Galantino, la politica e una Chiesa… “ingerente”?

galantino

Ho lasciato passare un po’ di giorni, per far sì che si stemperassero le polemiche “di pancia” (ma sono soltanto io a esserne stufo?) e provare a riflettere in maniera serena. Delle frasi di monsignor Galantino si è detto di tutto e di più (salvo le scuse e le smentite dei media stessi cattolici – purtroppo uno su tutti, cui sono anche affezionato). Ed ecco qui la parte finale del discorso del presidente della CEI su De Gasperi, che mi sembra un interessante punto di partenza per le discussioni politiche presenti e necessariamente future. L’impressione è che la Chiesa gerarchica stia ancora cercando un linguaggio nuovo per dialogare con le istituzioni (e spero che più che di parole,  questo linguaggio sia fatto in futuro di segni e di gesti). 

«La politica non è forse quella che siamo stati abituati a vedere oggi, vale a dire un puzzle di ambizioni personali all’interno di un piccolo harem di cooptati e di furbi. La politica è ben altro, ma per comprenderlo è inutile prodursi in interminabili analisi sociologiche o in lamentazioni, quando è possibile guardare a esempi come quello degasperiano. I veri politici segnano la storia ed è con la storia che vanno giudicati, perché solo da quella prospettiva che non è mai comoda, si possono percepire grandezze e miserie dell’umanità.

Il Signore è risorto in terra di Israele, tra il suo popolo, ma per l’intera umanità. La Chiesa inoltre non ha bisogno di grandi organizzazioni materiali perché ha a disposizione la parola di Dio e l’intera fraternità umana; non ha bisogno di diplomazie esclusive, ma di uno spirito evangelico, come papa Francesco non si stanca di ricordarci. Ma ciò che forse può valere per la Chiesa, seme nel mondo, non può valere per le società contemporanee che hanno sempre più bisogno di competenze politiche e d’intelligenze morali. Che cosa saremmo noi vescovi italiani senza l’Italia? La nostra missione non può essere disgiunta dal destino di questo nostro Paese, a cui siamo non solo fedeli, ma servitori. Ciò significa allora che il papa, i vescovi e i presbiteri hanno bisogno di essere inseriti a loro volta in una comunità impegnata e solida che li ascolti, certo, ma anche che li aiuti e li sostenga. …

Un popolo non è soltanto un gregge, da guidare e da tosare: il popolo è il soggetto più nobile della democrazia e va servito con intelligenza e impegno, perché ha bisogno di riconoscersi in una guida. Da solo sbanda e i populismi sono un crimine di lesa maestà di pochi capi spregiudicati nei confronti di un popolo che freme e che chiede di essere portato a comprendere meglio la complessità dei passaggi della storia. Il significato della guida in politica non è tramontato dietro la cortina fumogena di leadership mediatiche o dietro le oligarchie segrete dei soliti poteri. La politica ha bisogno di capi, così come la Chiesa ha bisogno di vescovi che, come ha detto Papa Giovanni siano «una fontana pubblica, a cui tutti possono dissetarsi». Tra le luci della ribalta e il buio delle mafie e delle camorre non c’è solo il deserto: la nostra terra di mezzo è un’alta vita civile, che è la nostra patria di uomini liberi e che, come tale, attende il nostro contributo appassionato e solidale.»

Da La «ricostruzione» italiana. Il modello e l’esempio di Alcide De Gasperi (Pieve Tesino, 18 agosto 2015)

Per chi voglia leggere l’intero intervento: 

http://www.nunziogalantino.it/wp-content/uploads/2015/08/Pieve-Tesino_Lectio-degasperiana_18-agosto-2015.pdf 

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