, peccatori, traditori, delinquenti (a seconda dei casi) ma sempre e solo dei singoli, responsabilità individuali, fossero anche dieci cento mille (come lo sono). Non si arriva mai ad una discussione seria e sensata sul ministero, sull’antropologia del ministero, sui “criteri” di ammissione, e sul “sommerso” tragico e doloroso (ma anche ipocrita) di tanti preti e tanti compagni e compagne di preti.

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  4. Credo che quel che dicono Orazio e Andrea negli ultimi due commenti sia esattamente indicatore di un percorso che deve essere fatto: da un lato sono perfettamente d’accordo sulla assenza di “tragicità” e dall’altro sulla denuncia di assenza di discussione aperta. Paradossalmente, ci si trova a discutere su due assenze! E questo è esattamente il problema che rimane in gioco: come e dove trovare spazi sensati di comunicazione del tragico personale in una chiesa massmediatica (inevitabilmente: non è che si possa sfruttare il mass dei media solo quando serve alla claque); e come e dove trovare spazi aperti di discussione. Questa duplice faccia del caso Charamsa è il motivo per cui ciò che è accaduto sarà epocale (e utile, se ben riflesso: per cui grazie agli amici che aiutano a indagare)

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  5. Aggiungo una riflessione, marginale. Mi spiacerebbe che la questione “Charamsa” finisse per essere (solo) una accusa alla omofobia nella Chiesa. Un prete (gay o etero che sia) che dichiara di non poter vivere senza esercitare la propria affettività e sessualità con un’altra persona, che l’astinenza obbligatoria è disumana, è il nodo problematico principale. L’omofobia (così come la misoginia) sono un problema che non riguarda solo i preti.

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  6. Caro Natale, non sarà un caso epocale. Tempi e modi sono sbagliati. Da una parte si confondono tema del celibato e tema dell’omosessualità per i sacerdoti – e questo non aiuta il dibattito che viene di volta in volta sviato – dall’altra la scelta del giorno dell’apertura del Sinodo sulla famiglia ha quel sapore di sabotaggio che ha già fatto scattare tutti i meccanismi difensivi del caso. Non succederà nulla.

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