Cosa c’è nelle chiese (secondo Rilke)

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Che dire di fronte a questa pagina, se non: “Ah, Rilke!…”

(testo tratto da Lettere a un giovane poeta, Adelphi)

«Io ho un’amata, quasi una bambina ancora, che lavora a domicilio; e così, spesso, quando c’è poco lavoro, cade in una situazione difficile. E’ destra, troverebbe facilmente impiego in una fabbrica, ma teme di avere un padrone.  La sua idea di libertà è sconfinata. Non vi stupirà che ella senta anche Dio come una sorta di padrone, anzi come l’Arcipadrone, come mi disse una volta, ridendo, ma con il terrore negli occhi.

C’è  voluto lungo tempo prima che si decidesse a venire con me una sera a St. Eustache, dove io entravo volentieri, per via della musica delle devozioni di maggio. Una volta siamo capitati insieme e abbiamo guardato delle pietre tombali in quella chiesa. A poco a poco ella avvertì che nelle chiese Dio ci lascia in pace, che non chiede nulla; si potrebbe pensare persino che nelle chiese Egli non ci sia, non è vero?, ma nel momento in cui si vorrebbe dir questo – diceva Marthe -, che anche in chiesa non c’è, allora qualcosa ti trattiene. Forse è solo quel che gli uomini stessi, attraverso i secoli, hanno recato in quell’aria alta… E’ forse che la vibrazione dolce e potente della musica non può mai uscirne del tutto, anzi dev’essere già da molto tempo penetrata nelle pietre… e se anche è dura una pietra, e difficile da penetrare, pure alla fine la scuotono quei cori sempre rinnovati e quegli assalti dell’organo, quei turbini del canto la domenica, quegli uragani delle grandi festività. Bonaccia, regna nelle antiche chiese. Lo dissi a Marthe. Bonaccia. Origliavamo. Ed ella comprese subito, natura meravigliosamente preparata…

C’è tutto nelle chiese antiche, nessun pudore di nulla, come invece nelle nuove dove per così dire appaiono solo i buoni esempi. Là è anche il maligno e il cattivo e il tremendo e il deforme e il miserabile e il brutto e l’ingiusto; e si vorrebbe dire che tutto ciò vi è in qualche modo amato per amore di Dio. Ivi è l’angelo che non esiste; e il demonio che non esiste; e l’uomo – che esiste – è in mezzo a loro; e la loro irrealtà lo fa più reale. Nelle chiese, [nelle loro musiche e nei loro dipinti] io posso abbracciare meglio ciò che sento quando si dice “uomo”, che non per via, tra la gente, la quale con sé non porta nulla di riconoscibile.»

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